Il
neoconcepito
della
Dott.ssa Adele Caramico (Bioetica
e Famiglia)
La
vita di ogni persona, di solito, è piena di progetti
e di desideri da voler realizzare che portano poi al raggiungimento
di quegli scopi che l’uomo si propone per la realizzazione
di se stesso. Il tempo è strettamente collegato allo
sviluppo dell’opzione fondamentale di ogni individuo. Solo
quando sopravviene la morte, il tempo, per l’uomo, non esiste
più. Ma, anche quando viene meno il desiderio, per
l’uomo non c’è più vita, anche se biologicamente
è in vita. Non avere attese significa quindi non
avere più desiderio. Il desiderio e l’attesa sono
due elementi fondamentali dell’esistenza umana in quanto
fanno in modo che l’uomo viva realmente e non vegeti.
Un
periodo di attesa molto particolare, unico senza dubbio
nel suo genere, è il tempo gestazionale della donna.
Esso non è un’attesa qualunque, bensì è
tempo riempito da una vita umana [cfr. C. ZUCCARO, La gravidanza:
aspetti etici fondamentali , in Rivista di Teologia Morale
30 (1998), p. 78].
La
gravidanza è quel periodo particolare che è
necessario per la stessa esistenza umana, essa ci manifesta
già il dono della nuova vita. Con questo non si vuole
affermare che non ci siano gravidanze a rischio o gravidanze
che, purtroppo, non arrivino a termine, ma l’esistere di
queste situazioni non fa certo sminuire il valore e la positività
del periodo prenatale.
La
procreazione deve essere vista quale dono, quale gratuità;
bisogna riscoprire il vero senso di questo dono, un senso
che ritrova nella vita stessa in quanto la si riceve ed
in quanto la si dona [Cfr. S. BELARDINELLI, Il gioco delle
parti. Identità e funzioni della famiglia in una
società complessa, Roma 1996, p. 73]. Anche se ci
sono gravidanze che non vengono programmate, attese quindi
improvvise, dal punto di vista dell’inconscio, in effetti,
la procreazione non può mai essere definita un evento
frutto solo del caso. Se il desiderio di avere un figlio
rimane a livello inconscio, allora la gravidanza può
arrivare in modo imprevisto, magari in seguito ad un errore
nell’uso della contraccezione o nell’applicazione dei metodi
naturali. Quando ciò accade, a volte, per le coppie,
diventa motivo di liberazione dalla grande responsabilità
di scegliere il momento opportuno per la venuta di un figlio.
In molti casi, infatti, delle gravidanze improvvise sono
anche gravidanze felici. La volontà cosciente e quella
inconscia possono anche coincidere, come possono divergere
e poi di nuovo convergere [cfr. S. VEGETTI FINZI, Il romanzo
della famiglia, Milano 1994, pp. 108-109].
Il
periodo prenatale è quello dell’attesa ma non soltanto
di essa. Un’attesa presuppone l’esistenza di ciò
o di chi viene atteso, in questo caso è una persona:
il bambino [cfr. C. ZUCCARO, o. c., p. 77].
Importante
è l’atteggiamento di chi sta attendendo: attende
realmente chi sta desiderando qualcosa o qualcuno. L’uomo
non è sufficiente a se stesso ma ha bisogno degli
altri suoi simili per continuare a vivere pienamente come
uomo. L’atteggiamento del periodo dell’attesa si può
comprendere soltanto nella logica del bisogno dell’altro,
in tale senso la gravidanza diventa un periodo di accoglienza
del figlio come dono. Viceversa, chi non desidera altro
da sé perché ritiene di possedere già
tutto, non può attendere, ed in questo caso la gravidanza
si trasforma in un periodo di minaccia, di non attesa: diventa
il tempo dell’indifferenza nei confronti del nascituro [cfr.
C. ZUCCARO, o. c., pp. 80-81].
A
seconda di come ci si pone di fronte all’atteso, la gravidanza
si presenta come un periodo di minaccia o un periodo di
dono. Quando il neoconcepito perde la sua centralità,
viene visto come il disatteso, colui che non è voluto,
non amato e non accettato quale dono. Molto spesso si arriva
all’aborto proprio partendo da questi presupposti di spostamento
della centralità dell’atteso.
Nel
momento in cui il frutto del concepimento ha la posizione
centrale nella vita della madre, o nella stessa coppia genitoriale,
il rapporto con l’atteso si pone come rapporto di accoglienza.
Accettando incondizionatamente il bambino, fin dal grembo
materno, lo si accetta come dono [cfr. C. ZUCCARO, o. c.,
pp. 81-84]. Tutto ciò che riguarda il tipo di rapporto
tra la madre, o ambedue i genitori, ed il bambino ancora
nel grembo materno, è molto importante in quanto
determina sia il rapporto che ci sarà dopo la nascita,
sia la stessa psiche del figlio.
L’atteso
deve essere frutto d’amore e trovare accoglienza fin dal
grembo materno. L’amore è tale se è oblativo,
se accetta l’altro così come è e non come
si vorrebbe che fosse. E’ reciprocità e piena realizzazione
di una comunione interpersonale [cfr. L. MOIA (a cura di),
Dionigi Tettamanzi. Famiglia, morale, bioetica, Casale Monferrato
1998, p. 36].
Il
periodo dell’attesa è un arco di tempo nel quale
inizia a svilupparsi questo tipo di rapporto e, anche se
il concepimento non fosse stato per amore, comunque l’atteso
è dono per chi lo mette al mondo. L’accettazione
dell’altro non come un nemico o un rivale è il vederlo
come dono [cfr. C. ZUCCARO, o. c., p.84].
L’atteso
è vita umana ed ogni vita umana è un dono,
ma anche una responsabilità, per l’uomo stesso. Il
fondamento di una tale responsabilità si trova nell’uomo
considerato come creatura voluta dal Creatore. La missione
che Dio ha affidato all’uomo è molto grande: proteggere
la vita umana. L’uomo non può sottrarsi a tale compito
ma deve svolgerlo nel pieno rispetto della dignità
della persona umana [cfr. GS, n. 51].