Il
pensiero dei Padri della Chiesa
A cura di don Maurizio Poletti
docente di patrologia
Seminario teologico di Novara
Didachè
I,1; II,1-2; V,1-3 (fine sec.I) = SCh 248,140ss
La
composizione della Didachè o Dottrina dei Dodici
apostoli va collocata probabilmente nella seconda metà
del I sec. d.C. (70-90 circa), quindi contemporanea o addirittura
anteriore alla redazione dei vangeli. E’ la prima e la più
antica testimonianza cristiana contro l’aborto, fatta all’interno
della catechesi morale sulle due vie (la via della vita,
percorrendo la quale si aderisce al «Dio vivente»,
e la via della morte, che da Lui ci allontana), di chiara
matrice giudaica. Con tutta probabilità l’autore
cristiano sta utilizzando come fonte un catechismo giudaico.
Cf ad esempio l’opera giudaica dello Pseudo Focilide, Sentenze
184-185: «La donna non distrugga l’embrione dentro
il ventre né, dopo aver generato, getti il bimbo
come preda dei cani e degli avvoltoi».
I,1:
Vi
sono due vie, una della vita e una della morte, ma tra le
due c’è una grande differenza….
II,1-2: Secondo precetto della dottrina:
Non ucciderai, non commetterai adulterio, non corromperai
i fanciulli, non fornicherai, non ruberai, non praticherai
la magia, non farai incantesimi per mezzo di filtri e veleni,
non ucciderai il concepito (gr. técnon) con l’aborto
né lo sopprimerai appena nato , non desidererai la
donna del prossimo…(IV,14: Questa
è la via della vita.)
V,1-2: La via della morte, invece, è
questa […]
Persecutori dei buoni, odiano la verità, amano la
menzogna, non conoscono la ricompensa della giustizia, non
si attaccano al bene o alla giusta causa, stanno svegli
non per il bene ma per il male. Da essi è lontana
la mitezza e la pazienza, amano le cose futili, inseguono
la gratificazione, non hanno compassione del povero, non
condividono la pena di chi soffre, non riconoscono il loro
creatore, uccidono i loro nati, sopprimono con l’aborto
le creature (plasmatos) di Dio, respingono il bisognoso,
opprimono il misero, prendono le parti dei ricchi e sono
giudici ingiusti dei poveri, peccatori incalliti! State
lontani, figli, da tutto questo!
Lettera
dello PSEUDO-BARNABA (Egitto, 130 d.C. ca),
XIX,5; XX,2 = SCh 172,202ss
L’insegnamento
dello Pseudo-Barnaba (150 d.C. ca), secondo lo schema delle
due vie, ricalca da vicino quello della Didachè I-V.
Probabilmente entrambi attingono a manuali catechetici con
passi comuni, utilizzati nelle comunità cristiano-giudaiche
per svolgere l’insegnamento morale.
Altre opere catechetiche: Apostolicus ordo ecclesiae (inizi
sec. IV); Constitutiones apostolicae (380 ca) ripropongono
nei secoli successivi lo stesso insegnamento della Didachè
e della Lettera dello pseudo-Barnaba.
Gli autori cristiani detti “apologeti” (greci prima e poi
anche latini) a partire dalla metà del secolo II
si incaricano di difendere la religione cristiana dagli
attacchi degli intellettuali e dalle infamanti accuse di
cui il clamore del popolino pagano la faceva oggetto: in
specie i cristiani erano falsamente accusati di infanticidio
(omicidio) e antropofagia (cannibalismo), ma anche di incesto,
accuse tese a ridicolizzare e calunniare i riti dell’Eucarestia
(= mangiare il Corpo di Cristo, scambiarsi il bacio della
fraternità).
XVIII,1. […] Due sono le vie dell’insegnamento
e della libertà; quella della luce e quella delle
tenebre. Grande è la differenza di queste due vie.[…]
XIX,1-5. 1. Questa, pertanto, è
la via della luce. Se qualcuno vuole percorrere questa via
fino al luogo assegnato, consacri i suoi sforzi alle sue
opere. E’ questa dunque la conoscenza che ci è stata
donata per camminare in questa via: [……]
5c-d. Amerai il prossimo tuo più
della tua anima. Non ucciderai il bambino con l’aborto e
non lo farai morire appena nato. […]
XX,1-2. 1. La via del nero è
tortuosa e piena di maledizioni. E’ la via della morte eterna
nel castigo, in cui si hanno le cose che rovinano l’anima:……
2a. <Sono> coloro che vessano
i buoni,……
2h-i. ingrati verso il loro creatore,
uccisori dei figli, distruttori del plasma creato da Dio,
……
ATENAGORA
DI ATENE, Supplica per i cristiani,
35, all’imperatore Marco Aurelio (anno 177 ca) = PG 6,970
Facendo
l’Apologia dei cristiani presso l’imperatore filosofo Marco
Aurelio Antonino intorno all’anno 177 d.C., Atenagora entra
nel merito dell’accusa popolare di omicidio-infanticidio,
ed adduce – a discolpa dei cristiani – la loro convinzione
che già sopprimere il feto nel grembo materno con
pratiche abortive sia un vero e proprio omicidio. Fin da
allora la coscienza cristiana considerava l’aborto un omicidio.
Ancora si può notare, da una parte, l’affermazione
che Dio si prende cura degli embrioni per il semplice fatto
che sono esseri viventi e, dall’altra, che il rispetto per
la vita del feto è una garanzia morale del rispetto
della vita dell’adulto. Interessante anche la motivazione
che fa appello ad un principio di razionalità riconoscibile
da tutti (lògos): è la cosiddetta “legge naturale”
(il concetto – a cui si appella oggi anche il Magistero
della Chiesa - fu elaborato all’interno della filosofia
ellenistica dello stoicismo).
35,6:
Come possiamo essere omicidi noi che affermiamo che
quante ricorrono a pratiche abortive commettono un omicidio
e dell’aborto renderanno conto a Dio? Non è possibile
nello stesso tempo ritenere che è vivo l’essere che
è nel ventre e che per questo Dio ne ha cura, e ucciderlo
nel momento in cui nasce alla vita; né è possibile
esporre il neonato – essendo infanticidi coloro che lo espongono
– o sopprimerlo quando è allevato. Noi siamo in tutto
e per tutto simili ed uguali essendo sottomessi alla ragione
(lògos) e non comandando su di essa.
ANONIMO,
Lettera a Diogneto V,6 = SCh 33 bis,62s:
Anche
nell’anonima e bellissima lettera a Diogneto (composta da
un dotto cristiano attorno all’anno 200 d.C.) troviamo accennato
l’argomento a fortiori che tanti altri apologisti sviluppano
: i cristiani non espongono i loro neonati, a maggior ragione
come potranno essere capaci di commettere i crimini rituali
di cui li si accusa?
V,1.
I cristiani né per regione, né per voce,
né per costumi sono da distinguere dagli altri uomini.
2. Infatti […]. 6.
Si sposano come tutti e generano figli, ma non gettano
i neonati.
TERTULLIANO,
Apologeticum 9,2.8. = PL 1,319-320 = CCL 1,p.102s:
Fra
i testi più conosciuti in difesa del nascituro sono
quelli del famoso avvocato africano, Tertulliano di Cartagine
(160-220ca). Tra il 197 e il 206 d.C. almeno in quattro
scritti egli si pronuncia apertamente contro infanticidio
e aborto (Ad nationes, Apologeticum, De exhortatione castitatis,
De virginibus velandis). L’affermazione più famosa
si trova nell’Apologeticum: distruggere il concepito è
un vero omicidio anticipato, in quanto è già
un uomo colui che sta per diventarlo. Nel passo in questione
Tertulliano sta contrapponendo la concezione e la condotta
dei cristiani rispettosa di ogni vita umana a quella dei
pagani, che in varie forme praticano sacrifici di sangue,
infanticidio, esposizione degli infanti, cruenti spettacoli,
a questo stimolati anche dal cattivo esempio dei loro dei
(risulta che l’aborto era, non solo largamente praticato
nella società pagana, ma anche più o meno
implicitamente ritenuto lecito).
9,2.
In Africa venivano immolati pubblicamente dei bambini
a Saturno, sino al proconsolato di Tiberio, che fece appendere
vivi gli stessi sacerdoti agli alberi che ricoprivano con
l’ombra dei loro delitti il loro tempio, come a croci votive;
ne sono testimoni i soldati di mio padre, che aveva assolto
a quest’incarico per lui, durante il suo proconsolato. 3.
Ma anche ora perdura, perpetrato in segreto, questo crimine
esecrando […]
9,8. A noi invece, proibito una volta
per sempre l’omicidio, non è lecito sopprimere neppure
il feto concepito (= conceptum) nell’utero, mentre
ancora il sangue (materno) sta formando un essere
umano. Impedire la nascita è un omicidio anticipato,
e non fa differenza se si strappi al corpo un’anima già
nata o si interrompa il suo processo di formazione. E’ già
un uomo colui che lo sarà; anche ogni frutto è
già contenuto nel seme.»
Id.,
De anima 27,3; 36,2; 37,5 = PL 2,735-738
Accanto
alla teoria del «traducianesimo» che sarà
ripresa da S. Agostino, in questi passi Tertulliano afferma
chiaramente la compresenza fin dal primo istante del concepimento
dell’anima nella carne dell’embrione umano, che egli chiama
animal, cioè essere animato. Perciò l’aborto
è illecito in ogni momento della vita del feto. La
distinzione introdotta nel passo seguente (de anima 37,2)
ancora una volta rispecchia la differente qualità
penale prevista dal passo di Esodo 21,22ss (versione LXX).
Sulla scia di quello, Tertulliano è indotto ad attribuire
al feto formato una qualifica di più piena completezza
biologica, per cui la soppressione a quel punto va considerata
anche giuridicamente un homicidium.
27,3: In
che modo dunque è concepito l’essere animato (=animal)?
La sostanza dell’anima e del corpo è prodotta
insieme, oppure l’una precede l’altra? Diciamo senza dubbio
che entrambe sono insieme accolte, elaborate, perfezionate
[…]. Ammettiamo la vita sin dal concepimento, perché
sosteniamo l’esistenza dell’anima sin dal concepimento:
c’è infatti vita da quando c’è anima”
36,2: Avevamo posto in chiaro che l’anima nell’uomo
e dall’uomo si semina e che sia per essa che per la carne
c’è un’inseminazione unica all’inizio.
37,5: Già sostenemmo l’unione di carne
e di anima dall’associazione dei loro semi al perfezionamento
della loro figura; ed in pari tempo la allontanammo dal
momento della nascita, anzitutto perché crescono
insieme, seppure con diverso criterio in rapporto alla loro
specifica qualità: la carne in misura, l’anima in
intelligenza, la carne in aspetto, l’anima in facoltà
percettive.
Id.,
De anima 37,2 = PL 2,736-738
Dal momento poi in cui la sua forma è completa,
il feto nell’utero è uomo. Infatti anche la legge
di Mosè punisce il colpevole d’aborto con la pena
del taglione allorquando già si tratta di un uomo,
quando già gli si attribuisce un nuovo stato di vita
e di morte, quando già lo si iscrive nel libro del
destino, benchè ancor vivendo nel seno della madre
con la madre per lo più abbia in comune la sorte.
Id.,
De exhortatione castitatis, 12 = PL 2,976 (anno
206 circa)
Anche
in questo passo di Tertulliano la condanna dell’aborto è
senza condizione e senza mezzi termini.
Io
reputo che a noi non sia lecito uccidere il nascituro più
che il nato…
MINUCIO
FELICE, Octavius 30 = PL 3,333-334:
L’avvocato
Minucio Felice verso la fine del II secolo a Roma, affrontando
lo stesso problema di Atenagora, difende i cristiani dall’accusa
di infanticidio e la ritorce contro certe pratiche dei pagani.
A tal proposito, egli parla del feto come futurus homo –
secondo la terminologia giuridica – e osserva che i pagani,
quando uccidono il nascituro con medicamenti e pozioni imitano
il comportamento del loro dio Saturno, che mangiava i propri
figli. Opportunamente usa il termine parricidio, che nel
diritto romano definisce l’uccisione di un parente prossimo
e costituisce una circostanza aggravante. Nel caso dell’aborto
infatti vittima e assassino sono legati dal più stretto
vincolo di parentela possibile. Tuttavia la concezione dell’aborto
come parricidio deriva a Minucio soltanto dal pensiero cristiano
e non ha il corrispettivo nella legislazione penale romana
allora vigente .
Io
vorrei piuttosto parlare con chi afferma o crede che la
nostra iniziazione ha luogo con la morte e col sangue di
un bambino. Credi tu possibile che un corpo così
tenero, così debole possa andare incontro a un tal
destino di sangue? Che qualcuno possa uccidere e spargere
e bere quel giovane sangue di un neonato, che è appena
un uomo? Nessun può credere a simile barbarie, se
non chi fosse capace di commetterla. Infatti, siete voi
che io vedo esporre alle fiere e agli uccelli di rapina
i figli che avete procreato (procreatos filios)
oppure eliminarli dopo averli strangolati, con un miserevole
genere di morte; vi sono anche donne le quali, bevendo dei
medicamenti, distruggono nelle loro viscere l’inizio del
futuro uomo (= originem futuri hominis) e commettono
parricidio (=parricidium) prima di partorire. E
tutto questo certamente proviene dall’esempio dei vostri
dei. Saturno infatti non esponeva i suoi figli, ma li divorava.
……A noi invece non è permesso né di assistere
a un omicidio, né di sentirne parlare; e ci guardiamo
talmente dal versare sangue umano, che non vogliamo neppure
prendere nei cibi il sangue degli animali.
IPPOLITO
DI ROMA, Confutazione di tutte le eresie IX,12,20ss =
ed. WENDLAND (1916), GCS 26,249
In
questo testo fortemente polemico Ippolito si scaglia contro
il costume lassista che – a suo dire – nei primi decenni
del sec.III aveva preso piede in Roma anche a causa delle
posizioni dell’influente Callisto (che sarà vescovo
della Chiesa di Roma dal 217 al 222). Callisto, con eccessiva
indulgenza, avrebbe riammesso più facilmente nella
Chiesa i cristiani rei dei più gravi peccati, tra
i quali anche l’aborto. Inoltre avrebbe indirettamente favorito
l’aborto permettendo il matrimonio religioso tra sposi di
diversa condizione sociale, al di fuori delle disposizioni
civili. Anche a prescindere dalle ragioni dell’aspro e oscuro
contrasto che vide opporsi in Roma i due influenti personaggi,
Ippolito testimonia una prassi penitenziale pubblica per
chi commetteva aborto, e ancora una volta attesta che l’aborto
era dai cristiani ritenuto un peccato grave, anzi un omicidio-assassinio.
20.
Quell’incantatore [Callisto] costituì una
scuola…insegnando in tal modo, e per primo concepì
il progetto di fare delle concessioni per ciò che
concerne le passioni umane, dicendo a tutti che da lui erano
rimessi i peccati.……
24. E infatti ha consentito alle donne di elevata condizione
sociale, che non hanno marito e per la loro giovane età
sono accese dal desiderio, se non vogliono umiliare il loro
prestigio contraendo nozze legittime, di avere quel concubino
che si siano scelte, schiavo o libero che sia, e, pur non
essendo legittimamente sposate, di tenerlo in luogo di marito.
25. Da allora donne sedicenti cristiane cominciarono
a ricorrere a droghe abortive e a fasciarsi strettamente
per sopprimere il frutto concepito (nel loro grembo),
poiché non vogliono avere un figlio da uno schiavo
o da un uomo di bassa condizione, dato il loro prestigio
e la consistenza del loro patrimonio. Guardate a che punto
di empietà è giunto quell’uomo senza legge
che insegna l’adulterio e insieme l’assassinio!
CLEMENTE
ALESSANDRINO, Pedagogo II,10 (95-96) = SCh
108,184-185:
CLEMENTE
(150-215ca), maestro della rinomata scuola cristiana di
Alessandria d’Egitto, trattando della contraccezione, parla
delle donne che, per nascondere le relazioni al di fuori
del matrimonio, assumono abortivi (pharmakois)
. Esse insieme al feto (embriô) perdono la
loro umanità (philanthrôpìa).
Qui in modo esplicito il rispetto dell’embrione risulta
essere un atteggiamento fondamentale radicato nella nostra
sensibilità umana (è la «legge naturale»
che lo esige).
95,3
Unirsi senza cercare la procreazione dei bambini significa
oltraggiare la natura ; noi dobbiamo invece metterci alla
scuola di questa natura e osservare i saggi precetti della
sua pedagogia circa il tempo opportuno……
96,1 Tutta la nostra vita procederebbe
secondo natura, se noi dominassimo i nostri desideri fin
dall’inizio e se noi non uccidessimo, con tecniche fraudolente,
l’umana progenie nata secondo i disegni della divina provvidenza
; perché quelle donne che, per nascondere le loro
fornicazioni, usano farmaci abortivi che espellono una materia
del tutto morta, fanno abortire insieme con l’embrione anche
i loro sentimenti di umanità (gr. philanthropìa)…»
CIPRIANO
DI CARTAGINE, Epistola 7,2 a Cornelio = PL
3,729:
In
una lettera al papa Cornelio attorno all’anno 250 San Cipriano
di Cartagine accusa il prete indegno Novato che, tra gli
altri crimini, ha fatto abortire la moglie. L’episodio può
essere stato manipolato dalla polemica: in ogni caso ci
testimonia la gravità con cui era considerato l’aborto
= parricidio. Novato è famoso per essersi posto a
capo di una setta di rigoristi, che dopo la persecuzione
dell’imperatore Decio (250-251) non volevano riammettere
alla Chiesa coloro che avevano ceduto al compromesso (offrendo
il sacrificio all’imperatore o agli dei pagani). Cipriano
fa notare che i piedi di Novato (che ha ucciso il figlio
nel grembo della moglie) hanno commesso un crimine ben più
grave delle mani di chi ha sacrificato per l’imperatore.
Cipriano inoltre attesta per la prima volta l’esistenza
di una procedura penale ecclesiastica anche per il delitto
di aborto, come per gli altri commessi da Novato; procedura
che comportava per il prete la degradazione dal ministero
e la scomunica («sapeva …di essere espulso non
solo dal presbiterio, ma anche dalla comunione con la Chiesa…»).
…
Non possono restare nella Chiesa di Dio coloro che non hanno
conservato la disciplina del Signore e della Chiesa, né
nella pratica delle loro azioni né con la moderazione
dei loro costumi. [Novato] Ha spogliato gli orfani, ha derubato
le vedove, non ha più restituito i fondi alla Chiesa:
per questo denaro rubato merita il castigo che noi già
vediamo inflitto nella sua insania. Ha lasciato morire di
fame anche il padre nel suo quartiere e non gli ha dato
sepoltura. Ha preso a calci nel ventre sua moglie, la donna
ha abortito e così il parto è diventato un
parricidio. E ora osa condannare le mani di quelli che hanno
sacrificato, proprio lui che è maggiormente criminale
a causa dei suoi piedi, che hanno provocato l’uccisione
del figlio che stava per nascere? Già da tempo era
tormentato dalla consapevolezza di questi crimini. Per questo
sapeva già di essere espulso non solo dal presbiterio,
ma anche dalla comunione.[…] Lui sapeva di essere cacciato
e privato della comunione con la Chiesa…
EUSEBIO
DI CESAREA, Praeparatio evangelica, libro VIII,8
= PG 21,619C
Il
passo di Eusebio, che risale agli anni 312-320 d.C., ancora
una volta equipara l’aborto ad un vero e proprio infanticidio.
Si rifà come fonte ad un testo analogo di GIUSEPPE
FLAVIO nell’opera Contro Apione.
La
legge mosaica prescrive di allevare tutti i figli e disse
alle donne di non far abortire e di non distruggere il prodotto
del concepimento; ma se ciò risultasse, [la donna],
avendo soppresso un’anima e diminuito la stirpe, sarebbe
infanticida.
BASILIO
MAGNO, Epistola 188 ad Anfilochio di Iconio, sui Canoni
(174 d.C.),§2 = PG 32, 671
Anfilochio,
vescovo di Iconio, aveva sottoposto a Basilio una serie
di dubbi circa le penitenze da imporre per determinarti
peccati, tra questi l’aborto (canone 2). Voleva sapere come
e se applicare nelle penitenze la distinzione contenuta
nel testo greco (LXX) di Esodo 21,22-25 tra feto formato
e non formato. Basilio risponde scavalcando le sottili discussioni
(gr.:akribologhìa – lat.:subtilius) sull’animazione
del feto e invitando a seguire i canoni approvati ad Ancira
nel 314: l’aborto, a prescindere dalla fase di gestazione
in cui avvenga, è comunque omicidio, e come tale
va punito. La qualifica di omicida riguarda anche la donna
che propone e quella che accetta i farmaci abortivi (canone
8). Quanto alla pena è sufficiente la scomunica per
10 anni (non per tutta la vita), anche se l’effetto salutare
non si misura tanto in base al tempo, ma dall’intensità
del pentimento. A
partire dal secolo IV, nelle omelie e negli scritti dei
Padri si trovano vari riferimenti all’aborto, considerato
come uno dei problemi della pastorale penitenziale. Tra
le cause principali erano le relazioni sessuali illecite
(fornicazione, adulterio), la violazione del voto di verginità,
una concezione del matrimonio che anteponeva la soddisfazione
personale alla procreazione dei figli, e l’avarizia che
portava a vedere i figli soltanto come un onere economico.
San Girolamo, ad esempio, ha parole infuocate contro le
vergini cadute.
Canone 2.
Colei che uccide con artificio il feto è colpevole
di omicidio. Presso di noi, infatti, non si fa la sottile
distinzione (greco: akribologhìa) tra
un essere formato e uno informe. In questo modo si vuole
tutelare con la giustizia non solo il nascituro, ma anche
la madre stessa che si è procurata un danno, poiché,
per lo più, le donne muoiono in seguito a tali pratiche.
Si aggiunge a questo anche l’uccisione del feto, da considerarsi
omicidio, almeno nell’intenzione di coloro che hanno avuto
tale audacia. Bisogna dunque che la loro espiazione si prolunghi
non fino alla morte, ma che sia limitata a dieci anni. Non
sul tempo, ma sull’intensità del pentimento si misura
se un’anima è sanata.
Canone 8: …Ancora, se uno ha preparato
una pozione atta a ottenere qualche altro scopo, ma poi
essa ha ucciso, noi costui lo poniamo tra gli omicidi volontari.
[…] Quindi anche quelle donne che procurano farmaci
capaci di fare abortire sono omicide pure loro, così
come quelle che accettano tali farmaci.
GIROLAMO,
Epistola 22,13 ad Eustochio = PL 22,401-402
Fa
pena doverlo confessare: quante vergini cadono ogni giorno!
Quante la Chiesa, loro madre, ne vede staccarsi dal suo
grembo! ……Ne puoi vedere parecchie, già vedove ancor
prima di essere sposate, le quali vorrebbero nascondere,
sotto mentite spoglie, lo stato miserabile della propria
coscienza: incedono a testa alta e con passo baldanzoso,
finchè non le smaschera l’ingrossamento del ventre
o il vagito dei bimbi. Altre poi pregustano i vantaggi della
sterilità e provocano la morte di un essere umano,
prima ancora del suo concepimento. Talune, appena s’accorgono
d’aver concepito nella colpa, ricorrono ai farmaci capaci
di provocare l’aborto. Non di rado anch’esse ci perdono
la vita, e così discendono all’inferno sotto il peso
d’un triplice delitto: suicidio, adulterio nei confronti
di Cristo e parricidio d’un figlio non ancora venuto alla
luce.
AMBROGIO
DI MILANO, Esamerone: Quinta giornata (VIII discorso) 5,18,58
= SAEMO I,310s
Il
grande pastore di Milano, Sant’Ambrogio (330ca-397), all’interno
della sua predicazione quaresimale sui sei giorni della
Creazione, pronunciata probabilmente nell’anno 387, al quinto
giorno (VIII discorso) descrive con alto lirismo le varie
specie di uccelli del cielo e le loro virtù (che
costituiscono esempi morali per gli uomini). Dopo aver decantato
la sollecitudine della rondine per i suoi piccoli, trae
un analogo esempio dal comportamento della cornacchia ,
e lo contrappone ai deprecabili costumi di certi settori
della società umana del suo tempo (non dissimili
da quelli odierni). Analoghe
considerazioni si trovano anche nella Sesta Giornata (IX
discorso) a proposito dell’istinto naturale che hanno gli
animali nell’accudire e proteggere i propri piccoli.
Gli
uomini imparino altresì ad amare i figli dalle affettuose
consuetudini delle cornacchie: queste, anche mentre i loro
piccoli sono in volo, tengono loro dietro con premurosa
vigilanza, e, preoccupandosi che non vengano meno per la
loro debolezza, premurose li imboccano, e per moltissimo
tempo non trascurano di nutrirli. Al contrario le madri
di questa nostra specie umana fanno presto a svezzare anche
i figli che amano, e, se poi sono benestanti, non hanno
nemmeno voglia di allattarli; le più povere se ne
disfano, li abbandonano, e, se vengono ritrovati, li disconoscono.
Anche i ricchi, per non dividere il loro patrimonio tra
più eredi, rinnegano i propri feti nell’utero, e
con veleni parricidi estinguono i frutti del loro ventre,
quando ancora sono nell’alvo che li ha generati: e così
la vita viene tolta prima ancora di essere trasmessa. Chi,
se non l’uomo, ha insegnato a ripudiare i propri figli?
Chi ha inventato diritti paterni tanto crudeli?
Id.,
Esamerone: Sesta giornata (IX discorso) 6,4,22 = SAEMO
I,362ss:
…E’
la natura che ha impresso nelle bestie l’istinto di amare
i propri piccoli, di accudire ai propri figli.… Quale belva
non sarebbe pronta ad offrirsi spontaneamente per i suoi
piccoli? Quale fiera, sebbene circondata da innumerevoli
schiere di cacciatori armati, non saprebbe proteggere i
suoi figli con le sue stesse viscere? Le piombi pure addosso
una densa moltitudine di dardi, essa preserva dal pericolo
la loro incolumità, facendo riparo ai suoi piccolini
col muro del proprio corpo. Che cosa ha l’uomo da dire a
questo proposito, egli che trascura il comandamento, e dimentica
la natura? Il figlio disprezza il padre, il padre ripudia
il figlio; e per di più pensano di esercitare un
diritto, quando condannano la propria fecondità.
Ma è piuttosto il padre a condannare se stesso, quando
riduce al nulla l’essere a cui ha dato la vita: e questo
si ritiene un segno di autorità, punire con la sterilità
la natura.
GIOVANNI
CRISOSTOMO, Commento alla lettera ai Romani, omelia 24,4
= PG 60,426-427:
San
Giovanni Crisostomo (350ca - 407 d.C.) parla di aborto in
un’omelia esegetica (di commento alla lettera paolina ai
Romani), a proposito delle conseguenze della ubriachezza:
Perché
semini dove il campo si affretta a guastare il frutto? Dove
sono molti gli anticoncettivi (tà atokìa),
dove l’uccisione precede la procreazione? Ed invero la prostituta
non solo la lasci rimanere prostituta, ma la rendi omicida.
Vedi? Dall’ubriachezza la fornicazione, dalla fornicazione
l’adulterio, dall’adulterio l’uccisione. Anzi, anche peggio
della uccisione. Non so infatti come la chiamerò:
invero non elimina dei nati, ma addirittura impedisce la
nascita. E che dunque? Anche il dono di Dio offendi e contro
le sue leggi combatti e quello che è maledizione
come benedizione persegui, e la sede della generazione rendi
sede di uccisione, e la donna data per mettere al mondo
dei figli, induci all’uccisione?
TEODORETO
DI CIRO, Terapia delle malattie elleniche (Graecarum affectionum
curatio), libro IX 51-52 = SCh 57/b, 351-352
Teodoreto
(393-466 ca), teologo ed ultimo grande esegeta della scuola
antiochena, vescovo della cittadina di Ciro presso Antiochia
di Siria, nel primo periodo della sua produzione (anni 420-430
ca) compose l’ultima delle grandi apologie cristiane antipagane,
che abbiamo interamente conservata, La terapia delle malattie
elleniche. Il paganesimo allora conosceva un certo «revival»
grazie alla propaganda di intellettuali che divulgavano
gli scritti di Plotino, Porfirio, Filostrato, Ierocle, Giamblico.
In questo contesto Teodoreto con la sua opera intende offrire
ai greci pagani gli strumenti per guarire dalla malattia
procurata loro dall’ignoranza della verità; dall’altra
si tratta di rilevare le incoerenze dei filosofi greci,
ma anche i punti di contatto tra le loro dottrine e le Scritture
dei cristiani. In 12 discorsi vengono messe a fronte le
risposte pagane e quelle cristiane alle fondamentali questioni
filosofiche.
Nel libro IX, che si occupa delle leggi civili, Teodoreto
non poteva trascurare la posizione di alcuni tra i maggiori
filosofi greci, che avevano ammesso o addirittura prescritto
in alcuni casi l’aborto. Qui viene chiamato in causa soprattutto
PLATONE (427-347 a.C.), che nel brano citato della Repubblica
V, 460-461, ma anche nel libro delle Leggi, propone l’utopia
della generazione umana nell’esclusivo interesse dello Stato,
il quale avrebbe competenza di regolamentarla anche col
controllo delle nascite. Ma si potrebbe citare anche l’opinione
di ARISTOTELE (384-322 a.C.) che, nella sua Politica VII,14.10,
accetta a certe condizioni l’aborto in luogo della “esposizione”
dei figli indesiderati. E’ noto che il mondo greco – anche
nella sua legislazione - espresse per lo più una
mentalità permissiva nei confronti dell’aborto procurato.
Tuttavia sembra che fosse almeno materia di discussione
davanti ai tribunali di Atene, secondo le testimonianze
di STOBEO, Flor. 74,61 e 75,15. Anche la tradizione giuridica
e legislativa dell’impero romano inizialmente non poneva
impedimenti all’aborto. Occorrerà attendere il regno
dell’imperatore Settimio Severo (193-211 d.C.) e del figlio
Caracalla (211-217 d.C.) per riscontrare una legge penale
contro l’aborto. Poi dal secolo IV d.C. i concili della
Chiesa cominceranno a fissare le pene canoniche contro le
donne colpevoli di aborto, nella convinzione che provocare
un aborto comunque significa uccidere un uomo.
Ma
occorre tener conto anche di altre leggi del Filosofo (Platone).
Sono sue infatti anche queste: «La donna comincerà
a dare figli allo Stato a partire da vent’anni [fino a quaranta].
E l’uomo, dopo che avrà superato il tempo della corsa
più ardente, procreerà per lo Stato fino a
cinquantacinque anni». Queste cose in apparenza non
hanno nulla di dannoso, ma le loro conseguenze sono meritevoli
non di risa, ma di lamenti e di un fuoco che distrugga queste
leggi meravigliose: dice infatti così (Platone):
«Quando invece le donne e gli uomini avranno passato
l’età di procreare, li lasceremo – io credo – liberi
di unirsi a chi vogliano …… , raccomandando loro di prendere
le più grandi precauzioni per non portare alla luce
neanche un figlio [anche quando l’abbiano concepito], e
se dovesse nascere per forza, di trattarlo come se non potesse
essere allevato» . Quale Echeto o quale Falaride ha
stabilito simili leggi? E chi ha mai avuto tanta audacia
da far passare tali propositi sanguinari per delle azioni
legittime? Infatti raccomandando di non portarli alla luce,
non c’è dubbio che egli inciti a distruggere i feti
con farmaci abortivi, e comunque quelli che sopravvivono
all’effetto del farmaco e vengono partoriti, sono esposti
in modo tale che non ricevono le minime cure, ma muoiono
di fame o di freddo o diventano preda delle bestie. Quale
eccesso di crudeltà sorpassa queste cose?
AGOSTINO
DI IPPONA, De nuptiis et concupiscentia, 1, c.15, 17
= PL 44,423-424 = CSEL 42,230:
A
motivo delle sue idee sul matrimonio Sant’Agostino (354-430)
fu ripetutamente attaccato dal pelagiano Giuliano d’Eclano
e fu accusato di essere rimasto legato ad una visione manichea.
In risposta Agostino scrisse il De nuptiis et concupiscentia
(nel 419-420 circa), dove ripropone la celebre dottrina
sui beni del matrimonio. Qui per la prima volta si parla
dell’interdipendenza tra il peccato di aborto e la contraccezione,
che sono gravissimi attentati non solo contro l’aspetto
procreativo del matrimonio, ma anche contro quello unitivo
per la coppia. I beni del matrimonio infatti costituiscono
una totalità unica: per cui se si esclude o si corrompe
uno solo di essi, anche gli altri sono guastati. Le affermazioni
sono di grande vigore. Il passo fu ripetutamente citato
da teologi e canonisti medievali ed è passato alla
storia come l’argomento Aliquando (dall’incipit del testo
in latino).
Tra gli altri numerosi interventi di Agostino sulla tematica,
vengono riportati di seguito i passi più salienti
ed espliciti.
Talora
questa dissoluta crudeltà, o dissolutezza crudele,
arriva al punto di procurare anche i veleni della sterilità;
e, se a nulla sia servito, ad annullare e dissolvere in
qualche modo nell’utero i feti concepiti, volendo piuttosto
che la su prole si estingua anziché viva, o, se già
nell’utero viveva, sia uccisa prima di nascere. Certo, se
sian così entrambi, non sono coniugi; e se così
furono dall’inizio, non in matrimonio (connubium) si congiunsero,
ma piuttosto in adulterio (stuprum). Se invece non sono
così entrambi, oso affermare che: o lei in un certo
modo è prostituta del marito o lui adultero della
moglie.
Id., Sermones de Vetere Testamento 10,5 = CCL
(1961), 41,157
Se
però alla nutrice faccia piacere il figlio che ha
concepito, e quel che ha concepito non espella dalle sue
viscere con pozione abortiva, spinta dalla dissolutezza
o dall’avidità di una turpe mercede, affinché
la fecondità non la ostacoli nel peccare.
Id.,
Enarrationes in Psalmos 57,5 (del 415 circa) = PL 36,678
= CCL 39,713
Agostino
- sulla scorta dell’espressione evangelica di Mt 1,20 (quod
in ea natum est, de Spiritu Sancto est) - significativamente
parla di 2 nascite dell’uomo: dapprima si nasce già
nelle viscere materne (col concepimento) e poi dalle viscere
materne (nascita). L’uso agostiniano del verbo nasci al
posto di concipi è estremamente indicativo della
considerazione che egli riserva alla vita prenatale: l’uomo
concepito è già nato!
…per
una specie di sacramento sei nato nelle viscere materne.
L’uomo, infatti, non solo nasce dalle viscere, ma anche
nelle viscere. Prima si nasce nelle viscere, perché
si possa nascere dalle viscere. Per questo fu detto anche
di Maria: «quello che è nato in lei, viene
dallo Spirito Santo» (). Non era ancora nato da lei,
ma era già nato in lei.
Id.,
Contra Iulianum, IV (421 d.C.) = PL 44,847
Agostino
argomenta a partire dal caso del battesimo della gestante
in pericolo di morte. La prassi liturgica cristiana, codificata
nel can. VI del Sinodo di Neocesarea, ha sempre ritenuto
che il battesimo non si trasmetta anche al feto, non ritenendolo
«pars viscerum» (= parte delle viscere
materne), come spesso era definito dagli scrittori pagani.
Tale opinione, diffusa soprattutto tra gli stoici, trovò
espressione nel principio del giureconsulto Ulpiano: «partus
antequam edatur mulieris portio est». Invece
non fu e non è così nella prassi liturgica
e nel pensiero della Chiesa, dove il feto è considerato
un essere distinto e a sé stante, benché momentaneamente
dipendente dal corpo della madre.
…se
quel che in essa è concepito appartenesse al corpo
della madre, sì da reputarsi parte di lei, non si
battezzerebbe l’infante la cui madre, per qualche imminente
pericolo di morte, fu battezzata quando lo portava in seno.
Ora certo, quando anche lui viene battezzato, non lo si
riterrà assolutamente battezzato due volte. Non apparteneva
infatti, allorché era nell’utero, al corpo materno.
Id.,
Enchiridion 85 = PL 40,272 = CCL 46
Al
numero 85 dell’Enchiridion ad Laurentium de fide et spe
et caritate (anno 421) Agostino si pone la questione circa
la sorte futura dei feti abortivi e ipotizza – sia pure
in forma dubitativa – che anche per i feti informi la resurrezione
sia un completamento ad opera del Creatore di ciò
che rimase in essi incompiuto. Lo stesso pensiero di lì
a pochi anni viene ripreso e più ampiamente sviluppato
nell’ultimo libro (XXII) del grande trattato Sulla città
di Dio (anni 425-427 circa)
Fin dal §4 del libro XXII Agostino dedica un’ampia
trattazione alla dottrina della resurrezione dei corpi,
rispondendo alle più diffuse obiezioni che circolavano
in ambienti popolari come pure in ambienti colti. “Uomini
dotti e sapienti” ricaverebbero un argomento contrario
alla resurrezione dei corpi dal passo in cui Cicerone, dopo
aver affermato che Ercole e Romolo da uomini furono fatti
dèi, aggiunge: «I loro corpi non furono sollevati
al cielo; la natura non lascerebbe che quel che proviene
dalla terra non dimori nella terra» . Dopo aver risposto
all’obiezione generale, Agostino nel §12 procede a
smontare altre sottigliezze con le quali i “ragionatori”
metterebbero in ridicolo la dottrina della risurrezione
dei corpi (si tratta di argumenta per absurdum). La prima
di esse è proprio l’argomento circa il corpo risorto
dei feti abortiti (affrontato al §13). La seconda pone
le stesse obiezioni circa il corpo risorto dei bambini morti
in tenera età (§14). Seguono altre di quelle
“sottili obiezioni” che qui non prendiamo in considerazione.
85:
Onde anzitutto si presenta il problema dei feti abortiti,
già nati bensì nell’utero materno, ma non
ancora in modo da poter poi riconoscere. Se avremo detto
che risorgeranno, si può comunque accettare l’affermazione
per i già formati; ma per gli abortiti informi, chi
non riterrebbe più facilmente che periscano al par
dei semi non concepiti? Ma chi oserebbe negare, anche se
affermare non oserebbe, che la resurrezione operi nel senso
di completare ciò che nella forma mancò?
Id., De civitate Dei XXII,
12,1; 13-14; 21 = CSEL 40 = CCL 48
L’argomentazione
agostiniana è indubbiamente rilevante, soprattutto
perché muove dall’esigenza di affermare integralmente
e universalmente una verità centrale e irrinunciabile
per la nostra fede: quella della resurrezione dei corpi,
e fa questo ancorandosi alla verità della Parola
del Signore, in particolare del versetto di Luca 21,18:
Nemmeno un capello del vostro capo perirà. L’argomento
agostiniano rimane oggi prezioso sia in ordine alla fede
escatologica nella resurrezione dei corpi (alla quale i
feti abortiti non faranno eccezione), sia in ordine al culto
di onore e agli atti propri della pietà umana e cristiana
da riservarsi anche ai resti corporali dei feti abortiti
(in particolare con l’opera di misericordia corporale della
sepoltura).
XXII,12
[Obiezioni contro la risurrezione dei corpi] Costoro
però vanno in cerca di sottigliezze e di solito,
beffandosi della nostra fede nella resurrezione della carne,
la mettono alla prova domandando se risorgeranno anche i
feti abortiti. E poiché il Signore ha detto: «Nemmeno
un capello del vostro capo perirà» , domandano
ancora se la statura e la forza saranno uguali in tutti
o se nei corpi ci saranno differenze di grandezza. Se infatti
tutti i corpi saranno uguali, i feti abortiti donde riceveranno
quella mole fisica che non ebbero, se anch’essi risorgeranno?
Se invece non risorgeranno, poiché la loro più
che una nascita è stata un’espulsione, costoro rivolgono
lo stesso interrogativo per i bambini, domandando come potranno
raggiungere quelle dimensioni fisiche di cui sono privi
ora, se muoiono in questa età. Certo noi non diremo
che saranno esclusi dalla risurrezione quelli che non solo
sono in grado di nascere, ma anche di rinascere. […]
XXII,13. Con la misericordia di Dio,
che sostiene i miei sforzi, cercherò quindi di rispondere
a tali obiezioni che mi sembrano provenire, secondo l’elenco
che ne ho fatto, dai nostri avversari.
Riguardo ai feti abortiti, che sono morti nel seno della
madre dopo esser vissuti per un certo periodo, io non mi
azzardo né ad affermare né a negare la loro
risurrezione; tuttavia non vedo come sia possibile escludere
anche loro dalla risurrezione dei morti, se non vengono
cancellati dal novero dei morti. Infatti o non tutti i morti
risorgeranno e alcune anime umane rimarranno in eterno senza
i corpi, pur avendo avuto corpi umani, anche se nelle viscere
materne; oppure se tutte le anime umane riceveranno i rispettivi
corpi nell’atto di risorgere, indipendentemente dal luogo
in cui vissero e da quello in cui morendo sono stati lasciati,
non vedo come si possano escludere dalla risurrezione dei
morti tutti coloro che sono morti anche nel seno materno.
In ogni caso, quale che sia l’ipotesi prescelta, ciò
che diremo riguardo alla risurrezione dei neonati si deve
intendere come riferito anche a quelli.
XXII,14. Riguardo ai neonati noi non
diremo altro che questo: essi non risorgeranno con le stesse
piccole dimensioni fisiche con cui sono morti, poiché
per l’intervento mirabile e prontissimo di Dio riceveranno
ciò che avrebbero avuto più tardi con il trascorrere
del tempo. Infatti quel pensiero del Signore, che dice:
«Nemmeno un capello del vostro capo perirà»
, afferma che non mancherà ciò che ci fu,
ma non nega che ci sarà ciò che mancò.
Ora, ad un neonato morto è mancata la perfezione
del corpo come quantità; anche un neonato perfetto
infatti non è perfetto nella grandezza fisica, che
avrà raggiunto quando la sua statura non potrà
aumentare ulteriormente. Sin dal concepimento e dalla nascita
tutti possiedono la misura di questa perfezione, ma la possiedono
come principio, non materialmente, così come tutte
le membra sono latenti nel seme, anche se dopo la nascita
qualcuna non è ancora presente, come per il caso
dei denti, e via dicendo… In questo principio, in certo
senso riposto nella materia corporale di ciascuno, sembra
per così dire che già sia stato ordito ciò
che ancora non esiste, o piuttosto ciò che è
nascosto, ma che con il passare del tempo esisterà
o piuttosto apparirà.
In questo principio dunque il neonato possiede già
quella statura bassa o alta che avrà in futuro. Tenendo
conto di ciò, quindi, noi non dobbiamo assolutamente
temere nella resurrezione del corpo una perdita per il corpo
stesso, poiché anche se tutti saranno uguali in modo
da raggiungere la grandezza dei giganti, perché i
più alti non perdano parte della loro statura, secondo
il pensiero di Cristo che nemmeno un capello del capo perirà,
come potrà mancare al Creatore, che ha creato tutto
dal nulla, il modo di aggiungere ciò che Egli, da
artefice mirabile, ritiene necessario aggiungere?
XXII,21. Verrà quindi restituito
tutto ciò che era andato perduto dei corpi vivi o
dei cadaveri dopo la morte e risorgerà, rivestito
d’incorruttibilità e d’immortalità, assieme
a quel ch’è rimasto nel sepolcro, trasformato dalla
vetustà di un corpo animale alla novità di
un corpo spirituale . Ed anche se, per qualche grave incidente
o per la
crudeltà dei nemici, il corpo intero è stato
completamente polverizzato e disperso nell’aria e nell’acqua,
senza che ne possano restare tracce, per quel che è
possibile, non potrà assolutamente esser sottratto
all’onnipotenza del Creatore e non perirà un capello
del suo capo.
CESARIO
DI ARLES, Sermone 1,12 = CCL 103
San
Cesario (470-542), vescovo di Arles (Francia meridionale)
agli inizi del secolo VI, a più riprese nei suoi
sermoni al popolo si occupa del problema, lasciandoci chiare
e vigorose testimonianze di condanna dell’aborto.
Chi
c’è (dei predicatori) che non possa dire…
nessuna donna prenda delle pozioni per l’aborto perché,
quanti già nati o ancora in gestazione abbia uccisi,
di tanti stia pur sicura che dovrà rispondere davanti
al tribunale di Cristo? Chi c’è che non possa dar
l’ammonimento che nessuna donna deve prendere una pozione
per cui non possa poi concepire, e condannare in sé
una natura che Dio volle che fosse feconda: perché,
per quanti avrebbe potuto concepire o partorire, di altrettanti
omicidi sarà ritenuta in colpa, e, salvo il soccorso
di una adeguata penitenza, sarà condannata a morte
eterna all’inferno; e la moglie che ormai non vuole aver
figli faccia un patto sacro con il marito, così che
la sterilità della donna cristiana non sia data che
dalla castità?
Id.,
Sermone 19 = CCL 103,91
…a
tutte le figlie vostre rivolgo con paterna sollecitudine
l’ammonimento che nessuna donna prenda delle pozioni per
l’aborto, né uccida i figli suoi concepiti o nati;
ma quanti abbia concepito o li allevi essa stessa o li dia
da allevare ad altri: perché quanti ne abbia uccisi,
per altrettanti rea di omicidio risulterà nel giorno
del giudizio.
Id., Sermone 52,4 = CCL 103
Non
forse, carissimi, il diavolo manifestamente opera i suoi
inganni, quando convince certe donne, dopo che hanno messo
al mondo due o tre figli, per gli altri successivi o ad
ucciderli già nati, o a prendere una pozione abortiva,
nel timore di non poter eventualmente, se avessero un maggiore
numero di figli, essere ricche?… Prendono perciò
con uso sacrilego e parricida, velenose pozioni, per colpire
d’immatura morte nelle viscere materne la non ancora perfetta
vita dei figli.
SAN
MASSIMO IL CONFESSORE, Ambiguorum liber. Contra eos qui
corpora ante animas existere affirmant = PG
91,1338
San
Massimo fa propria la distinzione aristotelica di una triplice
anima: vegetativa, sensitiva, intellettiva. Le tre sono
compresenti nell’essere umano fin dal primo istante del
concepimento, anche se non tutte pienamente sviluppate:
ciò costituisce da subito l’assoluta novità
dell’essere umano rispetto al vegetale e all’animale.
In
appendice a questo itinerario patristico, nel quale si è
cercato di mantenere l’ordine cronologico, accostiamo anche
la preziosa testimonianza di alcuni scritti cristiani detti
“apocrifi”, in quanto le Chiese della Cristianità
antica normalmente non li accolsero nel Canone delle Scritture
ispirate (pur trattandosi di Vangeli, Epistole, Apocalissi,
tutti generi letterari del nostro Nuovo Testamento). Benché
alcuni apocrifi, o alcune parti di questi scritti, furono
apertamente respinti come inautentici, falsi, o addirittura
eterodossi, tuttavia altre parti o altri scritti furono
letti, conosciuti, apprezzati, raccontati e meditati, venendo
a rappresentare sia l’espressione che l’alimento della spiritualità
dei cristiani. In tal modo, senza ottenere il valore autoritativo
degli scritti propriamente “canonici” o “patristici”, costituiscono
comunque una preziosa testimonianza circa la fede e il costume
della Chiesa antica.
Tra questi sicuramente vanno collocate le visioni di tipo
apocalittico nelle quali l’autore descrive la pena più
o meno dolorosa dei dannati nell’inferno, rivelandoci così
il giudizio circa la gravità morale del peccato che
hanno commesso. In tre di queste fonti apocalittiche “apocrife”
(Apocalisse di Pietro, Apocalisse di Paolo, Oracoli sibillini
cristiani) si descrive espressamente la dannazione e la
pena di donne che hanno procurato l’aborto.
Se
affermate che [l’embrione] abbia solo un’anima
deputata al nutrimento e alla crescita, secondo questo ragionamento
quel corpo che secondo voi si nutre e cresce, sarà
senza dubbio di una pianta, non di un uomo. E in che modo
l’uomo possa essere padre di una pianta, per quanto cerchi
di sforzarmi, non riesco a capirlo, in quanto evidentemente
non possiede la natura umana. Se, al contrario, affermate
che nell’embrione vi sia solo un’anima sensitiva chiaramente
sia l’embrione dell’asino o del bue o di un altro animale
terrestre o di un uccello al momento del concepimento, avrebbero
la stessa anima e, per natura, l’uomo non sarebbe padre
di un uomo nella prima unione , ma di una pianta o di un
animale. E non è assurdo o irrazionale questo?
Apocalisse
di Pietro (135 d.C. ca) = ERBETTA vol.III,209ss
E’
la più importante apocalisse apocrifa, composta tra
il 125 e il 150; godette di grande stima tra gli antichi
autori, alcuni – come CLEMENTE ALESSANDRINO - la considerarono
addirittura canonica. Nel 1910 è stato trovato il
testo completo in una traduzione etiopica. Contiene soprattutto
visioni che descrivono la bellezza del premio celeste e
l’orrore dell’inferno con le sue pene: è il primo
tentativo cristiano di fare luce sulle sorti dei singoli
dopo la fine. Viene qui riportato il passo che ci interessa
nelle due versioni (la greca, frammentaria e l’etiopica,
più completa).
Dal
frammento greco scoperto ad Akhmim nel 1886-87
= ERBETTA III,217-218
21.
Quindi io vidi un altro luogo, al di là
di quello, completamente immerso nelle tenebre. Era il luogo
della punizione. […]
26. Vicino a quel posto ne vidi un
altro angusto, dove confluiva il fetido marciume di quelli
che erano puniti e vi formava una specie di lago. Là
eran poste donne, immerse fino al collo nella marcia. Di
fronte a loro sedevan piangendo molti bambini, nati prima
del termine. Da questi partivano getti di fuoco che percuotevano
le donne negli occhi. Erano quelle che avevano concepito
fuori del matrimonio ed avevano abortito.
Dalla
versione etiopica – testo completo (scoperta nel 1910) –
probabilmente più vicina all’originale =
ERBETTA III,221-222
La
convinzione che i bimbi abortiti non fossero trascurati
da Dio, ma venissero da Lui affidati ad un Angelo curatore
(o custode) – contenuta nella versione etiopica dell’Apocalisse
di Pietro – viene più volte richiamata da altri autori
d’età patristica, come CLEMENTE ALESSANDRINO († 210
ca.) e METODIO DI OLIMPO († 311 ca.). Evidentemente rispondeva
alla comune credenza dei cristiani e alla spontanea domanda
circa la sorte di questi piccoli innocenti.
8.
Accanto alla fiamma suddetta c’è una fossa, grande
e molto profonda, dove fluisce ogni cosa da ogni dove: sterco,
cose abominevoli e rifiuti. Delle donne vi sono immerse
fino al collo e sono tormentate con grandi pene. Sono quelle
che causano l’aborto dei loro figli, rovinando così
l’opera di Dio che l’ha creata. Di fronte c’è un
altro luogo, dove dimorano i loro figli vivi, i quali gridano
alla volta di Dio. Lampi si sprigionano da questi bambini
e penetrano negli occhi di chi, fornicando, ha procurato
la loro rovina.
Altri, uomini e donne, si trovano sopra di loro, nudi, mentre
i loro figli si trovano di fronte, in un luogo di felicità.
Questi gemono e gridano alla volta di Dio per i loro genitori,
dicendo: “Sono loro che hanno negletto, maledetto e trasgredito
i tuoi comandamenti e ci hanno consegnati alla morte! Hanno
maledetto l’angelo che ci ha formati, ci hanno impiccati
e ci hanno sottratto la luce, che tu hai stabilita per ogni
creatura”. Intanto il latte delle loro madri si coagula,
mentre fluisce dalle loro mammelle. Di lì nascono
bestie, che divoran la carne. Queste, uscite fuori, si rivolgono
a tormentar le donne, insieme ai loro mariti, in eterno,
per aver dimenticato i comandamenti di Dio ed aver ucciso
i loro figli. Costoro però vengono consegnati all’angelo
curatore (=Temlakos), mentre quelli che li uccisero saranno
tormentati per sempre, essendo tale il volere divino.
CLEMENTE
ALESSANDRINO, eclogae propheticae 41,1-2 = ed.
STÄHLIN 149 = ERBETTA III,215
La
Scrittura dice che i bambini esposti sono consegnati ad
un angelo curatore, da cui sono educati e così crescono.
Essi diverranno – dice – come i fedeli di cent’anni in questa
vita. Perciò anche Pietro nell’Apocalisse afferma:
E una folgore di fuoco, sprigionandosi da quei bambini e
colpendo gli occhi delle donne…
Ibid.,
48-49 = ed. STÄHLIN 150 = ERBETTA III,215
La
divina Provvidenza non scende solo su quelli che sono nella
carne. Pietro, per es., nell’Apocalisse dice: i bambini,
nati fuori tempo, ma destinati a sorte migliore, sono consegnati
a un angelo curatore. Divenuti così partecipi della
conoscenza, avranno la dimora migliore, dopo aver esperimentato
ciò che avrebbero provato pur rimanendo nel corpo.
Gli altri invece (privi di tale predestinazione)
raggiungeranno unicamente la salvezza, al pari di individui
fatti oggetto di compassione per l’ingiustizia sofferta.
Loro premio sarà di vivere senza dolori.
Ma il latte delle madri che scorre dai petti e che si coagula
– dice Pietro nell’Apocalisse – genererà delle bestioline
che consuman le carni. Queste, correndo verso di loro, le
divorano: e così insegna che i peccati sono la causa
dei tormenti (=corrispondono ai tormenti).
METODIO
DI OLIMPO, Il Simposio II, 6 = ed. BONWETSCH
23s = ERBETTA III,215
Di
METODIO, vescovo di Olimpo nella Licia, morto martire in
Eubea nel 311 circa, ci è rimasta nell’originale
questa sola opera, il Simposio (o Sulla verginità),
in forma dialogica. Dieci vergini intervengono successivamente
sul tema della verginità: un po’ tutto il secondo
discorso, messo sulla bocca della vergine Teofila, concerne
il bene della fecondità e della procreazione. In
II,2 la fecondità della coppia umana è contemplata
quale strumento della perenne fecondità di Dio (Dio
continua a plasmare l’uomo). In una visione così
positiva viene posta l’obiezione circa i figli concepiti
o nati da rapporti illegittimi (adulterio), figli che spesso
– in quella cultura - venivano abortiti o esposti. L’autore
è molto sicuro nel distinguere tra la condanna del
rapporto adultero e la sorte riservata a questi piccoli
innocenti concepiti comunque per l’intervento meraviglioso
di Dio Creatore. E a questo proposito richiama il passo
dell’Apocalisse di Pietro.
…la
natura non avrebbe potuto compiere così grande opera
in poco tempo senza l’intervento di Dio. Chi ha composto
la fragile sostanza delle ossa? Chi legò insieme
le membra ai muscoli perché si tendessero e si rilassassero
piegandosi alle articolazioni? E qual dio fece lievitare
il succo impregnandolo col sangue e trasse la carne molliccia
dalla terra, se non un unico ottimo artefice , che creando
l’immagine di sé razionale e l’uomo vitale, che siamo
noi, plasma nel grembo partendo da pochissime e umide gocce
di seme? Chi è colui che si prende cura perché
il feto non sia soffocato dagli umori e dallo stretto ambito
in cui è racchiuso? Chi, dopo il parto e l’uscita
alla luce, conferisce grandezza, bellezza e vigore a ciò
che è piccolo e debole, se non proprio quell’ottimo
artefice, come ho detto, cioè Dio che con la sua
potenza creatrice mette in atto le sue idee confermandole
a Cristo?
Ne consegue che, secondo ciò che abbiamo appreso
nelle Scritture ispirate, quanti nascono [= gli abortivi?],
benché frutto dell’adulterio, sono consegnati a degli
angeli curatori . Se venissero al mondo contrariamente al
volere e alla disposizione di quella natura beata di Dio,
come potrebbero costoro venire consegnati a degli angeli
per essere nutriti in molta pace e tranquillità?
E come potrebbero convocare con ogni franchezza al tribunale
di Cristo i loro stessi genitori per accusarli, dicendo:
Tu, o Signore, non ci privasti della tua luce che è
per tutti. Sono loro che ci esposero alla morte disprezzando
il tuo comandamento? E’ scritto infatti: “I figli nati da
illegittime unioni accuseranno di malvagità i loro
genitori quando, interrogati, dovranno dire il vero”(Sap
4,6).
Apocalisse
di Paolo o Visio Pauli (prima del 250 d.C.), 40
= ERBETTA III,374-375
Si
tratta di un’altra Apocalisse apocrifa, attribuita all’apostolo
Paolo in base a 2 Corinti 12,1-4 (…verrò alle visioni
e alle rivelazioni del Signore…), ma composta da autore
ignoto prima dell’anno 250 (ORIGENE DI ALESSANDRIA è
il primo che ne attesta l’esistenza), probabilmente in area
egiziana. Fu scritta in greco, anche se – per la sua fama
- ci è giunta in numerosi codici di varie lingue
(armeno, copto, greco, siriaco, latino, arabo, antico italiano,
francese, inglese , danese, serbo e russo……).
Lo scritto contiene visioni dell’al di là: alterna
visioni felici del Paradiso alla visione orripilante dei
supplizi infernali. Al n.40 si descrive la pena di chi ha
procurato l’aborto o gettato gli infanti. Dal confronto
con le pene più lievi attribuite ad altri peccati
si vede come l’autore rimarchi alla coscienza dei cristiani
la particolare gravità dell’aborto e dell’infanticidio.
Guardai
e vidi altri uomini e donne, su un obelisco di fuoco. Delle
bestie li laceravano e non potevano neppure dire: «Signore,
abbi pietà di noi!». Vidi l’angelo dei tormenti
infierire crudelissimamente contro di loro e dire: «Riconoscete
il Figlio di Dio! Già lo si era detto a voi! Quando
però le scritture vi eran lette dinanzi, non vi ponevate
attenzione. Perciò il giudizio di Dio è giusto:
i vostri misfatti vi hanno afferrati e condotti a questi
tormenti». Io scoppiai in singhiozzi e piansi. Domandai:
«Chi sono questi uomini e donne che sono soffocati
nel fuoco e scontano la pena?». Rispose: «Sono
le donne che profanarono la creatura di Dio, quando diedero
alla luce dei bimbi dai loro seni; e questi sono gli uomini
che giacquero con loro. Ma i loro bambini fanno appello
al Signore Dio ed agli angeli incaricati ai tormenti, dicendo:
“Vendicaci dei nostri genitori , perché essi hanno
profanato la creatura di Dio. Benché fossero possessori
del nome di Dio, non osservarono i suoi comandamenti, ma
ci diedero in pasto ai cani e ci fecero pestare dai porci.
Altri furon gettati nel fiume”. Questi bimbi però
furon consegnati agli angeli del tartaro per essere trasportati
in un luogo spazioso di misericordia. I loro padri e le
loro madri invece sono soffocati in preda ad un tormento
eterno».
Oracula Sibyllina (Oracoli
Sibillini cristiani, 150 d.C. circa), libro II, vv. 281s
= ERBETTA III,502-503
Un
altro scritto di genere apocalittico (anch’esso un apocrifo)
ci offre la visione delle abortiste punite nell’inferno.
L’autore cristiano del libro II degli Oracoli Sibillini
descrive vivacemente la fine del mondo presente e il giorno
della resurrezione e del giudizio universale: davanti a
Dio Onnipotente che siede in giudizio con Cristo sfilano
tutti i giusti e tutti gli empi. Passando attraverso la
fiamma inestinguibile e il fiume di fuoco (giudizio divino)
questi son salvati, mentre quelli son per sempre perduti.
Segue il minuzioso elenco degli empi dannati (vv.255-283).
Tra questi, verso la fine dell’elenco, vede anche le donne
che hanno procurato l’aborto o esposto i loro bambini (vv.281s).
Segue la descrizione della pena eterna di tutti i dannati
(inferno).
[238]
Risuscitati i morti e sciolto il destino,
Sabaoth Adonai, nell’alto tonante, sul trono celeste
[240] si asside e una grande colonna è da lui
innalzata.
Quivi, sulla nube, l’Eterno raggiunge, eterno lui pure,
Cristo, in tutto il suo splendore con i suoi angeli puri.
Alla destra del Grande si asside e dal trono giudica
la vita dei pii e parimenti la condotta degli empi.
[252] Quindi insieme il fiume di fuoco attraverseranno
e la fiamma inestinguibile. I giusti
sono tutti salvati; perduti per sempre son gli empi:
[255] quanti dianzi il male han consumato………
[279] quelli inoltre che la propria carne con la lussuria
imbrattarono;
[280] quanti il cingolo verginale hanno sciolto,
unendosi di nascosto; donne, che il frutto nel ventre fanno
abortire
o che i figli scelleratamente gettano via.
[285]………, là dove tutto all’intorno
un torrente di fuoco inestinguibile scorre. Costoro quindi
insieme
gli angeli incorruttibili del Dio immortale ed eterno,
con fruste infocate e catene ignite,
terribilmente dall’alto puniranno,
[290] dopo averli legati con legami che non si spezzano.
E quelli nella buia oscurità della notte
saranno gettati, laggiù, tra le molte e terribili
fiere della geenna,
dove tenebra impenetrabile regna.