La
mitologia demografica contemporanea
di
Gérard-François Dumont, Cristianità
n. 250-251 (1996)
Il
termine "mitologia" rimanda di solito al complesso dei miti
o racconti greco-latini, che mettono in scena dei, eroi,
uomini e animali, alberi e fiori, rivestendo di caratteri
meravigliosi lontane reminiscenze storiche. In verità,
ci si è chiesto se i greci credevano veramente a
queste storie (1). La risposta è: in una certa misura,
sì. Noi stessi non continuiamo forse a parlare delle
fatiche di Ercole e del filo di Arianna? Non tiriamo forse
a sorte il "re dellEpifania" (2)? Così, numerosi
popoli hanno costruito miti, il cui studio è indispensabile
per capire le società antiche. Fin dallinizio
dellumanità, gli uomini, appoggiandosi su apparenze,
o in mancanza di conoscenze dimostrabili, immaginano causalità
che si rivelano, più o meno rapidamente, essere di
fatto solo miti, cioè pure costruzioni dello spirito.
Più recentemente, alla fine del secolo scorso, in
Francia, Louis Pasteur ha trovato sulla sua via i sostenitori
della generazione spontanea, che credevano fermamente alla
comparsa, in certe condizioni, di organismi viventi, che
causano le malattie. E, sotto i nostri occhi, vediamo attualmente
la meravigliosa teoria del Big-Bang passare dallo stato
di nozione esplicativa dellorigine dellUniverso
a quello di mito.
Dunque,
con il passare del tempo, numerose scoperte e riflessioni
più approfondite hanno migliorato e affinato le conoscenze.
Così si è finito per credere che la ragione
e la scienza dovevano scacciare il mito perché dovrebbe
essere considerato come vero solo quanto risulta da una
spiegazione razionale basata su un procedimento scientifico
che, per giungere allevidenza, fa precedere losservazione
alla deduzione. Il mito doveva allora essere abbandonato,
perché nemico duna conoscenza vera. Per altro,
esiste tutta una corporazione di uomini, gli scienziati,
il cui compito sta nel costruire una conoscenza fondata
su ricerche indiscutibili.
Ma
la realtà del nostro tempo è diversa da questo
schema, il quale lascerebbe pensare che la civiltà
umana sarebbe passata dallombra dellignoranza
che costruisce, in sostituzione, miti, alla luce della conoscenza
che scarterebbe tutto quanto ha carattere dirreale.
Ma
il reale è sempre più complesso di quanto
luomo immagini e da ciò derivano tre constatazioni.
La prima sta nel ricordare i limiti della scienza: anche
se lo scientismo ha creduto di poter racchiudere tutta la
realtà umana nelle logiche dimostrabili, la scienza
o meglio le scienze non può spiegare
tutto, sperimentare tutto. Daltronde, fare della scienza
un dio è una forma di mitologia e può portare
a società disumane, come ha mostrato la realizzazione
del socialismo scientifico in diversi paesi oppure il famoso
libro di Aldous Huxley, Il mondo nuovo (3).
In
secondo luogo, la neutralità della scienza resta
indubbiamente un obiettivo da perseguire (4), ma gli scienziati
sono sempre soltanto uomini, con le loro specificità
e imperfezioni. Essi hanno anche la loro soggettività
e possono commettere errori. Inoltre, gli strumenti di cui
dispongono corrispondono a un certo stadio del progresso
tecnico, che limita la loro capacità danalisi
e dazione.
In
terzo luogo bisogna pure constatare che ogni società,
compresa quella contemporanea, secerne, fabbrica o manipola
miti. Per esempio, era un mito molto radicato la credenza
secondo cui i discepoli di Karl Marx conoscevano il senso
della storia, il che comportava che i paesi che vi si sottomettevano
dovevano ineluttabilmente superare economicamente i paesi
non comunisti. Altro esempio, la credenza che le procedure
di elezioni alleuropea lo scrive un democratico
, che si reggono sul principio del potere affidato
alla maggioranza, sia un modello universale che darebbe
soluzione ai torbidi civici in tutte le società.
Ora, in diversi paesi, la pace civile è possibile
solo se la minoranza o le minoranze godono di una garanzia
desistenza più rilevante del loro peso quantitativo.
Diversamente, si giunge a catastrofi, come quelle del Ruanda,
largamente create dal mito europeo prima evocato.
Così,
in ogni branca della conoscenza, compaiono miti, cioè,
per riprendere la definizione del Petit Robert, "immagini
semplificate, spesso illusorie, che gruppi umani elaborano
o accettano come un fatto e che svolgono un ruolo determinante
nel loro comportamento o nella loro valutazione" (5).
In
demografia, come in altre discipline, regna unimportante
mitologia, che raggruppa idee comunemente accettate (6),
mentre il loro esame mostra la loro carenza di fondamento
scientifico.
Questa
mitologia demografica non è nuova, anche se il suo
sviluppo contemporaneo può stupire, perché
si produce proprio quando la demografia ha fatto progressi
incontestabili nella conoscenza, soprattutto elaborando
strumenti di migliore qualità (7). La mitologia demografica
era più scusabile in passato, in epoche in cui la
quasi inesistenza della raccolta dei dati demografici non
permetteva di conoscere la realtà. Fu così,
per esempio, che Charles de Montesquieu costruì come
osservazione demografica sulluniverso un racconto
basato sullimmaginazione, una favola, perché
non disponeva di dati quantitativi reali.
Nellepoca
contemporanea, la mitologia demografica utilizza tutti gli
strumenti della mitologia: la leggenda, la finzione, il
miraggio e lillusione. Ognuno di questi termini sarà
illustrato con un esempio, il che non esclude lesistenza
di molti altri esempi.
Ma
cominciamo con una favola mitologica proposta da Montesquieu
come la descrizione della realtà.
Una
favola antireligiosa
Nelle
Lettere Persiane il nostro grande autore si mostra
convinto che la terra stia conoscendo uno spopolamento considerevole.
E così scrive : "Da un calcolo, esatto per quanto
è possibile in questa materia, ho dedotto che sulla
terra cè appena la decima parte degli uomini
che cerano nei tempi antichi. È sorprendente
come essa si spopoli di giorno in giorno; se continua così,
fra dieci secoli sarà un deserto" (8).
Così
il secolo XVIII avrebbe vissuto la continuazione della decadenza
che si consumava dopo lImpero romano. Come spiegare
il progredire continuo di un tale spopolamento?
Ora
Montesquieu constata che due grandi religioni si sono diffuse
dopo lImpero romano: il cristianesimo e lislam.
"Tu cerchi la ragione per cui la terra è meno
popolata che in altri tempi: e, se ci rifletti, vedrai che
il grande cambiamento dipende da quello verificatosi nei
costumi" (9). Infatti Montesquieu denuncia tre aspetti
dei costumi che potremmo designare con laggettivo
spopolazionisti, di cui getta la responsabilità sulle
religioni cristiana e musulmana: il celibato, limpossibilità
del divorzio e la poligamia.
Secondo
lui "il numero di persone che fanno professione di celibato
è straordinario" (10) e la continenza perpetua
scelta da troppi uomini è "una virtù dalla
quale non nasce niente" (11).
La
proibizione del divorzio da parte della religione cristiana
sarebbe un secondo fattore di denatalità. Infatti
egli scrive, sempre nelle Lettere Persiane: "Non
bisogna dunque stupirsi se fra i cristiani si vedono tanti
matrimoni fornire un numero così esiguo di cittadini.
Il divorzio è abolito; i matrimoni mal assortiti
sono irreparabili" (12).
Montesquieu
rimpiange limpossibilità di risposarsi dopo
un divorzio: "[...] le donne non passano
più come tra i Romani, successivamente nelle mani
di diversi mariti, che ne traevano nel passaggio il miglior
beneficio possibile" (13).
Terza
causa di spopolamento, i costumi islamici, che autorizzano
la poligamia e la pratica dellharem, che tiene
nellinfecondità molti uomini e sottoutilizza
le possibilità di procreazione delle donne: "[...]
le donne costrette a una continenza forzata, hanno bisogno
di chi le sorvegli, e non possono che essere eunuchi: la
religione, la gelosia e la ragione stessa non permettono
che altri le avvicinino. Questi guardiani devono essere
numerosi, sia per mantenere la tranquillità interna,
nelle lotte che le donne si fanno di continuo, sia per impedire
tentativi dallesterno" (14).
La
rivalità femminile e la sorveglianza dellharem
necessitano dunque di troppa mano dopera maschile
infeconda: "Così uno che ha dieci mogli, o concubine,
ha almeno altrettanti eunuchi per sorvegliarle. Ma che perdita
per la società, tanti uomini morti fin dalla nascita!
che spopolamento ne deve derivare!" (15).
Tutto
questo insieme di frasi forma unautentica favola.
Infatti, da una parte non vi è spopolamento nel secolo
XVIII e nemmeno se si confronta questo secolo con i primi
secoli dellera cristiana. Daltra parte, le nuove
religioni non hanno spinto alla denatalità, ma hanno
al contrario onorato la fecondità.
Come
spiegare allora la nascita duna simile favola? A questo
scopo bisogna studiare le immagini che Montesquieu ha sotto
gli occhi. Così come una fotografia può non
essere rappresentativa della realtà, o essere truccata
da chi detiene il potere (16), Montesquieu sembra vedere
solo una cosa: limponenza delle rovine lasciate dallImpero
romano, che facevano supporre la necessità di una
popolazione rilevante per costruire e per far vivere tali
costruzioni. Egli ne deduce quindi, come numerosi suoi contemporanei,
uno spopolamento, che i successivi lavori di demografia
storica hanno poi mostrato non essersi verificato. Inoltre
comè noto Montesquieu era animato
da robusti sentimenti fortemente anticlericali. Quindi non
meraviglia che abbia attribuito alle religioni le cause
dei disastri demografici ai quali credeva.
La
leggenda dellesponenziale
Nel
secolo XVIII, quando la statistica demografica balbetta
ancora, la favola di Montesquieu è indubbiamente
più scusabile della mitologia demografica contemporanea.
Questa si basa anzitutto su una leggenda, cioè su
una rappresentazione dei fatti accreditata nellopinione
pubblica, ma deformata e amplificata dallimmaginazione
e dalla parzialità.
Quale
lettore o quale telespettatore non ha visto la curva secondo
la quale gli effettivi della popolazione mondiale sarebbero
aumentati in modo continuo dalla preistoria fino alla metà
del secolo XVIII, per conoscere allora un nuovo aumento
continuo, ma con un ritmo molto più rapido, che dà
limpressione di una curva esponenziale, di una evoluzione
folle? Ebbene, questa curva che si pretende riassuma gli
studi demografici, contiene numerosi errori che trasformano
la realtà in una leggenda dellesponenziale.
Anzitutto,
fino al 1750, la crescita della popolazione mondiale non
è stata continua, tuttaltro. È un dato
acquisito che la popolazione, nel suo insieme, ha conosciuto
fasi di stabilità, di debole crescita, di crescita
più rilevante, di debole decrescita o di decrescita
più accentuata. Levoluzione caotica attorno
a un effettivo relativamente stabile è generalmente
la regola per tutte le popolazioni di esseri viventi, a
seconda della variazione delle condizioni climatiche, della
concorrenza fra le specie, rappresentata per gli uomini
dalle guerre e dalle rivoluzioni, delle epidemie aggravate
dalle condizioni di vita in collettività degli esseri
umani.
Una
crescita debole si constata alla fine del primo millennio
dellera cristiana e nei primi secoli del secondo millennio,
o ancora al momento del Rinascimento. Le crescite più
rilevanti si manifestano nei periodi in cui lumanità,
o una parte di essa, realizza un salto tecnico che modifica
sensibilmente le condizioni di vita. Fino a oggi, almeno
tre tempi storici corrispondono a una fase di questo genere.
La prima si situa fra il XL e il IX millennio avanti Cristo,
quando luomo fa progressi nei metodi di caccia e di
cottura degli alimenti. La seconda, legata contemporaneamente
alla diffusione di tecniche agricole e allo sviluppo delle
città, si situa nella prima metà del primo
millennio avanti Cristo. Infine, un terzo periodo di crescita
rilevante, nei secoli XIX e XX, è la conseguenza
dimportanti progressi economici e sanitari (17).
La
popolazione mondiale ha conosciuto anche periodi di leggera
decrescita, più difficili da datare con precisione,
che hanno potuto corrispondere a catastrofi climatiche,
a conflitti sanguinosi oppure ad atteggiamenti negativi
di fronte alla fecondità. Inoltre, una netta decrescita
della popolazione mondiale è incontestabile almeno
in due periodi storici. Da una parte, si sa che la decadenza
dellImpero romano ha avuto effetti demografici: la
popolazione mondiale, valutata in 250 milioni nellanno
uno, è scesa a 200 milioni nel corso del primo millennio.
Analogamente, la grande peste nera del secolo XIV ha provocato
una ipermortalità, il cui effetto si è fatto
sentire sulla popolazione mondiale. Questi fatti mettono
in evidenza come la credenza in una crescita continua della
popolazione del pianeta sia una leggenda.
Questa
leggenda rimane per il periodo contemporaneo, che spesso
è rappresentato come caratterizzato da un tasso di
crescita della popolazione elevato e continuo. La realtà
delle cifre dà risultati molto diversi. Il tasso
di crescita della popolazione mondiale dopo il 1750 è
stato molto variabile, a seconda dellevoluzione delle
diverse popolazioni che la compongono. In particolare, questo
tasso di crescita ha toccato un massimo, stimato in 2,1%
allanno, alla fine degli anni 1960, e poi non ha cessato
di diminuire.
Ora,
la stessa leggenda dà limpressione che leccedenza
annua di abitanti sul pianeta resterà durevolmente
al livello storico massimo, cioè 92 o 93 milioni
di persone allinizio degli anni 1990. In realtà,
questa cifra ha iniziato a scendere verso il 1993-1994,
contraddicendo così le previsioni che la vedevano
crescere a 100 milioni e a non diminuire prima del 2000
(18).
Questo
ripiegamento delleccedenza annuale degli abitanti
della terra era peraltro certo per tutti i demografi avveduti.
Il calo della fecondità media, iniziato negli anni
1970, doveva inevitabilmente riflettersi sulla natalità,
ma con lo scarto di una generazione, tenendo conto dellinerzia
propria dei meccanismi demografici. Questa evoluzione condanna
dunque la leggenda dellesponenziale e conferma la
quasi-certezza che la crescita della popolazione mondiale
nel secolo XXI sarà nettamente più debole
di quanto non sia stata nel secolo XX, indubbiamente da
tre a cinque volte minore.
La
mitologia demografica ricorre anche al miraggio, cioè
alle apparenze ingannevoli.
Il
miraggio dellaumento letale
Laumento
della popolazione solleva tutte le paure. Fra esse, una
delle più radicate consiste nel pensare che la popolazione
mondiale sta nello stesso tempo per raddoppiare e per morire
di fame. Ora, queste due evoluzioni si escludono reciprocamente.
Se
la popolazione mondiale raddoppia, questo può avvenire
solo con deboli tassi di mortalità, almeno tanto
deboli da permettere un tasso di crescita che porti al raddoppio.
Ora, i tassi di mortalità possono essere molto bassi
solo se lo permettono le condizioni sanitarie, sociali ed
economiche. La popolazione può crescere soltanto
se lalimentazione e le condizioni di vita lo rendono
possibile.
Se
i metodi di coltivazione e le strutture economiche e sociali
non permettono di garantire lalimentazione di una
popolazione più numerosa, i tassi di mortalità
saranno elevati mentre i tassi di natalità tenderanno
a stagnare, e la popolazione non può crescere. La
crescita non si potrà realizzare perché la
fertilità sarà indebolita dalla malnutrizione
e i neonati saranno destinati a vita breve in ragione del
tasso di mortalità infantile elevato che ne deriverebbe.
È la trappola malthusiana.
Quindi,
accettare laffermazione seguente: "La popolazione
mondiale aumenterà nel secolo XXI fino a 12 miliardi"
(19), significa ammettere il seguente sillogismo:
"La popolazione mondiale raddoppierà. Ora, un raddoppio
della popolazione suppone condizioni economiche e sanitarie
soddisfacenti, quindi nel secolo XXI le condizioni economiche
e sanitarie saranno soddisfacenti".
Certo,
la scelta delle informazioni diffuse dai media insiste
più sulle popolazioni che soffrono carestia
se non altro per presentare un uomo politico in vista, che,
con gesto teatrale, si carica sulle spalle un sacco di riso
che su quelle popolazioni le cui condizioni di vita
stanno migliorando. "I popoli felici non hanno storia",
dice la saggezza delle nazioni. Si tende a pensare che la
loro consistenza numerica abbia la responsabilità
delle terribili difficoltà umane constatate in certi
paesi. Ora, in realtà, né le carestie né
le epidemie corrispondono a una fatalità che viene
ad abbattersi su certi paesi in via di sviluppo. La carestia,
piuttosto che la conseguenza di una siccità ricorrente,
è soprattutto un "sintomo acuto di crisi politiche
ed economiche" (20). Talora anche il risultato di "politiche
deliberate" (21) da parte di gruppi in lotta o di governi.
Così,
non è laumento delleffettivo di una popolazione
che si può mettere in relazione con i luoghi di carestia,
ma piuttosto i torbidi politici. Gli esempi della Cambogia,
della Somalia, del Sudan, del Mozambico e della Liberia
illustrano disgraziatamente questa realtà. In altri
paesi, la cattiva gestione di certi governi spiega le difficoltà
dello sviluppo malgrado le potenzialità talora considerevoli:
il Madagascar, la Birmania, lEtiopia o lo Zaire sono
solamente esempi fra altri.
Laumento
contemporaneo della popolazione e della mortalità
è dunque un mito, perché due processi contrari
non possono svolgersi insieme. O la popolazione aumenta
perché lumanità riesce a nutrirsi, oppure
lumanità non riesce a nutrirsi e la popolazione
non può aumentare. Così, la popolazione dellInghilterra
è quadruplicata nel corso del secolo XIX e lalimentazione
ha seguito ampiamente lo stesso ritmo. Durante lo stesso
secolo XIX, la popolazione dellIndia era stagnante
perché non si era verificata nessuna trasformazione.
La popolazione dellIndia ha cominciato ad aumentare
solo quando si sono prodotte trasformazioni tecniche
scavo di canali dirrigazione, e così via ,
economiche e sanitarie.
Conviene
quindi fare attenzione ai miraggi demografici diffusi come
fiction.
Una
"fiction" accattivante e tenace
Si
crea una fiction quando si dà a un fatto constatato
una spiegazione diversa dalla realtà e se ne traggono
conseguenze.
Una
delle grandi fiction demografiche attuali concerne
le cause dellaumento della popolazione mondiale constatato
da circa due secoli. Quante volte lo si è attribuito
ai popoli "che hanno troppi figli", "la cui fecondità
è troppo elevata", i cui "tassi di natalità
sono insopportabili"? In questo caso, la natalità
è considerata come responsabile della crescita demografica
degli ultimi due secoli. Questa affermazione, che è
una fiction, porta a una conseguenza prevedibile.
Poiché la natalità è considerata il
fattore determinante della crescita demografica mondiale,
come il fattore responsabile della povertà, sarà
necessario e sufficiente ridurre la natalità. Questa
fiction accattivante influenza per esempio certe
conclusioni della Conferenza Internazionale su Popolazione
e Sviluppo, svoltasi a Il Cairo nel settembre del 1994.
Infatti esse prevedono, come uniche misure concrete per
giungere a "una crescita economica sostenibile nel quadro
di uno sviluppo durevole" (§ 3.15), la pianificazione
familiare, oltre il soddisfacimento dei bisogni relativi
alla salute genetica. Ora, se bastasse "frenare la crescita
della popolazione" per giungere alla ricchezza, lo si
saprebbe e, a contrario, gli Stati Uniti dAmerica
figurerebbero fra i paesi più sottosviluppati, avendo
presente la loro eccezionale crescita demografica da due
secoli a questa parte. In realtà lo sviluppo ha altre
esigenze. Ma è vero che formare i giovani richiede
sforzi organizzativi più grandi che mettere "spirali".
Comunque,
il rimedio quasi unico proposto non può essere efficace
perché poggia su una fiction. Infatti, lattuale
crescita della popolazione mondiale non è dovuta
a una natalità sbrigliata, che sarebbe aumentata
da due secoli a questa parte, ma a una mortalità
che è crollata, aumentando considerevolmente lo scarto
fra mortalità e natalità. Più precisamente,
la crescita demografica è il risultato del crollo
di tre mortalità, la mortalità neonatale,
la mortalità materna e la mortalità dei bambini
e degli adolescenti. Questa evoluzione ha portato a un aumento
considerevole dei tassi di sopravvivenza. La conseguenza
è stata una longevità quasi triplicata e,
quindi, il numero degli esseri umani è aumentato.
Inoltre, la storia dei diversi popoli del pianeta mostra
che non vi può essere un comportamento teso allabbassamento
della natalità se la diminuzione della mortalità
non è un fatto durevolmente acquisito. Il fattore
scatenante la diminuzione della natalità sta dunque
nella diminuzione della mortalità, come sanno tutti
gli specialisti della transizione demografica (22). È
inutile voler controllare dautorità la natalità
quando non sono presenti le condizioni per un cambiamento
di natura del livello di mortalità. Questo spiega,
in passato, i numerosi fallimenti dei programmi di pianificazione
familiare un poco ovunque nel mondo. Invece, quando le trasformazioni
sociali ed economiche di un paese portano a un abbassamento
endogeno della mortalità, labbassamento della
natalità finisce per prodursi naturalmente, non appena
le popolazioni hanno capito che questa situazione è
duratura e ne hanno visto le conseguenze sulla discendenza
desiderata (23).
Lillusione
Oltre
la fiaba, la leggenda e la fiction, la mitologia
demografica ricorre anche allillusione, cioè
a uninterpretazione errata della realtà dei
fatti. I media diffondono periodicamente immagini
e cifre lorde, che danno limpressione di un "sovrappopolamento"
presentato come un male assoluto. Vi sono esponenti religiosi
che si preoccupano. Nel mondo protestante, un certo numero
di responsabili giunge fino a giustificare laborto
perché vi sarebbero troppi abitanti sul pianeta.
Nel mondo cattolico, sacerdoti rifiutano lenciclica
Humanae vitae, del 1968, e le posizioni di Papa Giovanni
Paolo II sulla vita in nome dei pericoli di una cosiddetta
"sovrappopolazione", che giustificherebbe tutti i metodi
di contraccezione. Così, finalmente, la lotta contro
la "sovrappopolazione" giustificherebbe tutti i mezzi, compresi
quelli coercitivi, che attentano alla dignità della
donna e alla sua integrità fisica.
Questa
paura della "sovrappopolazione" costituisce indubbiamente
oggi, dopo che il marxismo è passato di moda, lideologia
più penetrante nel mondo. Io la chiamo lOssessione
del Sovraffollamento del Pianeta, che corrisponde alla sigla
O.S.P. Questa formula mi sembra definire nel migliore dei
modi la sostanza di questa ideologia, e non perché
il rappresentante di un paese protestante, la Norvegia,
se ne è fatto il cantore a Il Cairo. Infatti, si
tratta di una vera ossessione, antica, che riappare periodicamente
nella vita delle idee (24) e che si è dispiegata
di nuovo con forza negli anni 1990.
La
si trova già nellantichità greca in
Platone o nel secolo XVIII con i premalthusiani. Essa verrà
magnificata a partire dal 1798 con le diverse versioni di
An Essay on the Principle of Population, di Thomas
Robert Malthus (25), che appaiono appunto allepoca
in cui i progressi tecnici e scientifici cominciano a rivoluzionare
il ciclo della vita degli uomini e a contraddire la credenza
malthusiana in limiti nella produzione. Il secolo XIX separerà
i malthusiani dai non malthusiani nel seno stesso delle
grandi correnti di pensiero: socialismo, liberalismo e anche
cattolicesimo. Ciascuno si trova diviso in sé stesso
quando si tratta di sapere se bisogna felicitarsi per laumento
del numero degli esseri umani oppure temerlo.
Molto
meno comprensibile è il ritorno dellO.S.P.
allinizio degli anni 1970, con il Club di Roma. Infatti,
allinizio del secondo terzo del secolo XX, la demografia
è una scienza che ha fatto molti progressi e molti
processi demografici come i fenomeni dinerzia
o lo schema della transizione demografica sono ormai
ben noti. Ma vi è, di fronte alla realtà,
un vero "rifiuto di vedere" (26).
Unaltra
caratteristica dellO.S.P. sta nel mostrarsi incapace
di guardare una carta di popolamento del pianeta: essa vi
vedrebbe allora che il 95% delle terre emerse ha una densità
di popolazione debole. La metà della popolazione
mondiale abita nei tre complessi internazionali a densità
più elevata che sono il Sudest asiatico, una parte
del subcontinente indiano e una parte dellEuropa Occidentale
e Settentrionale. Laltra metà della popolazione
mondiale, che occupa 142.500.000 km quadrati, è dispersa
su vasti territori, fuori dai dieci spazi urbanizzati relativamente
densi.
Detto
in altre parole, sul 5% delle terre, cioè 7.500.000
km quadrati, vi è una densità di 400 abitanti
per km quadrato, cifra inferiore a quella dei Paesi Bassi
(453), dellIsola Maurizio (595) o della regione Île-de-France
(890). Sul rimanente 95% la densità media è
di 21 abitanti per km quadrato, inferiore a quella di parecchi
dipartimenti poco popolati di Francia (Creuse, 23; Ariège,
Cantal e Gers, 27; Alta Corsica, 28; Lot e Corsica Meridionale,
29; Aveyron, 30; Meuse, 31; e così via).
Se
la totalità della popolazione mondiale fosse riunita
sul territorio degli Stati Uniti dAmerica, e il resto
del mondo fosse vuoto, la densità di quei territori
sarebbe inferiore a quella della regione Île-de-France.
In
realtà, chiunque abbia voluto accedere correttamente
allautentica conoscenza demografica, sa che la diminuzione
della fecondità nel mondo si opera secondo lo schema
della transizione demografica e che nulla permette di giustificare
lO.S.P. Inoltre, questa ideologia deve essere scartata
perché trascura limportanza delle potenzialità
degli uomini e della terra e soprattutto perché crea
riflessi di paura del futuro, che non favoriscono le scelte
più giudiziose per lavvenire. Si sa che questa
ideologia ha parzialmente influenzato i lavori della Conferenza
Internazionale su Popolazione e Sviluppo, il che
porta a una riflessione che conviene intitolare "misteri
sul Nilo", per riprendere la formulazione di un titolo di
Agatha Christie, Morte sul Nilo.
"Misteri
sul Nilo"
Questi
misteri derivano dallingenuità di certe analisi
e dallutilizzo di nuove formulazioni: i loro autori
sperano che il loro uso basterà ad assicurare il
progresso.
Il
primo mistero è quello del misconoscimento dei meccanismi
demografici da parte di una grande percentuale di delegati.
Lastuzia consiste forse nellannunciare una grande
politica di "pianificazione della famiglia" per poi
vantarsi della diminuzione della crescita demografica nel
mondo, diminuzione che è certa e già avviata,
senza che dipenda molto da quanti pensano di controllare
le popolazioni. Come ogni essere umano ha diritto a un ambiente
che gli permetta di accedere alla dignità della maternità
o della paternità responsabili, così deve
essere bandita ogni politica autoritaria, quindi coercitiva.
Un
altro mistero risiede nellinteresse sempre più
ostentato di occuparsi delle "generazioni future".
Interessarsi delle "generazioni future", secondo
la terminologia utilizzata alla Conferenza de Il Cairo,
è più che lodevole, ma per assicurare una
vita migliore alle generazioni future bisognerebbe forse
far di tutto per migliorare quella delle generazioni presenti.
Così,
la Conferenza de Il Cairo non ha detto praticamente una
parola sui problemi posti dallo sviluppo nel mondo contemporaneo,
soggetto che tuttavia costituiva la metà del programma
promesso nel titolo della Conferenza. Non è stato
fatto alcun inventario delle politiche di sviluppo applicate
nei diversi Stati per distinguere quelle che si sono rivelate
efficaci dalle altre. Quanto alla preoccupazione per
le "generazioni future", è stata solamente
molto parziale. Per esempio, non è stato detto nulla
sugli effetti economici e sociali, ma anche culturali e
morali, che linsufficienza delle generazioni future
rischia di portare con sé in certi paesi dEuropa,
che conoscono già in alcuni casi da oltre
un ventennio una fecondità particolarmente
bassa.
Il
terzo mistero è anche nelle parole. Dopo la Conferenza
tenuta a Rio de Janeiro nel 1993, gli esperti sono giunti
alla conclusione che bisognava chiamare "sviluppo sostenibile"
il tipo di sviluppo auspicabile, cioè sviluppo la
cui durata è assicurata sempre a favore duna
migliore qualità della vita. Nessuno si può
opporre alle buone intenzioni contenute in questo nuovo
concetto. Ma è legittimo chiedersi se il suo uso
ripetuto non sia un modo per mascherare gli errori di valutazione
di ieri. Infatti si sa che i paesi a cui, negli anni 1950,
la maggior parte degli esperti profetizzava un "non sviluppo"
come il Giappone, Taiwan o la Corea, hanno conosciuto lo
sviluppo mentre quelli a cui si pronosticava la ricchezza,
come lAfrica equatoriale, che possiede risorse considerevoli,
non sono riusciti a decollare.
Inoltre
il concetto, attualmente molto gradevole, di "sviluppo
sostenibile" è, di fatto, molto indeterminato.
Sembrava daltronde difficile proporne le misure operative.
Per certo si è tentato di elaborare un indice dello
sviluppo umano, ma esso non si è rivelato più
operativo degli indici di sviluppo economico (27). Infatti
porta a certi risultati che urtano il buon senso. Domandarsi
oggi se lo sviluppo constatato in questo o in quel paese
è di natura "sostenibile" equivale, in una
certa misura, a discutere sul sesso degli angeli.
Alcuni
potrebbero concludere che la tendenza a enunciare nuovi
concetti, in realtà molto indeterminati, è
un modo di mascherare un certo rifiuto del reale, mentre
converrebbe previamente approfondirli.
Lo
studio della mitologia demografica contemporanea porta così
a comprendere perché fanno la loro comparsa parole
nuove per esprimere buoni sentimenti che non realizzano
necessariamente buone politiche.
Nellora
in cui le tecniche portano una sofisticazione e un uso crescente
di immagini virtuali nei media, i miti demografici
appaiono come altrettante immagini virtuali, seducenti e
ingannevoli.
Va
a onore delluomo scartare i miti accecanti per accedere
alla conoscenza vera, perché la conoscenza è
la libertà delluomo. Rifiutarla significa cessare
di essere. Significa accettare di farsi trascinare nellabisso,
seguendo limmagine molto forte dei montoni di Panurgo
(28).
Gérard-François
Dumont
*
Intervento dal titolo La mythologie contemporaine en
démographie tenuto a Stans, in Svizzera, l11
novembre 1995, a un convegno sul tema Popolazione e sviluppo,
organizzato dallAssociazione Medici Cattolici Svizzeri,
nei giorni dal 10 al 12 novembre. Traduzione e titolo redazionali.
***
(1)
Cfr. Paul Veyne, Les Grecs ont-ils cru à leur
mythe?, Le Seuil, Parigi 1983.
(2)
Il riferimento è a allusanza ancora
diffusa in Francia di preparare una torta con dentro
una fava: chi ha in sorte la fetta che la contiene è
nominato "re dellEpifania" (ndr).
(3)
Cfr. Aldous Huxley, Il mondo nuovo. Ritorno al mondo
nuovo, trad. it., Mondadori, Milano 1991 (ndr).
(4)
Cfr. il mio La science peut-elle être neutre?,
in AA. VV., La famille de la science à léthique,
Bayard Éditions-Centurion, Parigi 1995, pp. 27-40.
(5)
Il rimando è a un classico dizionario della lingua
francese, a cura di Paul Robert, nella sua versione minore
(ndr).
(6)
Cfr. Alfred Sauvy, Mythologie de notre temps, Payot,
Parigi 1965.
(7)
Cfr. il mio Démographie. Analyse des populations
et démographie économique, Dunod, Parigi
1992.
(8)
Charles de Montesquieu, Lettere Persiane, lettera
CXII, trad. it., Frassinelli, Milano 1995, p. 189.
(9)
Ibid., lettera CXIV, p. 192.
(10)
Ibid., lettera CXVII, p. 198.
(11)
Ibidem.
(12)
Ibid., lettera CXVI, p. 197.
(13)
Ibidem.
(14)
Ibid., lettera CXIV, p. 193.
(15)
Ibidem.
(16)
È noto il caso delle fotografie pubblicate in certi
paesi totalitari, dove, da unedizione allaltra,
scompaiono collaboratori che nel frattempo hanno smesso
di essere graditi al dittatore.
(17)
Cfr. il mio Le monde et les hommes. Les grandes évolutions
démographiques, Litec, Parigi 1995.
(18)
Cfr. Pierre-Jean Thumerelle, Une population écartelée
entre jeunesse et viellissement, in Bulletin de lAssociation
de géographes français, n. 5, 1994.
(19)
Si tratta di unaffermazione non sostenibile con sicurezza;
cfr. il mio De lexplosion à limplosion
démographique?, in Revue des sciences morales
et politiques, n. 4, 1993.
(20)
François Jean (a cura di), Rapport annuel sur
les crises majeures et laction humanitaire, La
Découverte, Parigi 1995, cit. in Le Monde,
25-1-1995, p. 30.
(21)
Ibidem.
(22)
Cfr. Jean-Claude Chesnais, La transition démographique,
Presses Universitaires de France, Parigi 1986. Infatti,
il motore della transizione è il calo della mortalità:
"Se questa fosse rimessa in questione o, peggio, se venisse
sostituita da una recrudescenza, anche il calo della fecondità
perderebbe la sua principale ragione dentrare in campo"
(La Chronique du Ceped, n. 16, gennaio-febbraio 1995).
(23)
Cfr. Yves Montenay, Les politiques de natalité
dans le Tiers-monde, in Défense nationale,
vol. 40, n. 4, aprile 1993.
(24)
Cfr. il mio Il festino di Crono. Presente & futuro
della popolazione in Europa, trad. it., Ares, Milano
1994.
(25)
Cfr. Thomas Robert Malthus, Saggio sul principio di popolazione
(1798). Seguito da Esame sommario del principio di popolazione,
trad. it., Einaudi, Torino 1977 (ndr).
(26)
Lespressione è di Alfred Sauvy: cfr. soprattutto
il suo Lenjeu démographique, Éditions
de lAPRD. Association Pour une Renaissance Démographique,
Parigi 1981.
(27)
Anche questi indici sollevano molteplici problemi. Un solo
esempio: la società Carrefour, aprendo il suo primo
supermercato a Città del Messico in un quartiere
molto popolare, è stata colpita dal potere dacquisto
dei messicani, rivelatosi nettamente superiore a quello
ricavabile dagli indici economici (cfr. la trasmissione
Capital, su M6, domenica 29 gennaio 1995).
(28)
Il riferimento è a un episodio dellopera di
François Rabelais (1494-1553), Gargantua et Pantagruel
(trad. it., Gargantua e Pantagruele, Il quarto
libro dei fatti e detti eroici del buon Pantagruele. Composto
da Mastro Francesco Rabelais dottore in medicina, capitolo
ottavo Come Panurgo fece affogare in mare il mercante
e suoi montoni, vol. III, Rizzoli, Milano 1995, pp.
1018-1021): "i montoni di Panurgo" stanno per "quanti si
lasciano trascinare da un imbroglione" (ndr).