Identità
e statuto dell'embrione umano: il contributo della biologia
- I parte
di
SERRA A. e COLOMBO R. in AA.VV. Identità
e statuto dell'embrione umano, Libreria Editrice
Vaticana, Citta del Vaticano, 1998 - Tratto da http://www.academiavita.org
Introduzione
Nel
dibattito, che sembra senza termine, sullo status
dell'embrione umano, le argomentazioni filosofiche e scientifiche
sono spesso così complessamente interconnesse che è difficile
isolare e riconoscere quale debba essere il puro contributo
delle scienze biologiche a questa discussa questione. D'altra
parte, le affermazioni filosofiche – se non sono semplicemente
formali o logiche – non possono escludere un qualche
riferimento al tipo di fenomeno di cui trattano.
La
vita fisica è un fenomeno che cade sotto l'indagine delle
scienze empiriche, quali le discipline biologiche, e ogni
realistico approccio filosofico allo status degli
esseri viventi implica almeno qualche preliminare, elementare
conoscenza dei dati empirici e delle loro possibili spiegazioni.
Da parte sua, il ricercatore biomedico, mentre raccoglie
e interpreta le osservazioni e i risultati degli esperimenti,
non può evitare di usare almeno pochi, essenziali concetti
razionali (come, ad esempio, i concetti di unità, individualità,
causalità, forma, divenire), i quali non possono essere
completamente ridotti ai risultati del tipico processo induttivo
delle scienze empiriche. Questi concetti meta-biologici
hanno giocato un ruolo decisivo nello sviluppo dell'idea
di individuo vivente, di organismo, di specie, di riproduzione,
di informazione genetica, di patologia, di evoluzione, etc.
Oggi,
una sintesi tra dati e ipotesi scientifiche, pensiero filosofico
e istanze delle scienze umane, è divenuta una urgente necessità
per affrontare i gravi problemi etici, giuridici e sociali
sollevati dagli interventi dell'uomo in molti aspetti e
fasi della vita. Una tale sintesi, laboriosa ma necessaria,
può essere realizzata in modo fruttuoso solo se vengono
rispettate due condizioni. La prima richiede che filosofi
e ricercatori nel campo delle scienze umane abbiano una
lucida visione e comprensione dei dati biologici, unita
– quando ciò sia richiesto dalla natura dell'argomento
in questione – ad una chiara ricezione delle interpretazioni
fornite dalla scienza stessa come esito di un rigoroso metodo
induttivo. Non è infatti estraneo ai filosofi il compito
di partecipare al processo di selezione delle ipotesi esplicative
degli aspetti empirici della realtà, svolgendo essi un ruolo
critico nei confronti della consistenza e della cogenza
di tali ipotesi. La seconda condizione richiede che biologi
e medici, oltre a osservare una scrupolosa logica scientifica
nell'interpretare i dati raccolti, siano disponibili a seguire
il processo di analisi filosofica e di inferenza dalle scienze
umane, così da arrivare a riconoscere il valore delle conclusioni
cui è giunto il processo stesso, valore che è sia di ordine
teorico (ontologia) che di natura pratica (etica).
Sia
i difensori che gli oppositori dello status di persona
dell'embrione umano fanno appello ai dati scientifici e
alle loro spiegazioni biologiche (o alla interpretazione
dei dati correnti che presumono essere quella corretta).
Una notevole importanza viene attribuita alla descrizione
dei processi che fanno parte dello sviluppo dell'embrione
prima, durante e dopo l'impianto nell'endometrio. Come ha
osservato D. Folscheid, « vi è una forte tentazione di chiedere
alla scienza stessa di operare una scelta tra opinioni e
credenze che si escludono a vicenda. La scienza ci ha fornito
una tal quantità di conoscenze circa la realtà biologica
dell'embrione che è per noi davvero molto difficile porre
la questione in termini corretti. La questione non è “Che
cosa la scienza ci dice a proposito dell'embrione?”,
ma “Che cosa la scienza ci dice legittimamente
a proposito dello status dell'embrione?” ».1
Di certo la biologia non può dire nulla sullo status
di persona dell'embrione umano, poiché le scienze naturali
non includono la persona tra i loro oggetti formali di indagine.
Cionondimeno, le scienze biologiche – ed in particolare
modo la genetica, la biochimica, la citologia, la biologia
dello sviluppo e l'ostetricia – possono sicuramente
contribuire alla discussione su come e quando
un organismo umano individuale si forma e si sviluppa: gli
organismi individuali, et quidem l'organismo umano
in fase di sviluppo, sono precisamente oggetti materiali
e formali della ricerca biologica. Ciò che intendiamo sottolineare
è che questo contributo non ha come obiettivo quello di
dimostrare o confutare una affermazione su se e quando sia
già presente una persona nell'embrione umano. Tale argomento
è affrontato dettagliatamente in altre parti di questo volume.
Al contrario, lasciando da parte le opinioni personali sullo
status di persona dell'embrione umano e gli atteggiamenti
morali nei suoi confronti, lo scopo del nostro lavoro è
di esporre i più recenti dati biologici che, correttamente
interpretati secondo un metodo strettamente scientifico,
possono contribuire a determinare quando un essere umano
(cioè un organismo individuale della specie umana) inizia
ad esistere e come esso si sviluppa.2 Successivamente saranno
prese in debita considerazione le principali obiezioni che
possono essere sollevate contro le nostre conclusioni e
le loro implicazioni, fornendo una valutazione critica di
esse per quanto concerne gli aspetti biologici pertinenti.
A
questo punto il biologo esaurisce il suo compito, anche
se una ulteriore, legittima questione può essere posta:
« Come un individuo umano non sarebbe una persona umana?
».3 Il biologo, in quanto biologo, non è nella condizione
di rispondere a una tale domanda di carattere meta-biologico,
sebbene egli possa avere in proposito una sua ponderata
opinione; il compito è dunque consegnato ad altri studiosi
della realtà. Ciò che segue è davvero solo un contributo
– da un punto di vista limitato ma imprescindibile
– per una comprensione oggettiva dello status
dell'embrione umano durante i primi stadi del suo sviluppo,
che ha l'intendimento di facilitare il compito di rispondere
alla questione decisiva: “Chi è l'embrione umano e
come dobbiamo trattarlo?”. Una questione che richiede
però l'essenziale apporto di forme di sapere diverse.
Parte
Prima
Il
concetto di vita ed il suo uso analogico
Che
cos'è la vita? E, specificamente, che cos'è la vita umana?
Gli attuali dibattiti in bioetica – soprattutto quelli
che concernono il rispetto della vita umana al suo inizio
e al suo termine – si riferiscono a un concetto, quello
di « vita », e ad una delle sue specificazioni, quella di
« vita umana », che non appartiene al solo sapere della
biologia. Altre scienze, come la filosofia, la teologia,
la psicologia, la sociologia, il diritto e la politica,
si occupano di vita e di vita umana, ognuna secondo differenti
punti di vista. Ciascuna di esse, tuttavia, si riferisce
iuxta propria principia all'identico fenomeno la
cui componente empirica – la cosiddetta « vita fisica
» o « vita corporea » – sembra essere già senza dubbio
conosciuta grazie ad un implicito riferimento a un concetto
“bio-logico” di vita, che viene considerato
come immediatamente evidente.
In
realtà, i biologi hanno da molto tempo rinunciato ad elaborare
un concetto propriamente teoretico di vita fisica, perché
il modo di concepire uno specifico fenomeno empirico è inseparabilmente
connesso a una certa interpretazione della sua natura in
termini meta-empirici, cioè appellandosi a principi
filosofici. Tale compito è stato perciò consegnato ad una
filosofia della natura, e precisamente della natura vivente,
la cui rinascita è attesa con interesse da molti studiosi
dopo la profonda crisi che essa ha subito nel corso del
diciannovesimo secolo.4
Non
intendiamo certo escludere che i biologi identifichino in
modo corretto una classe di enti che essi chiamano « esseri
viventi », e che riconoscono come tali sulla solida base
di caratteristiche o proprietà inconfondibili. Ogniqualvolta
un oggetto di studio risulta simultaneamente dotato di tutte
queste proprietà, essi sono portati ad inferire la sua natura
vivente dapprima mediante un processo intuitivo e successivamente
attraverso un ragionamento di tipo riduttivo-induttivo.
Queste caratteristiche comprendono la dinamicità del sistema
e la sua capacità di autocontrollo (omeostasi), la eccitabilità
(capacità di risposta a stimoli di diversa natura e origine),
la autoriproducibilità, la ereditarietà dei caratteri, e
la tendenza evolutiva.
Ogni
ente o gruppo di enti naturalmente dotato di queste caratteristiche
è un « essere vivente », anche se non le possiede nello
stesso modo e allo stesso grado, o sebbene non le mostri
tutte contemporaneamente. Il livello fondamentale di organizzazione
della natura vivente è la cellula. Essa costituisce l'elemento
più semplice ma essenziale della materia vivente, di cui
è l'unità biologica di struttura, funzione e riproduzione.5
Tutti gli esseri viventi, dal più semplice al più complesso,
sono costituiti da una o più cellule, e hanno origine da
una o più cellule preesistenti. Se si esclude il caso più
semplice, quello degli esseri unicellulari (batteri, alghe
azzurre, e molti dei protisti), nei quali la singola cellula
rappresenta il loro unico modo di esistere dalla riproduzione
alla morte, gli esseri viventi multicellulari vengono identificati
dai biologi attraverso il riconoscimento di una loro forma
di esistenza individuale, che li costituisce e caratterizza
nel corso di tutta la loro vita. Questa forma individuale
viene chiamata organismo. Essa è la forma di vita
che rappresenta l'integrazione, la coordinazione e l'espressione
ultima (fenotipo) delle strutture e delle funzioni dell'essere
vivente, e che lo fa essere questo singolo essere vivente
e non un altro della stessa specie. Anche se la forma pienamente
sviluppata di un organismo (adulto) è completamente realizzata
solo nella fase matura del suo ciclo vitale, tuttavia essa
esiste già dall'inizio del ciclo stesso (generazione) e
forma la base della unicità di ogni essere vivente per tutta
la sua vita. Ogni organismo multicellulare che si riproduce
sessualmente inizia il suo ciclo vitale come un organismo
temporaneamente costituito da una singola cellula (embrione
unicellulare o zigote) e successivamente da poche cellule
(embrione multicellulare).6 Ma le loro strutture biologiche,
apparentemente semplici, non rendono l'embrione unicellulare
equivalente a nessuna delle cellule del corpo umano prese
singolarmente, né l'embrione multicellulare equivalente
ad alcun gruppo o massa di queste cellule. Sin dall'inizio
si tratta già di un organismo – e non di una
cellula o di una massa di cellule – a motivo del suo
incipiente ciclo vitale che rappresenta l'espressione definita,
nello spazio e nel tempo, della integrazione e della coordinazione
di tutte le sue cellule, pur a differenti livelli della
sua progressiva organizzazione morfo-funzionale (cellule,
tessuti, organi e apparati).
Occore
però menzionare altre due forme nelle quali è organizzato
il mondo vivente: la popolazione e la specie.
Una popolazione è costituita da un gruppo di organismi della
stessa specie che vivono in uno stesso ambiente od occupano
lo stessa sfera territoriale. La specie, sebbene il suo
concetto è tuttora dibattuto tra i tassonomisti,7 può essere
definita – da un punto di vista evolutivo –
come una sequenza di popolazioni antenate e discendenti
strettamente imparentate tra loro, e perciò più o meno simili
nelle caratteristiche essenziali. In prospettiva genetica
e riproduttiva, la specie viene considerata come un gruppo
di popolazioni naturali effettivamente o potenzialmente
interaccoppiabili, e che risultano geneticamente simili
e riproduttivamente isolate da altri gruppi di popolazioni.
Ogniqualvolta
si intende parlare, in senso biologico, di inizio o di fine
della vita – et quidem di vita umana –
occorre specificare a quale forma del “fenomeno
vita” ci si sta riferendo: a livello di cellula,
di organismo, di popolazione o di specie. L'affermazione
che « la vita umana è un continuum, e non ha senso
cercare l'inizio della vita umana » è certamente vero se
essa si riferisce alla vita umana cellulare o alla vita
della specie homo sapiens. Cellule umane e membri
della specie umana sono esistiti sulla terra senza soluzione
di continuità sin dalla comparsa del primo uomo. D'altra
parte, la stessa affermazione è errata se viene riferita
a un singolo organismo umano o ad una popolazione umana.8
Gli organismi non preesistono all'inizio del loro ciclo
vitale, che è individuale e limitato nel tempo. Il concetto
biologico di vita è analogico, non univoco, ed il suo uso
richiede la precisazione del soggetto al quale lo si sta
applicando. Biologicamente parlando, ha sicuramente senso
sollevare e cercare di risolvere la questione di quando
inizia la vita umana individuale (vita organismica).
Il
« ciclo vitale » di un organismo
L'organismo
è la modalità di esistenza che è propria di un singolo essere
vivente.9 Da un punto di vista strettamente biologico, ogni
essere umano è un organismo distinto, un organismo umano
singolare. Gli organismi mantengono la loro identità organismica
attraverso l'identità di una forma (identità formale), non
della materia (identità materiale). L'identità organismica
non si fonda su una identità materiale, ma sulla identità
nel tempo di un ente che si auto-costituisce e realizza
continuamente la sua forma vivente. Tale forma vivente è
ciò che rimane identico, grazie alla continua sostituzione
di materiali (metabolismo) che rende possibile mantenere
(omeostasi) il suo disequilibrio controllato tra l'ambiente
interno e quello esterno (termodinamicamente, un organismo
è un sistema aperto in disequilibrio controllato). Ma la
identità diacronica della forma di un organismo (autoidentità
nel tempo) non implica che la sua morfologia e fisiologia
organismica rimanga identica dall'inizio alla fine della
sua vita. Un concetto statico di identità non sarebbe idoneo
a descrivere un sistema altamente dinamico quale è un organismo
vivente. La identità concreta di un organismo non può semplicemente
essere concepita a partire da una forma astrattamente definita
(un « oggetto eterno », come le forme geometriche), fissata
e realizzata una volta per tutte e poi tenacemente conservata
per milioni di anni, come un cristallo di diamante. Piuttosto,
durante la sua vita l'organismo rimane continuamente un
agente in operazione, e la sua identità è il risultato di
uno sforzo protratto nel tempo, l'autocreazione ed il mantenimento
di una particolare integrità attraverso una continua performance;
l'identità biologica è un attributo dinamico del suo essere
quel organismo e non un altro.
La
descrizione ordinata delle variazioni morfologiche e funzionali
che avvengono nel corso della vita di un organismo secondo
un programma intrinseco (cioè non accidentalmente) viene
chiamata « ciclo vitale ». Il ciclo vitale è la forma
reale di esistenza di un organismo; naturalmente si
tratta di una forma dinamica, non statica. L'unità e l'identità
di un organismo può essere definita nei termini del suo
ciclo vitale, indipendentemente dalla durata o dal completamento
di uno o di tutti i processi che costituiscono il ciclo
stesso.
Le
caratteristiche essenziali del ciclo vitale dell'uomo sono
le seguenti.10 La fertilizzazione dà avvio al ciclo vitale
iniziando un periodo di sviluppo chiamato embriogenesi,
nel quale le diverse cellule, i tessuti e gli organi si
formano progressivamente a partire dall'organismo primordiale,
costituito da una singola cellula (zigote), mediante un
processo di proliferazione e differenziazione. La riproduzione
e lo sviluppo prenatale dei mammiferi avvengono in modo
naturale all'interno dell'apparato genitale della madre,
attraverso due fenomeni chiamati rispettivamente fertilizzazione
e viviparità. Dopo il periodo dello sviluppo fetale, attraverso
il parto viene dato alla luce un neonato, che continua a
svilupparsi e a crescere fuori dal grembo della madre. Quando
viene raggiunta la maturità, questa fase del ciclo vitale
è seguita dalla senescenza e dalla morte. Dopo la pubertà,
durante il periodo della maturità, la donna e l'uomo possono
prendere parte al processo riproduttivo che fa iniziare
un nuovo ciclo vitale. La vita cellulare umana non termina
mai – se ciò avvenisse, ne risulterebbe l'estinzione
della specie umana – e viene trasmessa da una generazione
all'altra. La vita umana organismica individuale è definita
all'interno del suo ciclo vitale, che è temporalmente limitato,
cioè ha un inizio e una fine.11
Unicità
e individualità degli esseri viventi
Tra
gli argomenti attualmente discussi all'interno del dibattito
sull'embrione, la distinzione tra individualità genetica
e individualità di sviluppo viene frequentemente
sollevata a proposito delle prime due settimane di vita
dell'embrione umano. Questa distinzione ha origine dalla
esposizione delle tesi di Grobstein e di Ford sullo sviluppo
pre- e periimplantatorio,12 e può essere rinvenuta
in diversi noti autori,13 i quali sostengono che il cosiddetto
« pre-embrione » non è un individuo umano. Prima di
considerare se si debba oppure no ammettere una distinzione
tra questi due tipi di individualità, ci sia concesso di
discutere brevemente il concetto filosofico di individualità
per quanto concerne la sua applicabilità agli esseri viventi
(individualità biologica).
Secondo
l'adagio della scolastica – che è divenuto la definizione
classica di individualità – « individuum est indivisum
in se, et a quodlibet alio ente divisum ». L'espressione
indivisum in se si riferisce alla unità intrinseca
dell'ens, la quale è il risultato della mutua relazione
tra il tutto e le sue parti, e rende ragione della unicità
dell'ente stesso. Divisum ab alio ente identifica
una linea di demarcazione tra un ente ed un altro, che si
fonda su una qualche forma di discontinuità (ad esempio,
una differenza nella composizione chimica o nello stato
fisico) ed è la ragione della loro distinzione. Tuttavia,
se – come vorrebbero alcuni filosofi – si adotta
un approccio all'individualità di tipo puramente analitico
e fortemente riduttivo che la esaurisce nelle due qualità
della indivisibilità e della separatezza, le quali sono
concetti operativi e non descrittivi, l'individualità non
può essere predicata né di un intero organismo, né di un
singolo organo o di una cellula. L'indivisibilità di un
organismo multicellulare è sempre relativa, e dunque non
in grado di fondare la sua individualità: l'organismo può
essere sempre diviso in strutture che sono morfologicamente
e funzionalmente più semplici ed elementari, scendendo fino
al livello cellulare. In senso stretto, solo la singola
cellula è una unità biologica, cioè un'entità che non può
essere divisa nelle sue parti senza perdere i caratteri
distintivi della materia vivente. La separatezza di un organismo
o anche di una cellula – a motivo del fatto che entrambi
sono fisicamente (termodinamicamente) dei sistemi aperti
e dinamici – non può essere una proprietà del reale,
ma piuttosto della sua rappresentazione geometrica e statica.
Lo scambio ininterrotto di materia ed energia tra qualunque
sistema biologico ed il suo ambiente rende la separatezza
di un organismo vivente, e anche quella di una singola cellula,
un concetto assolutamente formale che non può essere utilizzato
per fondare la loro individualità.
Sebbene
non erronea e di utilità generale, la definizione classica,
descrittiva dell'individuum, è in grado di individuare
anche un essere vivente? O le proprietà fisiche (termodinamiche)
e biologiche dei viventi richiedono un concetto specifico
di individualità (individualità biologica), che non
sia la semplice estensione del concetto generale e possa
essere predicato di un organismo o di una cellula, le cui
particolari caratteristiche non sono adeguatamente rappresentate
dalla definizione classica? Se si fa uso dei concetti operativi
di indivisibilità e separatezza, occorre ripensarli perché
essi possano tenere conto delle reali condizioni di esistenza
di un essere vivente? Per affrontare tali questioni seguiremo
criticamente il pensiero di alcuni autori che si sono cimentati
su questo terreno in modo speculativo.
Secondo
H. Jonas,14 l'identità organismica, che può essere osservata
attraverso segni esterni, sia morfologici che fisiologici,
è una indicazione necessaria e sufficiente di una identità
interna (che non può essere accertata direttamente), e dunque
di una individualità. Qualunque ente che mostri una identità
organismica è un individuo; chi non la possiede non è un
individuo, ma un mero particolare. A motivo del metabolismo
e del continuo scambio tra l'ambiente esterno e quello interno,
l'identità organismica deve essere diversa da quella fisica:
si tratta di una identità sui generis. Durante il
corso della sua vita, un organismo cambia continuamente
i suoi costitutenti materiali rimanendo tuttavia più o meno
lo stesso. L'identità biologica non si fonda sulla identità
fisica, sebbene l'organismo necessiti essenzialmente dei
suoi costituenti materiali (atomi, molecole) che transitoriamente
lo compongono. Non vi è documentazione fisica della sua
continua identità: l'identità organica è l'identità di una
forma (nel tempo), non di una materia.15 Non si tratta della
identità permanente di una forma statica, sincronica, ma
della identità nella trasformazione di un ente autocostruentesi
e autoorganizzato che realizza continuamente questa forma
dinamica, diacronica, di se stesso, e che lo fa fino alla
morte, che rappresenta la perdita irreversibile di questa
forma. Questa forma vivente è ontologicamente « il complessivo
ordine strutturale e dinamico di un molteplice »;16 è ciò
che rimane identico grazie alle attività che continuamente
sostituiscono i materiali della sua complessa molteplicità
strutturale e dinamica.
Come
è possibile interpretare l'identità organismica di cui parla
Jonas nei termini in cui vengono spiegate dalla scienza
contemporanea le proprietà e le caratteristiche biologiche?
Attualmente, le basi biochimiche e morfofunzionali del metabolismo
e dell'omeostasi sono riconosciute nel quadro fenotipico
(a tutti i suoi livelli, dal molecolare al somatico). A
sua volta il fenotipo deriva dalla interazione cumulativa
del genotipo (che viene espresso attraverso la sintesi delle
proteine, le “molecole chiave” che controllano
la sintesi di ogni altro composto) con l'ambiente fisico,
chimico e biologico (interno ed esterno) al quale l'organismo
è esposto nel corso del suo ciclo vitale. Poiché il genotipo
(contenuto informazionale genetico delle cellule) rappresenta
l'elemento permanente di un organismo – con la significativa
eccezione delle mutazioni genomiche –, la sola forma
dinamica di cui possiamo fare esperienza è il fenotipo.
L'“informazione” genetica garantisce il piano
di sviluppo e la invarianza essenziale di ciascuna delle
attualizzazioni transitorie e stabili della forma vivente,
mentre i fattori epigenetici e ambientali contribuiscono
alla modulazione della forma vivente stessa, così come si
manifesta nel fenotipo. L'identità organismica si riferisce
direttamente al fenotipo, e solo indirettamente (attraverso
i processi epigenetici e le interazioni ambientali) al genotipo.
Affrontiamo
ora il caso, molto discusso, di due organismi umani dotati
di uno stesso genotipo: i gemelli monozigoti (ma
non tutti di essi, come sappiamo, hanno in comune l'identica
coppia di alleli per ciascun gene in tutte le loro cellule:
il mosaicismo dovuto a crossing-overs mitotici
nel corso dello sviluppo precoce prima dell'impianto viene
considerato una causa di tale riscontrata eterogeneità genetica17).
Durante la loro vita, l'espressione di questi identici genomi
interagisce con numerose condizioni ambientali diverse che
contribuiranno a determinare la forma dinamica della vita
di ciascuno dei gemelli, entrambi i quali rappresentano
un fenotipo che è unico rispetto al ciclo vitale. Ciascun
gemello monozigote possiede la sua identità organismica.
L'individualità di un gemello appartiene al suo intero ciclo
vitale, il quale nel caso di uno di loro include anche la
fase di sviluppo precoce dell'embrione che è precedente
all'avvenuto processo di gemellazione. Jonas ritiene che
l'individualità implichi qualcosa di più che una entità
inflessibilmente collocata lì, un semplice e identico oggetto
confezionato entro uno schema estrinseco: « l'essere differenti
dagli altri, dal resto delle cose, non è una caratteristica
avventizia ed estrinseca [degli individui], ma un attributo
dinamico del loro essere, nel senso che la tensione richiesta
da questa differenza è proprio il mezzo attraverso il quale
ciascuno di essi mantiene se stesso nella sua individualità
distinguendosi dall'altro e, allo stesso tempo, comunicando
con esso ».18
Come
afferma P. Parisi, « in logica, l'identità rappresenta la
qualità per la quale un oggetto è ciò che è, e non qualcosa
d'altro. La nozione di identità può anche essere ben espressa
come lo stato di una cosa che rimane sempre la stessa. L'identità
di un essere vivente, anche se presenta alcuni elementi
di stabilità, è soprattutto caratterizzata da una qualità
dinamica. E subito presente al suo inizio ed è, d'altra
parte, il risultato di un continuo progresso. [...] L'identità
di un sistema vivente contiene sia elementi permanenti che
dinamici ».19
Secondo
P. Caspar, « il solo criterio di individualità è quello
di una esistenza capace di autocontrollo. Se questo criterio
non è soddisfatto – come nel caso dei virus –
le entità biologiche non sono degli individui ».20 Oltre
ai contributi classici della fisiologia e della embriologia
alla comprensione rispettivamente dell'omeostasi e dei processi
di sviluppo, Caspar sottolinea l'importanza di considerare
le moderne conoscenze dell'immunologia, che introduce «
un concetto forte di individuazione » attraverso l'idea
di “io molecolare”. La scoperta della « memoria
molecolare » degli organismi, che è implicata nella distinzione
tra « sé » e « non sé », fornisce un ulteriore possibilità
per una migliore comprensione della nostra individualità
biologica.21
Recentemente
anche M. Johnson, in una chiara disanima degli argomenti
attualmente portati a favore della ominizzazione successiva,22
sostiene che, per quanto concerne le creature viventi, l'organismo
capace di governare se stesso è paradigmaticamente
un individuo. Poiché, secondo l'evidenza fornita dalla biologia,
anche uno zigote umano è tale, egli ammette che l'embrione
multicellulare che da esso deriva è veramente un individuo,
e non una parte di un tutto più grande o un aggregato di
elementi sconnessi tra loro. In un articolo che accompagna
il testo di Johnson nello stesso numero della rivista, J.
Porter risponde che « per quanto concerne questo aspetto,
il suo [di Johnson] argomento è cogente. Infatti esso è
così cogente che è difficile immaginare qualcuno che possa
non essere d'accordo con lui su questo punto ».23 E questa
è anche la nostra opinione.
Non
vi è modo di distinguere tra individualità genetica ed individualità
di sviluppo, poiché l'individualità appartiene alla forma
dinamica, diacronica (fenotipo) di un organismo e
non al suo genoma conservativo (genotipo, contenuto
genetico informazionale delle sue cellule). L'individualità
di ciascun organismo si fonda sulla singolarità del suo
ciclo vitale e non sulla unicità del suo genoma. Cionondimeno,
occorre ammettere che la singolarità di un ciclo vitale
dipende in larga misura dal differente contenuto informazionale
del genoma di ciascun organismo, che si costituisce con
la fertilizzazione.
I
processi biologici e i loro stadi
La
vita è un fenomeno altamente dinamico che può essere descritto
e interpretato attraverso lo studio dei processi vitali
e delle loro interazioni. I processi biologici24 rappresentano
lo strumento concettuale con il quale identifichiamo o correliamo
una serie di cause ed effetti sulla base della loro origine
(« emergenza ») o del loro fine (« teleologia »).25 Man
mano che passiamo da livelli superiori di organizzazione
morfo-funzionale a livelli inferiori (analisi riduzionale),
i processi biologici vengono scissi in un sempre crescente
numero di trasformazioni di materia, energia ed informazione.
Tuttavia possiamo riconoscere – se ci fermiamo a considerare
un livello significativo di analisi del sistema biologico
che stiamo studiando – alcune trasformazioni discrete,
che prendono il nome di « stadi », « passaggi » o « eventi
» e che sono caratterizzate da variazioni finite e discontinue
dello stato del sistema biologico, così come esso viene
definito a quel dato livello di analisi. Ad esempio, il
processo attraverso il quale un cuore umano applica una
pressione di pompaggio per mantenere un flusso costante
di sangue attraverso il sistema circolatorio – processo
che costituisce la funzione cardiaca – è analizzabile
nei termini di una sequenza ciclica di quattro stadi successivi.26
Il ciclo di pompaggio del cuore comprende (1) la diastole
atriale (gli atri si riempiono di sangue mentre le loro
pareti si rilassano), (2) la diastole (rilassamento dei
ventricoli che fa fluire in essi il sangue proveniente dagli
atri), (3) la sistole (contrazione degli atri che completa
il riempimento dei ventricoli), e (4) la sistole ventricolare
(contrazione dei ventricoli che spinge il sangue dai ventricoli
nell'aorta e nell'arteria polmonare). Il battito cardiaco
– un singolo e continuo processo fisiologico –
è composto di quattro stadi discreti, ciascuno dei quali
precede e prepara il successivo. Nessuno di essi è più essenziale
o caratteristico degli altri, ma tutti sono mantenuti con
un ritmo e in una sequenza efficaci dagli impulsi del nodo
senoatriale (il « pacemaker » naturale), che è localizzato
in una piccola regione della parete dell'atrio destro. L'intero
processo del battito cardiaco non può essere fisicamente
interrotto a nessuno dei quattro stadi, e non siamo autorizzati
ad affermare che l'ultimo, cioè la sistole ventricolare,
sia l'inizio di una nuova onda di pressione nei vasi sanguigni.
Esso è solo la causa prossima della pressione ematica. Se
può essere identificato un autentico inizio o causa primordiale
della circolazione, occorre rivolgersi all'impulso del nodo
senoatriale, il sine qua non del processo di pompaggio
del cuore.
Dal
punto di vista analitico, tale divisione in stadi o eventi
può essere utile e anche necessaria per comprendere dei
processi biologici molto complessi e articolati, tra i quali
si colloca sicuramente lo sviluppo di un organismo umano.
In questo caso, l'analisi morfogenetica a livello di cellule,
tessuti e organi ci permette di evidenziare la comparsa
di nuove strutture, prima non osservabili, che caratterizzano
il piano di sviluppo di ciascun organismo. Come esempio,
possiamo citare la formazione, all'interno della blastociste,
della massa cellulare interna per separazione della linea
cellulare dell'embrioblasto da quella del trofoblasto; la
comparsa della stria primitiva nella regione caudale del
piano mediale della faccia dorsale del disco embrionale;
e l'avvicinamento delle pieghe neurali nel piano mediale
dell'embrione, seguito dalla loro fusione a dare il tubo
neurale. D'altra parte, l'analisi fisiogenetica mostra la
progressiva attivazione delle differenti funzioni dell'organismo
umano, non appena si rendono disponibili le idonee strutture
cellulari, istologiche e organiche. Ad esempio, lo stabilirsi
della comunicazione intercellulare attraverso le gap
junctions, le tight junctions e i desmosomi;
l'inizio della circolazione del sangue nei vasi dell'embrione;
e l'esordio dell'attività elettrica nel sistema nervoso
periferico dell'embrione a seguito della formazione delle
sinapsi tra i neuroni sensori, gli interneuroni e i neuroni
motori.
In
un approccio sintetico, lo studio degli stadi attraverso
i quali un processo coordinato e graduale come lo sviluppo
dell'uomo avviene, non ci impedisce di afferrare e comprendere
la reale unità e continuità del processo stesso, secondo
quella concezione diacronica e dinamica della vita di ciascun
organismo che è propria del pensiero biologico contemporaneo.
Se seguiamo la logica intrinseca delle sequenze causali
e temporali, una ricostruzione sintetica dei processi vitali
ci consente di comprendere la loro unità, continuità e gradualità.
Senza considerare tali sequenze, risulta impossibile spiegare
razionalmente i singoli eventi o stadi, a qualunque livello
funzionale, morfologico, biochimico o genetico.27
Analisi
multilivellare e paradigma informazionale
La
peculiarità (“Besonderheit” o “Eigentümlichkeit”,
secondo la originale terminologia di Virchow28) della vita,
che risiede sia nella struttura che nella funzione degli
esseri viventi, è connessa con la loro unica, intrinseca
ed essenziale complessità. Un organismo vivente è un sistema
complesso non solo a motivo del numero estremamente elevato
dei suoi componenti chimici e biologici, ma anche in ragione
della sua organizzazione multilivellare. Per livello di
organizzazione intendiamo qui riferirci ai livelli composizionali,
cioè le divisioni gerarchiche degli oggetti materiali «
organizzati mediante relazioni tra le parti e il tutto,
nei quali i singoli “tutto” ad un livello fungono
a loro volta da “parti” per i livelli successivi
(e completamente superiori) ».29 Una delle caratteristiche
di tali livelli è che essi sono generalmente composti e
decomposti uno per volta, e solo se necessario. La “comparsa”
di un certo livello di organizzazione, come risulta documentata
dalla presenza di “nuove” (cioè non presenti
sino ad allora) strutture e proprietà, è il risultato di
una transizione da un livello inferiore a quello attuale.
Ovviamente, tale transizione solleva la questione di perché
e come essa avvenga, che costituisce il nucleo del noto
dibattito tra riduzionismo e olismo. « In quanto riduzionista
– afferma Wimsatt – io voglio capire quanto
più possibile sui livelli superiori a partire dalle proprietà
di quelli inferiori. Come un tipo di olista, sono tentato
di fare l'opposto e, per quanto concerne i sistemi evolutivi,
non è contradditorio sostenere che l'ordinamento delle parti
inferiori (e conseguentemente la comparsa di certi fenomeni
superiori) sia il prodotto di forze di selezione di livello
superiore. E si può procedere in entrambe i modi [...],
purché non si giunga a dire che il sistema che si sta studiando
deve essere esaustivamente caratterizzato attraverso un
approccio piuttosto che l'altro, ma si continui a considerarli
come complementari ».30 In questa sede non prenderemo posizione
su questo dibattito poiché le nostre argomentazioni, sebbene
presuppongano un'idea di contenuto informazionale del vivente
e il concetto di organizzazione multilivellare, non risultano
condizionate da praticamente nessuna delle esistenti analisi
della comparsa della informazione biologica e della riduzione
o emergenza dei livelli di organizzazione.31 La sola pesante
obiezione sarebbe quella proveniente da una ferma persuasione
che i differenti livelli di organizzazione non sono altro
che meri schemi concettuali attraverso i quali i biologi
mettono in ordine e correlano tra di loro i risultati di
diversi esperimenti scientifici, come il legare la presenza
nella membrana cellulare di una classe di composti chimici
dotati di specifiche strutture e proprietà alla scoperta
del movimento di sostanze verso l'interno e l'esterno di
una cellula vivente. Non sarà qui discussa la interessante
ma complessa questione filosofica del realismo delle scienze
naturali,32 e le posizioni che si oppongono al realismo
scientifico, il relativismo e lo scetticismo.33 Si tratta
della questione fondamentale della filosofia della scienza,
dalla quale non si può facilmente sfuggire quando si affronta
– dal punto di vista biologico – lo status
dell'organismo umano, et quidem dell'embrione umano
che si sviluppa. Riconosciamo che la relazione tra le rappresentazioni
scientifiche degli organismi viventi e la valutazione dello
status “reale” (ontologico) degli enti
che esse pretendono di svelare è ben più complessa di quanto
non sia stato riconosciuto dalle tradizionali forme del
realismo biologico, in larga misura vincolate all'analisi
di ben strutturate versioni di teorie particolari. All'interno
di una teoria (ad esempio, la genetica molecolare delle
malattie ereditarie), la tipizzazione formale delle pertinenti
entità e proprietà non è – e non deve essere –
il solo mezzo di identificazione, localizzazione o caratterizzazione
delle entità e proprietà stesse; altrimenti, se così fosse,
risulterebbe impossibile costruire delle prove per validare
l'adeguatezza delle categorie impiegate dalla teoria per
caratterizzare tali entità e proprietà. Come hanno giustamente
fatto notare Burian e Trout, « il fatto che delle soddisfacenti
prove di adeguatezza non sono solo possibili ma anche effettive,
indica che il realismo scientifico a proposito degli enti
dipende, almeno in qualche misura, dalla nostra conoscenza
di generalizzazioni vere, non accidentali – cioè di
leggi – che riguardano questi enti ».34
Tra
i quattro approcci, noti con il nome di paradigma determinista,
probabilista, indeterminista e informazionale,35 attualmente
adottati per costruire modelli scientifici dei fenomeni
empirici in grado di fornire una comprensione razionale
della realtà fisica, il paradigma informazionale è oggi
riconosciuto come il più idoneo a rendere pienamente ragione
della peculiarità dei sistemi biologici.36 L'informazione
non è riducibile né alla materia né all'energia, anche se
la sua conservazione, tramissione e conversione dipende
fisicamente sia dalla materia che dall'energia.37 Il paradigma
informazionale, così come viene applicato al mondo biologico,
pone in evidenza il fatto che ogni singola cellula vivente
e ciascun organismo contiene una certa quantità di informazione,
la cui analisi è essenziale per una esauriente comprensione
di che cosa sia una cellula o un organismo e di come funzioni.
La scomposizione e la localizzazione attraverso la sola
analisi materiale (fisica, chimica o biologica) ed energetica
(ogni forma di energia fisico-chimica) è una strategia euristica
che risulta insoddisfacente, e non ha successo neppure per
spiegare come le più semplici forme di vita (ad esempio,
un organismo procariote unicellulare come il batterio Escherichia
coli) riescano a produrre un fenomeno che ci interessa.
I promotori e gli utilizzatori (soprattutto biologi molecolari,
genetisti, embriologi e studiosi dell'evoluzione) dell'analisi
informazionale a qualunque livello della ricerca biologica
sottolineano giustamente che essi non stanno in nessun modo
riesumando l'antico e fallace approccio vitalistico ai fenomeni
empirici della vita, poiché l'informazione – così
come viene intesa entro i confini della ricerca biologica
– non rappresenta né una forza in contrasto con le
leggi fisiche né una entità che si giustappone semplicemente
ad esse in un modo dualistico, ma costituisce un principio
intrinseco di organizzazione della materia e della energia
naturali, che dà “forma” alle macromolecole
e alle strutture sopramolecolari secondo un ordinato piano
di sviluppo.38
Secondo
Polanyi,39 un organismo vivente – come una macchina
– è un sistema fisico sotto il controllo di due distinti
principi generali. Il principio superiore è rappresentato
dalla struttura biologica a tutti i suoi livelli,
dagli aggregati sopramolecolari, membrane cellulari interne
e organuli, sino ai tessuti, agli organi e ai sistemi. Questa
struttura serve da “condizione limite” che vincola
il principio inferiore, cioè i processi chimico-fisici
mediante i quali le cellule, gli organi e l'intero organismo
compiono le proprie funzioni metaboliche e fisiologiche.
La forma di un dato livello, che è dato dal modo con cui
gli elementi del livello inferiore sono organizzati ed interagiscono
tra di loro, costringe le sostanze e le forze fisico-chimiche
che operano ai livelli inferiori ad interagire al servizio
delle funzioni sviluppate dal livello superiore.
Tutto
questo ci introduce nella considerazione della base genetica
dello sviluppo di un organismo e del ruolo essenziale svolto
dal genoma individuale nel processo di ontogenesi, un tema
così frequentemente trattato che non richiede di esporre
in questa sede quanto già ampiamente disponibile altrove.40
I molti dati che costituiscono questo notevole capitolo
della nostra conoscenza biologica includono non solo il
modo con cui l'informazione genetica è conservata (struttura
del DNA) ed ereditata (replicazione del DNA), ed il meccanismo
della espressione dei geni – la sintesi di RNA messaggero
a partire dal DNA, e la sintesi delle proteine da RNA messaggero
–, ma anche il network del sistema epigenetico
delle cellule: i sets di geni interattivi (epistasi),
i geni e i prodotti dei geni tra loro interattivi (epistasi,
pleiotropia), e le interazione tra prodotti dei geni e ambiente
(effetti poligenici e pleiotropici) che costituiscono un
sistema altamente dinamico, di grande complessità, inserito
tra gli elementi genetici unitari (geni) e la forma finale
delle cellule viventi e degli organismi (fenotipo).41
Ma
l'argomento non necessita di essere affrontato da una posizione
puramente difensiva. E infatti opportuno ricordare che sta
emergendo tra gli embriologi una riscoperta del concetto
di campo morfogenetico fondata su una base ancor
più solida che non in precedenza. Il programma di ricerca
della « nuova embriologia », che sorgeva dalla rinascita
degli studi embriologici negli anni 1920-'30,42 era
riassunto nella « Gestaltungsgesetze », il tentativo
di scoprire le leggi della “forma ordinata”.43
« Il paradigma fondamentale della embriologia, l'idea che
le conferì struttura e coerenza, era il campo morfogenetico
».44 L'idea che esistessero nell'embrione dei campi morfogenetici
fu postulata da T. Boveri (1910) e ricevette una formulazione
esplicita da A. Gurwitsch (1910-'22), che li chiamò
inizialmente con i termini « Geschehensfeld » e «
Kraftfeld », ed infine « Embryonales Feld
».45 Questi campi designano delle aree di “in-formazione”
embriologica, vincolate a determinati substrati fisici.
I componenti di ciascun campo « creano » una trama di interazioni
tale per cui ogni cellula è definita dalla sua posizione
all'interno del rispettivo campo. Gli esperimenti di R.G.
Harrison sul trapianto di arto46 dimostrarono che la morula
di tritone contiene due dischi di cellule che possono formare
un arto anteriore se trapiantati in un'altra regione («
campo ») dell'embrione stesso. Inoltre, se il campo di un
arto veniva diviso a metà e le due parti trapiantate in
regioni differenti dell'embrione, ciascuna di esse dava
origine ad un arto completo. Viceversa, se due metà-campi
di un arto erano impiantate assieme con lo stesso orientamento,
i campi erano in grado di arrangiarsi a formare un solo
arto normale. Inoltre, se delle cellule o dei tessuti ancora
indeterminati erano introdotti nel dominio di quel campo,
essi venivano organizzati e incorporati nell'arto in formazione.
Un secondo modello, correlato al precedente, era quello
del gradiente di campo (o campo epimorfico),
che rafforzava l'idea di campo morfogenetico associandola
al concetto di gradiente.
Negli
ultimi decenni l'idea di campo morfogenetico è stata in
qualche modo trascurata. Come ha osservato J.M.W. Slack,
« ciò è dovuto in larga misura alla confusione di significati,
che ha portato a ritenere che il termine “campo”
avesse connotazioni mistiche o vitalistiche »,47 e lo ha
fatto così scomparire dalla letteratura. Il progresso della
genetica, che sembrava offrire una spiegazione alternativa
dello sviluppo, ha portato a ridefinire l'embriologia come
la scienza che studia le variazioni nella espressione dei
geni. « Dal momento che la morfogenesi venne inclusa nella
più ampia categoria della espressione genica, i campi non
sembravano più necessari ».48 Tuttavia, recentemente è stata
ben documentata tra gli studiosi contemporanei della biologia
dello sviluppo una accresciuta stima per il concetto di
gradiente di campo morfogenetico. E.A. De Robertis e i suoi
colleghi hanno evidenziato il ruolo che svolgono i geni
omeotici nell'iniziare e organizzare tali campi.49 I biologi
molecolari hanno da poco riconsiderato le evidenze a favore
dei campi morfogenetici nella Drosophila.50 I dischi
imaginali degli insetti erano stati da lungo tempo considerati
dei gradienti di campo,51 poiché sono costituiti da ben
definiti gruppi di cellule la cui interazione dà origine
ad un organo, sono in grado di regolare la sostituzione
di parti mancanti, e mantengono la loro capacità di generare
quel particolare organo anche quando il disco è trapiantato
in un'altra parte della larva. Ad esempio, il campo della
zampa della Drosophila appare come costituito da
un sistema coordinato rettilineo dove i geni HomHox (Scr,
Antp, Ubx) determinano la zona anteroposteriore destinata
a formare le zampe, mentre l'espressione decapentaplegica
è necessaria nel piano dorsoventrale.
Il
concetto di campi è stato anche recentemente riscoperto
dai genetisti clinici. I campi dismorfogeneticamente
reattivi, definiti sulla base di sindromi cliniche,
si sono mostrati come l'equivalente dei campi morfogenetici
autoorganizzati, spazialmente coordinati e temporalmente
sincronizzati della embriologia classica. Questa equivalenza
è stata rafforzata dalle osservazioni che in alcune specie,
come in molti dei vertebrati, la stessa malformazione (ad
esempio, la ciclopia e la polidattilia) può essere sia prodotta
sperimentalmente che indotta da una mutazione.52
I
campi sopra ricordati sono i cosiddetti “campi
secondari”. Il “campo primario”
è rappresentato dall'intero embrione durante la segmentazione
e la compattazione, prima della determinazione cellulare
o dell'asse.
(1)
Cf D. Folscheid, The Status of the Embryo from a Christian
Point of View, Ethics and Medicine 1994, 10: 57-59,
p. 57.
(2)
Con il termine essere umano intendiamo un individuo vivente
della nostra specie naturale, tassonomicamente identificata
come homo sapiens, dove l'aggettivo sapiens si riferisce
alla sua capacità di svolgere non solo le funzioni fisiologiche
comuni ai primati, ma anche le funzioni mentali superiori,
come l'autocoscienza e il compimento di atti liberi e razionali.
L'espressione essere umano è usata come « un termine di
sorta, cioè un termine generale con il quale identifichiamo
e descriviamo simultaneamente qualcosa. E caratteristica
di tali termini il fatto che funzionino come “designatori
rigidi” – per usare il termine di Kripke e Putnam
– di specie naturali di natura particolare », cf L.
Honnefelder, Nature and status of the embryo: Philosophical
aspects, in Medically-Assisted Procreation and the
Protection of the Human Embryo, Proceedings of the Third
Symposium on Bioethics (Council of Europe, Strasbourg, 15-18
December 1996), Strasbourg, Council of Europe Publ., 1997,
in corso di stampa. Il termine essere umano ha (in modo
nascosto) una connotazione lessicale, riferendosi ad un
ente individuale realmente esistente come un organismo biologico
di una specie naturale. « Ciò che determina questa specie
non è materia di convenzione linguistica, ma si fonda su
una realtà e sulle leggi naturali che la caratterizzano
» (Ibid.). Non vi è bisogno di ricordare che il termine
essere umano implica anche un giudizio di valore, cf F.
Ricken, Ist die Person oder der Mensch Zweck an sich selbst?,
in M. Dreyer and K. Fleischauer (a cura di), Person und
Natur (Beihefte zum Jahrbuch für Wissenschaft und Ethik,
vol. 1), Berlin New York: 1997, in corso di stampa.
Oltre a descrivere un ente biologico, esso indica « un bene,
ma non in senso [immediatamente] morale, in quanto rappresenta
[solo] l'oggetto di un giudizio di valore che può servire
da fondamento per i nostri giudizi morali sulle azioni »,
cf L. Honnefelder, Nature and status of the embryo. Tuttavia
questo significato di essere umano non avrà alcun ruolo
nella discussione sullo status biologico dell'embrione umano.
(3)
Cf Congregazione per la Dottrina della Fede, Istruzione
su il rispetto della vita umana nascente e la dignità della
procreazione “Donum vitae” (22 febbraio 1987),
Acta Apostolicae Sedis 1988, 80: 70-102, p. 79; citato
in: Giovanni Paolo II, Lettera enciclica “Evangelium
vitae” (25 marzo 1995), Acta Apostolicae Sedis 1995,
87: 401-522, p. 469.
(4)
La filosofia naturale raggiunse il suo massimo sviluppo
alla fine del XVI secolo, principalmente all'Università
di Padova ad opera di Jacopo Zabarella, Galileo Galilei
e William Harvey, e anche al Collegio Romano, attraverso
gli studi di Christopher Clavius e dei suoi colleghi e discepoli
gesuiti; vedi: W.A. Wallace, Traditional Natural Philosophy,
in C.B. Schmitt, Q. Skinner, E. Kessler, J. Kraye (a cura
di), The Cambridge History of Renaissance Philosophy, Cambridge
New York Melbourne: Cambridge University Press, 1988:
201-235. Ma la difficoltà di rinnovare quella filosofia
a seguito della rivoluzione scientifica del XVII secolo
e dello sviluppo delle principali teorie biologiche durante
il XIX secolo, unitamente alla crisi della tradizione aristotelico-tomista
che rappresentava il campo nel quale la filosofia della
natura era fiorita, determinarono il suo rapido declino.
La ripresa di una filosofia naturale autenticamente capace
di dialogare con la scienza contemporanea costituisce un
compito formidabile, e sarebbe davvero auspicabile; ma,
come ammonisce Wallace, « la persona che si imbarcasse in
questa impresa dovrebbe essere preparata a venire contraddetta
quasi ad ogni angolo lungo il percorso. In un campo così
vasto, che richiede un talento interdisciplinare di altissimo
livello, non vi è consenso neppure sulle questioni più semplici
»: W.A. Wallace, Nature and Human Nature as the Norm in
Medical Ethics, in E.D. Pellegrino, J.P. Langan, J.C. Harvey
(a cura di), Catholic Perspectives on Medical Morals (Philosophy
of Medicine, vol. 34), Dordrecht Boston London:
Kluwer Academic Publ., 1989: 23-53, p. 25.
(5)
La teoria cellulare è al centro sia della fondazione della
moderna biologia che dell'idea di natura vivente. Nella
sua forma definitiva, la teoria è il frutto dei lavori (pubblicati
negli anni 1838-1858) degli scienziati tedeschi J.M.
Schleiden, A.H.T. Schwann e C.R. Virchow.
(6)
« Lo sviluppo di un organismo multicellulare inizia con
una singola cellula – l'oocita fertilizzato, o zigote
– che si divide mitoticamente producendo tutte le
cellule del corpo », cf S.F. Gilbert, Developmental Biology,
Sunderland, Mass.: Sinauer Associates 1991, p. 3.
(7)
Per uno studio del problema delle specie, vedi: E. Mayr,
The species concept: semantics versus semantics, Evolution
1949, 3: 371-372; R.R. Sokal, T.J. Crovello, The Biological
Species Concept: A Critical Evaluation, American Naturalist
1970, 104: 127-153; E. Mayr, The Ontological Status
of Species: Scientific Progress and Philosophical Terminology,
Biology and Philosophy 1987, 2: 145-166; J. Roger,
F.L. Fischer (a cura di), Histoire du concept d'espèce dans
les sciences de la vie, Paris: Fondation Singer-Polignac,
1987; A.T. Whittemore, Species Concept: A Reply to Ernst
Mayr, Taxon 1993, 42: 573-583; V. Grant, Evolution
of the Species Concept, Biologisches Zentralblatt 1994,
113: 401-415; E. Mayr, What is a species, and what
is not? Philosophy of Science 1996, 63: 262-277.
(8)
Un esempio recente di affermazioni che creano confusione
in questo modo può essere trovato in J. Godfrey, The Pope
and the ontogeny of persons [Commentary], Nature 1995, 273:
100. L'autore sostiene che: « non esiste un momento nel
quale ha inizio la vita. E chiaro che sia l'ovulo che lo
sperma sono vivi, e che la loro vita è umana, e che la vita
è continua da una generazione alla successiva ». Se con
« vita umana » ci si riferisce alla vita delle cellule o
della specie umana, l'affermazione « è una noiosa verità
lapalissiana: le teorie della generazione spontanea sono
state rigettate da molto tempo » (G. Herranz, Misinterpreting
Aquinas [letter in reply to Godfrey's commentary], Nature
1995, 373: 652) e la vita umana da quando è apparsa sul
nostro pianeta non si è mai estinta. Se l'espressione «
vita umana » designa invece la vita di un organismo umano,
affermare quanto sostiene Godfrey è contrario sia all'evidenza
comune che al sapere scientifico.
(9)
Cf K. Goldstein, La structure de l'organisme. Introduction
à la biologie, Paris: Gallimard, 1951; J. Schiller, La notion
d'organisation dans l'histoire de la biologie, Paris: Maloine,
1978.
(10)
Per una più completa discussione sulla natura dei cicli
vitali, vedi P. Calow, Life Cycles, London, Chapman and
Hall, 1978. Una breve esposizione può essere trovata in
J.D. Biggers, Generation of the Human Life Cycle, in W.B.
Bondeson, H.T. Hengelhardt Jr., S.F. Spicker, D.H. Winship
(a cura di), Abortion and the Status of the Fetus (Philosophy
and Medicine, vol. 13), Dordrecht Boston Lancaster:
D. Reidel, 1983: 31-53.
(11)
A differenza degli organismi unicellulari che si riproducono
per semplice divisione, come le amebe, e che sono virtualmente
immortali (quando un'ameba si divide, nessuno dei due organismi
che ne risultano può essere considerato il genitore o la
prole: essi sono entrambe “fratelli”), « la
morte diviene una parte essenziale della vita [...] per
ogni organismo multicellulare nel quale è stabilita una
divisione di compiti tra le cellule somatiche (strutturazione
del corpo) e le cellule germinali (riproduzione) », cf S.F.
Gilbert, Developmental Biology, p. 19.
(12)
Cf C. Grobstein, Science and the Unborn: Choosing Human
Futures, New York: Basic Books, 1988; N.M. Ford, When Did
I Begin? Conception of the human individual in history,
philosophy and science, Cambridge: Cambridge University
Press, 1988.
(13)
Vedi, tra gli altri, R. McCormick, Who or What is the Preembryo?,
Kennedy Institute of Ethics Journal 1991, 1: 1-15;
T.A. Shannon, A.B. Wolter, Reflections on the Moral Status
of the Pre-Embryo, Theological Studies 1990, 51: 603-626.
(14)
Cf H. Jonas, The Phenomenon of Life: Toward a Philosophical
Biology, New York: Dell Publishing Co., 1968; Id., Philosophical
Essays: From Ancient Creed to Technological Man, New Jersey:
Prentice-Hall, 1974.
(15)
Anche nel caso del genoma (contenuto genetico) nucleare
di un organismo, non vi è identità materiale (atomica) tra
il suo stadio unicellulare iniziale (zigote) e le cellule
che costituiranno l'embrione, il feto, il neonato e l'organismo
adulto. Come venne scoperto quaranta anni fa da M. Meselson
e F.W. Stahl (The replication of DNA in Escherichia coli,
Proceedings of the National Academy of Sciences 1958, 44:
671-682), la replicazione del DNA, che avviene durante
l'interfase, è un processo semiconservativo, vedi A. Kornberg,
T.A. Baker, DNA replication, New York: W.A. Freeman, 2nd
ed., 1992): ciascuna delle due nuove molecole di DNA possiede
un filamento di nucleotidi che deriva dalla molecola originale
di DNA e un filamento di nuova sintesi. Di conseguenza,
ciascuna delle due cellule figlie che si sono formate dalla
divisione cellulare conterrà solo uno dei due filamenti
originali del DNA. Quando queste cellule a loro volta si
divideranno dopo una nuova replicazione semiconservativa
delle loro molecole di DNA, solo la metà delle quattro cellule
discendenti conterrà un filamento originale di DNA, e così
via. Il risultato è una diluizione materiale di tipo esponenziale
del DNA del genoma dello zigote. Naturalmente, il contenuto
informazionale è interamente conservato attraverso la esatta
copiatura della giusta sequenza dei nucleotidi che determina
la struttura (« forma molecolare ») di una specifica molecola
di DNA.
(16)
Cf H. Jonas, Philosophical Essays, p. 192.
(17)
La possibilità che avvengano dei crossing-over mitotici
durante lo sviluppo del corpo umano è oggi ben documentata,
ed è stata proposta sin dal 1975: cf A.P. Craig-Holmes,
F.B. Moore, M.W. Shaw, Polymorphism of human C-band
heterochromatin. II. Family studies with suggestive evidence
for somatic crossing-over, American Journal of Human
Genetics 1975, 27: 178-189. L'evenienza del crossing-over
mitotico negli stadi di sviluppo postzigotici è più frequente
e importante di quanto venga generalmente considerata, e
se questo scambio di segmenti omologhi tra cromatidi ha
luogo nelle divisioni cellulari precoci, prima che il processo
di gemellazione sia completato, il conseguente mosaicismo
delle linee cellulari può condurre ad una discordanza genetica
per alcuni caratteri o malattie tra i gemelli monozigoti.
Cf E. Therman, E.M. Kuhn, Mitotic crossing-over and
segregation in man, Human Genetics 1981, 59, 93-100;
G.B. Côté, J. Gyftodimou, Twinning and mitotic crossing-over:
Some possibilities and their implications, American Journal
of Human Genetics 1991, 49: 120-130.
(18)
Cf H. Jonas, Philosophical Essays, p. 187.
(19)
Cf P. Parisi, Discussion on biological and genetic identity:
Personal identity and the case of identical twins, Human
Reproduction 1989, 4, 102-105, pp. 103-104.
(20)
Cf P. Caspar, Pour un principe d'individuation des êtres
vivants, Revue des Questions Scientifiques 1984, 155: 423-434,
p. 425; Id., L'individuation des êtres: Aristote, Leibniz
et l'immunologie contemporaine, ParisNamur: Lethielleux-Le
Sycomore, 1985.
(21)
Per un'accurata analisi della idea di individualità biologica
nel corso della storia della medicina, con una discussione
sulla relazione tra “individualità immunologica”
e “individualità genetica”, vedi G.R. Burgio,
Die biologische Individualität. Zur Begriffsbestimmung des
biologischen Ich, Medizinische Welt 1984, 35: 1150; Id.,
L'Io biologico. Dalle difese immunitarie alla consapevolezza
della individualità, Rivista Italiana di Pediatria 1988,
14: 255-261; Id., The biological ego. From Garrod's
“Chemical Individuality” to Burnett's “Self”,
Acta Biotheoretica 1990, 38: 143-148; Id., Biological
Individuality and Disease. From Garrod's “Chemical
Individuality” to HLA Associated Diseases, Acta Biotheoretica
1993, 41: 219-230.
(22)
Cf M. Johnson, Delayed hominization. Reflections on some
recent catholic claims for delayed hominization, Theological
Studies 1995, 56: 743-763.
(23)
Cf J. Porter, Individuality, personal identity, and the
moral status of the preembryo: A response to Mark Johnson,
Theological Studies 1995, 56: 763-770, p. 765.
(24)
Le categorie di « processo » ed « evento » sono state finemente
studiate da A.P.D. Mourelatos, Events, Processes and States,
Linguistic and Philosophy 1978, 2: 415-434; H.J. McCann,
Nominals, Facts and Two Conceptions of Events, Philosophical
Studies 1979, 35: 129-149; D. Davidson, Essays on
Actions and Events, Oxford: Clarendon Press, 1980, pp. 105-187;
K. Gill, On the Methaphysical Distinction Between Processes
and Events, Canadian Journal of Philosophy 1993, 23: 365-384;
R. Stout, Processes, Philosophy 1997, 72: 19-27. Da
un punto di vista metafisico, la discussione sulla portata
ontologica della distinzione tra processi ed eventi è tuttora
aperta, ma questo non impedisce ai biologi di usare entrambe
i termini come strumenti utili e significativi per l'analisi
dei dati.
(25)
Non ci addentreremo qui nella questione dell'origine delle
strutture e delle funzioni dei viventi e della natura della
causalità biologica, questione caratterizzata da un alto
grado di controversia. La nostra analisi dei processi biologici
e dei loro stadi non richiede di prendere una definita posizione
su questo argomento. Per uno sguardo complessivo alle connessioni
concettuali tra le concenzioni teleologiche moderne e i
loro antecedenti aristotelici, e per un profilo della distinzione
tra sistemi teleomatici, teleonomici e teleologici, vedi
R.T. O'Grady, D. Brooks, Teleology and Biology, in D. Depew,
V. Weber, C.A. Smith (a cura di), Entropy, Information,
and Evolution, Cambridge, Mass.: MIT Press, 1988: 285-315;
W. Christensen, A Complex Systems Theory of Teleology, Biology
and Philosophy 1996, 11: 301-320.
(26)
Una esposizione completa della fisiologia del battito cardiaco
si trova in W. Hurst, The Heart, New York: McGraw-Hill,
1996, pp. 119-153.
(27)
Rowland Stout ha recentemente evidenziato che, da un punto
di vista metafisico, « sebbene nel corso di un processo
possono accadere differenti cose, c'è qualcosa che accade
in ogni momento del processo e che è sempre la stessa cosa,
e questa è il processo stesso. Questo è quanto basta per
ciò che intendiamo asserire, cioè che in ogni momento nel
quale il processo sta avvenendo, il processo è interamente
presente. [...] Ciò che sta avvenendo è continuamente presente
nella sua interezza attraverso tempi diversi ». Stout giunge
alla conclusione che « poiché gli eventi si estendono nel
tempo ma non persistono in esso, e i processi persistono
ma non si estendono nel tempo, i processi non sono mai degli
eventi » e « non devono essere identificati con delle strutture
di stadi. Se i processi non sono metafisicamente dipendenti
dagli eventi, sono essi metafisicamente dipendenti da qualcos'altro
o sono forse metafisicamente fondamentali? » (R. Stout,
Processes, p. 26). Ma non è nostro compito valutare in questa
sede tale idea, e neppure considerare se una spiegazione
degli eventi può essere fornita solo nei termini dei relativi
processi.
(28)
Si veda la famosa pubblicazione di R.C. Virchow Die Cellularpathologie
in ihrer Begründung auf physiologische und pathologische
Gewebelehre (Berlin, 1858), che rappresenta 20 conferenze
su vari argomenti tenute dal medico e biologo tedesco all'Istituto
di Patologia di Berlino tra il febbraio e l'aprile del 1858.
(29)
Cf W.C. Wimsatt, The Ontology of Complex Systems: Levels
of Organization, Perspectives, and Causal Thickets, Canadian
Journal of Philosophy 1994, 20 (suppl.): 207-274,
p. 222. I livelli di organizzazione sono frequentemente
discussi unitamente alla considerazione della organizzazione
gerarchica, ma una disquisizione sul carattere gerarchico
dei sistemi biologici va ben al di là degli scopi del nostro
contributo. Per una rassegna su questo argomento, vedi:
H.H. Pattee, Hierarchy Theory: The Challenge of Complex
Systems, New York: Braziller, 1973; S. Salthe, Evolving
Hierarchial Systems: Their Structure and Representation,
New York: Columbia University Press, 1985.
(30)
Cf W.C. Wimsatt, The Ontology of Complex Systems, pp. 224-225.
(31)
Per i recenti dibattiti sulle relazioni tra caso, autoorganizzazione,
materia, informazione e selezione come sorgenti dei livelli
di ordine nei sistemi biologici, si veda: S.N. Salthe, Formal
considerations on the origin of life, Uroboros 1991, 1:
45-65; S.A. Kaufmann, The Origins of Order: Self-Organization
and Selection in Evolution, New York Orford: Oxford
University Press, 1993; B.H. Weber, D.J. Depew, Natural
Selection and Self-Organization: Dynamical Models
as Clues to a New Evolutionary Synthesis, Biology and Philosophy
1996, 11: 33-65; P.E. Johnson, Is Genetic Information
Irreducible?, Biology and Philosophy 1996, 11: 535-538;
R. Dawkins, Reply to Phillip Johnson, ivi: 539-540;
G.C. Williams, Reply to Johnson, ivi: 541; P.E. Johnson,
Response to Pennock, ivi: 561-563; R.T. Pennock, Reply:
Johnson's Reason in the Balance, ivi: 565-568; M.
Behe, Darwin's Black Box, San Fracisco: Free Press, 1996.
(32)
Molti sono gli scritti che di recente attaccano o difendono
il realismo scientifico. Un esempio rappresenta