Identità
e statuto dell'embrione umano
Collegio
della pastorale per la famiglia. Centro di bioetica della
Università Cattolica del S. Cuore. Diretto
da s.e. mons. Elio Sgreccia, segretario del pontificio
1.
il comitato direttivo del centro di bioetica della università
cattolica ha già fatto conoscere con un precedente documento
la propria posizione in tema di diagnosi prenatale (vedi
"medicina e morale", la rivista ufficiale del
centro, 1987/6).
Durante le sedute di studio del 1988 ha portato la propria
riflessione pluridisciplinare sul tema dell'identità, dello
statuto e della tutela morale e giuridica dell'embrione
umano. questo tema infatti, autorevolmente delineato nella
1° parte della "istruzione su il rispetto della vita
umana nascente e la dignità della procreazione" (donum
vitae) del 22.2.1987, è tuttora alla base di molti dibattiti
di bioetica, anche al di là di quello della interruzione
volontaria della gravidanza: in realtà le implicazioni di
alcune tecniche di procreazione artificiale, la sperimetazione
sull'embrione e sul feto, il prelievo dai medesimi di cellule
e tessuti ai fini dell'innesto o trapianto in altri soggetti,
la diagnostica prenatale e le terapie in utero, pongono
il problema della salvaguardia dell'embrione umano e richiedono
un previo chiarimento su questo punto cruciale. per altro
il dibattito culturale in atto in sedi e convegni qualificati
e quello giuridico presso i parlamenti di molti paesi e
nelle assemblee degli organismi internazionali, confermano
l'attualità e l'urgenza del tema per le decisioni che stanno
per essere prese sul piano della legge e del diritto. al
di là di ogni opportunità storica, in se stesso questo argomento
pone in questione l'autocomprensione dell'uomo, la responsabilità
verso i nascituri e i diritti umani di eguaglianza e di
non discriminazione, che sono riconosciuti sul piano internazionale
per tutti gli individui umani. la riflessione dei componenti
del comitato direttivo del centro ha voluto privilegiare
gli aspetti: biologico, filosofico, giuridico, psicologico,
etico e teologico.
Altri apporti possono essere offerti dalle scienze umane
e storiche, ma ci è sembrato che i punti di vista assunti
fossero quelli più rilevanti nel momento attuale del dibattito.
Il comitato direttivo ha deciso che il risultato delle riflessioni
fosse condensato nel presente documento, anche per offrire
occasione di dialogo e di approfondimento.
2.
Ogni persona umana si può porre la domanda: quando io ho
incominciato ad essere?
L'io umano ha come componente essenziale la sua "corporeità".
perciò incomincia ad "essere" quando ha inizio
il suo corpo. la prima domanda allora a cui si deve cercare
una risposta è: quando ha avuto inizio il mio corpo? a questa
domanda la biologia può dare una risposta fondamentale.
se si cerca infatti questo tempo da un punto di vista esclusivamente
fenomenologico in modo retrospettivo - percorrendo cioè
a ritroso il cammino biologico fatto dal momento in cui
mi pongo la domanda fino a quando è comparsa in questo universo
la mia corporeità - e si tiene conto dell'inderogabile legge
della formazione graduale dell'organismo acquisita oggi
dalla scienza, viene spontaneo affermare che: il mio corpo
è iniziato al momento della fusione dei gameti, uno del
padre e uno della madre di cui sono figlio. questa osservazione,
elementare se si vuole, ha costituito un fatto accettato
nella sua verità essenziale da sempre, anche quando nulla
si conosceva dell'embriologia e dei meccanismi della formazione
di un nuovo essere umano. anzi si può affermare che proprio
su questa comune osservazione fenomenologica, si basa, da
parte di chi opera la fecondazione in vitro, la convinzione
di dare un "figlio" ai genitori che lo hanno richiesto
a partire dal momento stesso in cui produce lo zigote che
verrà poi trasferito, allo stadio di 4 o 8 cellule, nell'utero
materno dove verrà continuato il processo dello sviluppo
corporeo.
Contro questa comune convinzione sono state sollevate obiezioni
che sembrerebbero trovare un qualche appiglio in alcuni
dati offerti dall'embriologia.
A noi sembra, invece, che le attuali conoscenze nel campo
dell'embriologia e della genetica dello sviluppo dei mammiferi
in generale e dell'uomo in particolare - necessariamente
parziali e sempre soggette ad interpretazioni e verifiche
- offrano una prova della elementare induzione ricavata
dalla osservazione comune.
L'esigenza di brevità del documento ci costringe a indicare
soltanto due ordini di dati dalla cui approfondita analisi
emerge la nostra persuasione.
Il primo ordine di dati deriva dallo studio dello zigote
e della sua formazione. da questi dati risulta che, durante
il processo di fertilizzazione, appena l'ovulo e lo spermatozoo
- due sistemi cellulari differentemente e teleologicamente
programmati - interagiscono tra loro, immediatamente prende
inizio un nuovo sistema, che ha due caratteristiche fondamentali.
a)
il nuovo sistema non è una semplice somma dei due sottosistemi,
ma un sistema combinato, il quale, a seguito della perdita
da parte dei due sottosistemi della propria individuazione
e autonomia, incomincia a operare come una "nuova unità",
intrinsecamente determinata, poste tutte le condizioni necessarie,
a raggiungere la sua specifica forma terminale. di qui la
classica e ancora corrente terminologia di "embrione
unicellulare" (onecell embryo).
b)
il centro biologico o struttura coordinante di questa nuova
unità è il "nuovo genoma" di cui l'embrione unicellulare
è dotato; ossia quei complessi molecolari - visibilmente
riconoscibili a livello citogenetico nei cromosomi - che
contengono e conservano come in memoria un disegno-progetto
ben definito, con la "informazione" essenziale
e permanente per la graduale e autonoma realizzazione di
tale progetto. e' questo "genoma" che identifica
l'embrione unicellulare come biologicamente "umano"
e ne specifica l'individualità, e' questo "genoma"
che conferisce all'embrione enormi potenzialità morfogenetiche,
che l'embrione stesso attuerà gradualmente durante tutto
lo sviluppo attraverso una continua interazione con il suo
ambiente sia cellulare che extracellulare, dai quali riceve
segnali e materiali.
Il
secondo ordine di dati deriva dall'esame dello sviluppo
dell'embrione unicellulare: esame compiuto in modo ampio
e approfondito in mammiferi da laboratorio, e pienamente
estensibile all'embrione umano, non solo per analogia ma
anche per molte conoscenze già acquisite. da quanto oggi
è noto emerge già chiaramente che dall'embrione unicellulare,
attraverso passi sequenziali - che portano alla determinazione
di linee cellulari e alla differenziazione di tessuti, accompagnati
e/o seguiti da attività morfogenetiche - si arriva alla
formazione dell'organismo completo. e' importante sottolineare
tre proprietà biologiche che caratterizzano questo processo
di sviluppo.
I
- Coordinazione. In tutto il processo dal formarsi
dello zigote in poi, c'è un susseguirsi di attività molecolari
e cellulari sotto la guida dell'informazione contenuta nel
genoma e sotto controllo di segnali originati da interazioni
che si moltiplicano incessantemente ad ogni livello, entro
l'embrione stesso e fra questo e il suo ambiente. Precisamente
da questa guida e da questo controllo deriva l'espressione
rigorosamente coordinata di migliaia di geni strutturali
che implica e conferisce una stretta unità all'organismo
che si sviluppa nello spazio e nel tempo.
II
- Continuità. Il "nuovo ciclo vitale"
che inizia alla fertilizzazione procede - se le condizioni
richieste sono soddisfatte - senza interruzione. i singoli
eventi, per esempio: la replicazione cellulare, la determinazione
cellulare,la differenziazione dei tessuti e la formazione
degli organi, appaiono ovviamente successivi. Ma il processo
in sestesso della formazione dell'organismo è continuo.
E' sempre lo stesso individuo che va acquisendo la sua forma
definitiva. se questo processo si interrompesse, a qualsiasi
momento, si avrebbe la "morte" dell'individuo.
III - Gradualità. E' legge intrinseca al
processo di formazione di un organismo pluricellulare che
questo acquisisca la sua forma finale attraverso il passaggio
di forme più semplici a forme sempre più complesse. Questa
legge della gradualità dell'acquisizione della forma terminale
implica che l'embrione, dallo stato di una cellula in poi,
mantenga permanentemente la sua propria identità e individualità
attraverso tutto il processo. Questi due ordini di dati,
scientificamente esaminati, conducono ad un'unica conclusione,
alla quale - in una logica biologica - non pare si possa
sfuggire, cioè, che alla fusione dei gameti una "nuova
cellula umana", dotata di una nuova struttura informazionale,
incomincia a operare come una unità individuale tendente
alla completa espressione della sua dotazione genetica,
che si manifesta in una totalità costantemente e autonomamente
organizzantesi fino alla formazione di un organismo umano
completo. questa "nuova cellula umana" è quindi
un "nuovo individuo umano" che inizia il "suo
proprio ciclo vitale" e, date tutte le condizioni interne
ed esterne sufficienti e necessarie, gradualmente si sviluppa
attuando le sue immense potenzialità secondo una legge ontogenetica
e un piano unificatore intrinseci.
Riteniamo perciò non consono a una corretta logica biologica
fissare - come talvolta si insinua - il tempo di inizio
dell'individuo umano al 15° giorno della fecondazione ossia
quando è visibile la "stria primitiva" e non può
più accadere una separazione gemellare; o all'8° settimana
quando è evidente, sia pure in miniatura, la forma completa
dell'organismo; o più avanti ancora quando è sufficientemente
formata la corteccia cerebrale.
Pur nel rispetto dello sforzo compiuto nell'eleborazione
di queste opinioni, teso alla ricerca della verità sull'inizio
di un individuo umano, gli argomenti sui quali esse poggiano,
accuratamente esaminati, non risultano tali da provare l'assunto
o da invalidare la conclusione da noi qui prospettata.
3.
la conclusione dedotta dai dati oggi disponibili della biologia
è che l'embrione fin dalla fecondazione è un individuo umano
che inizia il suo ciclo vitale.
La riflessione filosofica è chiamata a fornire un ulteriore
approfondimento. assumendo il dato biologico in tutta la
sua estensione, deve evidenziare il rapporto della conclusione
biologica con il concetto di individuo umano inteso nella
sua totalità, e, nello stesso tempo, spiegare la relazione
che intercorre tra il periodo della vita embrionale e l'espandersi
della personalità pienamente sviluppata.
Una simile riflessione consente di superare ogni dissociazione
fra componente "biologica" e componente "sociopsicologica"
della persona, e dunque fra l'aspetto "ontologico"
e quello "fenomenologico" della persona stessa.
La prima acquisizione che la riflessione razionale ci offre
è che l'embrione umano non è pura potenzialità, ma sostanza
vivente ed individualizzata.
Certamente l'embrione umano è un essere nel quale, come
tutte le sostanze viventi, il principio dello sviluppo e
del mutamento è interno alla sostanza stessa. e' proprio
questo principio interno che determina lo sviluppo dell'embrione,
non invece quello di un essere esterno, per esempio quello
della madre. e' allora equivoca e fuorviante l'espressione
secondo cui l'embrione è un uomo in potenza: l'embrione
è in potenza un bambino, o un adulto, o un vecchio, ma non
è in potenza un individuo umano. questo lo è già in atto.
l'ovulo, come lo spermatozoo, sono "in potenza"
un individuo umano, ma solo se non si uniscono tra di loro
l'ovulo resta ovulo e lo spermatozoo resta spermatozoo.
invece lo zigote è già in atto un individuo umano, sviluppa
un programma interno, suo proprio, il quale come programma
è già completo, sufficiente, individualizzato e attivante
se stesso, ovviamente date le condizioni necessarie allo
sviluppo.
Pertanto prima della fecondazione lo spermatozoo e l'ovulo
posseggono una mera possibilità di costituirsi in un sistema
e un'entità unificata. lo zigote è invece un individuo dotato
di vita propria, con una propria identità conferitagli da
un unico principio sostanziale unificante.
E' ovvio che l'embrione ha bisogno per svilupparsi fisicamente
e culturalmente dell'ambiente esterno, fisico e culturale,
ma gli stimoli ambientali vengono da lui assimilati secondo
la sua propria legge di sviluppo, esattamente come nel bambino
e nell'adulto. il salto qualitativo, essenziale, avviene
nel passaggio da due sostanze tra le quali esiste una mera
relazione esterna (gameti) a una unica sostanza (zigote).
questo passaggio avviene nella fecondazione, non prima e
non dopo. solo nella fecondazione o concepimento inizia
ad esistere ed esiste di fatto un uomo. l' "unità"
sostanziale dello zigote rivela nel suo sviluppo una "continuità"
sostanziale, proprio perchè il principio dello sviluppo
e del mutamento è interno alla sostanza stessa. non si possono
concepire, pertanto, esistenze diverse e successive del
medesimo embrione vivente. il che è pienamente conforme
al dato esperienziale ed embriologico. il medesimo soggetto,
sviluppandosi, mantiene in ogni fase successiva l'unità
ontologica con la fase precedente, senza soluzioni di continuità.
Se questo è vero, si deve concludere sotto il profilo logico
e razionale che ontologicamente c'è identità in tutto il
percorso dello sviluppo di quella unica individualità che,
una volta nata, viene da tutti riconosciuta in possesso
della qualità e dignità di persona umana.
l'unità esistente durante tutto lo sviluppo dell'individuo
umano, dalla fecondazione alla morte, non è semplicemente
una continuità biologica, ma è unità di tutto l'essere,
corporeo e spirituale, anche se la espansione e la maturazione
dell'ndividuo si realizzano sia somaticamente che spiritualmente
in modo progressivo. Di tale maturazione e del rapporto
che esiste fra corporeità e spiritualità dell'unico soggetto
non può essere rintracciato un inizio diverso da quello
che segna l'avvio di una vita biologicamente individualizzata.
Il fatto che, dal punto di vista psicologico e sociale,
la persona umana si realizzi come personalità in un lungo
cammino di relazioni e di apporti culturali non toglie,
anzi esige, che, dal punto di vista ontologico, l'individuo
umano possegga ciò che consente il suo realizzarsi come
personalità fin dall'inizio della vita embrionale e pertanto
debba ottenere il rispetto dovuto alla persona.
Di conseguenza, dal punto di vista della realtà ontologica,
la dignità di persona va riconosciuta e attribuita a ogni
individuo umano fin dal momento della feondazione. In questo
senso, non si vede come possa sussistere un individuo umano
che non sia perciò stesso anche persona.
Quando si parla comunemente di persona, si pensa spesso
a un essere determinato e intelligente: una singolarità
individuata in un corpo, in una tradizione storica e come
tale unica, irripetibile; una soggettività che, proprio
nella sua individuazione, è ad un tempo coscienza capace
di dispiegarsi sull'universale e quindi sui valori, sui
significati dell'esistente. insomma, la persona come autocoscienza,
libertà "prospettiva di senso", come "sguardo
sul mondo". si delinea, così, una visione che potremmo
definire compiuta e matura dell'uomo. si è portati allora
a chiedersi quale rapporto ci sia fra lo zigote e l'uomo
che appare nella sua pienezza personale.
La risposta richiede di chiarire la nozione e il concetto
di "fine". il fine di un ente è ciò per cui quell'ente
esiste, incomincia ad esistere, si struttura nel suo sviluppo
e matura nel suo compimento. Il fine è ciò che spiega l'esistenza
di un determinato ente e ne svela il perchè e il senso.
questo, però, significa anche che il fine non sta semplicemente
al termine, ma sta sin dall'inizio dello sviluppo di quell'essere
come causa orientante. si può non ravvisare tale fine nella
sua pienezza, ma non per questo si può escluderlo dalla
realtà dell'inizio: se non fosse sin dall'inizio come orientante,
non vi sarebbe alcuna possibilità di compiutezza e quell'essere
non sarebbe né prima né dopo ciò che è.
Le stesse considerazioni si devono applicare al valore e
alla dignità ontologici di questo essere. essi non sono
un evento puramente conclusivo, ma investono la realtà in
questione sin dal suo primo costituirsi: la connotano sin
dall'inizio perché appartengono appunto al suo destino essenziale.
In conclusione lo studio di questi due aspetti, sia il ragionamento
fondato sull'unità dello sviluppo dell'essere umano a partire
dal momento della fecondazione - unità basata sul principio
sostanziale unificante dello sviluppo stesso che esclude
ogni antropologia di tipo dualistico - e sia la riflessione
fondata sul concetto di fine o telos orientante della maturazione
dell'essere umano, portano a concludere che l'inizio della
vita individuale è nell'uomo inizio della sua vita personale.
4.
se si riconosce l'embrione umano come individuo umano, avente
la qualità e dignità propria della persona umana, si deve
conseguentemente riconoscere l'obbligo della sua protezione
giuridica.
Il primo principio da applicarsi all'embrione umano è quello
che riguarda il diritto fondamentale di ogni uomo alla vita
e all'integrità fisica e genetica.
Sono così da estendere all'embrione umano le protezioni
già riconosciute per i bambini, i malati, gli handicappati
fisici e mentali.
Non si tratta tanto di configurare un diritto speciale,
quanto di adeguare il diritto comune ad un caso particolare.
Pertanto, analogamente a ciò che vale per l'uomo nato, dovranno
essere sanciti anzitutto il diritto dell'uomo nascituro
alla vita e alla salute e il divieto, anche penalmente qualificato,
di ogni intervento sull'embrione che non sia compiuto a
beneficio complessivo dell'embrione stesso. come quella
dell'uomo nato, la vita dell'embrione umano dev'essere riconosciuta
inviolabile e non strumentalizzabile ad alcun fine esterno,
neppure alla ricerca sperimentale scientifica e medica,
alla fornitura di cellule o tessuti per scopi farmacologici
o di trapianto, alla produzione (clonaggio e chimere) di
altri esseri umani.
Le legislazioni sull'interruzione volontaria della gravidanza,
quantunque implicitamente riconoscano in astratto all'embrione
dignità umana, di fatto hanno abdicato al dovere di assicurargli
una protezione adeguata.
Un secondo principio, che deve ispirare una legislazione
sulla nostra materia, è il principio della famiglia: si
deve riconoscere e sancire per il concepito o per colui
che s'intenda concepire, il diritto di venire all'esistenza
nel contesto di un legame autentico di famiglia.
5.
la stessa psicologia, in particolare quella a caratterizzazione
sociale, fornisce interessanti osservazioni per capire i
significati di cui è intessuto l'essere umano fin dal suo
concepimento. l'embrione infatti non soltanto vive una vita
ma è vissuto come soggetto da vite a lui preesistenti, in
un intreccio di relazioni culturalmente segnate da valenze
e significati soggettivi.
Si può così rilevare che l'embrione umano, prima ancora
di nascere, di pensare e parlare, è già pensato ed è già
espresso nel linguaggio - "è parlato" - come un
soggetto significativo che appartiene al gruppo sociale.
In questa prospettiva, appare evidente che la cultura stessa,
in quanto caratteristica propria dell'uomo, coinvolge l'essere
umano fin dal momento del suo concepimento.
6.
qual è il comportamento da assumere, sotto il profilo etico,
nei riguardi dell'embrione umano?
E' questo l'interrogativo al quale la scienza etica è chiamata
ad offrire una risposta criticamente elaborata e pertanto
giustificata. nell'offrire la sua risposta la scienza etica,
da un lato assume i risultati raggiunti dalle altre scienze
umane - a cominciare dalla biologia -; dall'altro lato li
considera secondo la sua "specialità" scientifica,
e quindi con propri criteri di analisi e di valutazione.
Secondo le esigenze della razionalità umana (pertanto anche
al di fuori della rivelazione, alla quale si riferisce la
"teologia morale"), il comportamento da assumere
nei riguardi dell'embrione umano deve dirsi morale solo
se e nella misura in cui è conforme alla natura o identità
propria dell'embrione umano nel senso di rispettarla e di
non contraddirla mai. e poichè la "natura" o identità
propria dell'embrione umano è quella di una persona umana,
il comportamento nei riguardi dell'embrione umano è morale
solo se e nella misura in cui considera e tratta l'embrione
umano come una persona umana, come ogni altra persona umana.
E ancora: poichè l'embrione umano è persona umana dalla
fecondazione, tale comportamento è da assumersi a partire
dalla fecondazione stessa dell'embrione umano.
Questa conclusione fluisce in senso pienamente giustificato
dalle acquisizioni di ordine scientifico e razionale sopra
indicate.
Nonostante la solidità di tale conclusione, alcuni ritengono
che l'embrione umano non sia sin dalla fecondazione persona
umana. e' tuttavia di particolare importanza rilevare come
la scienza etica nell'esigere il comportamento ora detto
(considerare e trattare l'embrione umano come una persona
umana, come ogni altra persona umana sin dalla sua fecondazione)
non abbia bisogno di avere l'assoluta certezza che l'embrione
umano sia sin dalla fecondazione persona umana, certezza
che alcuni potrebbero negare o che di fatto negano. e' sufficiente
il dubbio circa l'identità personale, frutto del concepimento,
per essere moralmente obbligati ad assumere il comportamento
più sicuro, che eviti pertanto qualsiasi pericolo o rischio
nei riguardi della persona umana. La morale, infatti, esige
che ci si astenga, non solo da un atto che sicuramente è
male, ma anche da un atto che probabilmente potrebbe essere
male.
In realtà, agire nel dubbio circa il fatto che nel frutto
del concepimento c'è o non c'è una persona umana, significa
esporsi al rischio di sopprimere un essere umano, il che
si configura in se stesso come disordine morale.
Si può, alla luce di questo principio etico, comprendere
perchè la chiesa cattolica, mentre ha lasciato - e tuttora
lascia - discutere sulla questione teorica dell'animazione
spirituale (se immediata o ritardata), ha sempre chiaramente
e fortemente sostenuto l'obbligo morale di comportarsi nei
riguardi dell'embrione umano - e sin dal concepimento -
come nei riguardi di una persona umana: la discussione è
a livello teorico, non pratico. Per questo motivo nella
"dichiarazione sull'aborto procurato" della congregazione
per la dottrina della fede (18 novembre 1974) si legge:
"del resto, non spetta alle scienze biologiche
dare un giudizio decisivo su questioni propriamente filosofiche
e morali, come quella del momento in cui si costituisce
la persona umana e quella della legittimità dell'aborto.
ora, dal punto di vista morale, questo è certo: anche se
ci fosse un dubbio concernente il fatto che il frutto del
concepimento sia già una persona umana, è oggettivamente
un grave peccato osare di assumere il rischio di omicidio".
"e' già uomo colui che lo sarà (tertulliano,
apologeticum,ix,8)" (n.13).
Questa posizione viene ribadita dalla recente istruzione
donum vitae: "il magistero non si è espressamente impegnato
su un'affermazione d'indole filosofica, ma ribadisce in
maniera costante la condanna morale di qualsiasi aborto
procurato... pertanto il frutto della generazione umana
dal primo momento della sua esistenza, e cioè a partire
dal costituirsi dello zigote, esige il rispetto incondizionato
che è moralmente dovuto all'essere umano nella sua totalità
corporale e spirituale. l'essere umano va rispettato e trattato
come una persona fin dal suo concepimento e, pertanto, da
quello stesso momento gli si devono riconoscere i diritti
della persona, tra i quali anzitutto il diritto inviolabile
di ogni essere umano innocente alla vita" (i,1). siamo
di fronte a un principio fondamentale e generale, dal quale
la scienza etica ricava, all'insegna d'una rigorosa logicità,
una serie di principi particolari. su due è necessario fermare
l'attenzione: il primo riguarda l'intervento terapeutico,
il secondo l'intervento sperimentativo.
Alle identiche condizioni di ogni altra persona umana e
con una specifica attenzione alla situazione propria della
vita embrionale/fetale, si deve ritenere lecito l'intervento
finalizzato alla cura e alla guarigione, e prima ancora
alla sopravvivenza individuale, dell'embrione umano. una
simile liceità morale è condizionata non solo dalla finalità
terapeutica ma anche dalla modalità concreta che l'intervento
assume: da un lato, l'intervento deve rispettare la vita
e l'integrità dell'embrione e non deve comportare per lui
rischi sproporzionati, dall'altro lato l'intervento deve
ottenere il consenso libero e informato dei genitori, secondo
le regole deontologiche previste nel caso dei bambini. se
l'intervento, invece, è sperimetativo (al di fuori di una
sperimetazione chiaramente terapeutica), si deve distinguere
il duplice caso dell'embrione ancora vivo e dell'embrione
morto. indubbiamente e gravemente illecita è la sperimentazione
sull'embrione vivo, sia esso viabile o non: per sua natura
costituisce una "strumentalizzazione" dell'embrione
umano a mò di "oggetto". "usare l'embrione
umano, o il feto, come oggetto o strumento di sperimentazione
rappresenta un delitto nei confronti della loro dignità
di esseri umani che hanno diritto allo stesso rispetto dovuto
al bambino già nato e ad ogni persona umana" (donum
vitae, i,4). il caso, invece, dell'embrione o feto morto,
volontariamente abortiti o non, è identico a quello di ogni
altro essere umano morto: "in particolare non possono
essere oggetto di mutilazione o autopsie se la loro morte
non è stata accertata e senza il consenso dei genitori o
della madre. inoltre va sempre fatta salva l'esigenza morale
che non vi sia stata complicità alcuna con l'aborto volontario
e che sia evitato il pericolo di scandalo. anche nel caso
di feti morti, come per i cadaveri di persone adulte, ogni
pratica commerciale deve essere ritenuta illecita e deve
essere proibita" (ibid.). la considerazione etica può
svilupparsi non soltanto alla luce della ragione umana (etica
naturale), come abbiamo esposto sopra, ma anche alla luce
della rivelazione di dio e pertanto alla luce della fede
(teologia morale). in chiave propriamente teologica ci sono
alcune "verità" che più o meno direttamente illuminano
in termini originali la duplice questione dell'identità
umana e personale dell'embrione e del comportamento da assumere
nei suoi riguardi.
La prima verità è quella della "signoria" di dio
creatore e padre - una signoria che consiste nella "donazione"
della vita - sulla vita umana: non si tratta soltanto della
vita umana già nata, ma anche della vita umana ancora nel
seno materno (cfr. ger 1,4-52 macc 7,22-23; gb 10,8-12;
sal22,10-11; 71,6; l'intero salmo 139).
La seconda verità riguarda l'origine per creazione di ogni
persona umana: "all'origine di ogni persona umana v'è
un atto creativo di dio: nessun uomo viene all'esistenza
per caso; egli è sempre il termine dell'amore creativo di
dio" (giovanni paolo ii, discorso del 17 settembre
1983). di qui la domanda inevitabile che ciascuno (ciascun
"credente") può e deve porsi: quando dio mi ha
creato? la risposta razionalmente valida non può che essere
una sola: dio mi ha creato all'origine del mio essere, ossia
nello stesso momento del mio concepimento, poichè non è
possibile alcun attimo del mio esserci che non sia il termine
dell'atto creativo di dio. in questo senso la tradizione
cristiana, riproposta ancora una volta dal concilio vaticano
II, presenta la "procreazione" ossia l'atto procreativo
umano come una cooperazione con l'amore creativo di dio
(cfr. gaudium et spes, n:50). la terza verità, che costituisce
il vertice della rivelazione, riguarda il fatto dell'incarnazione
del verbo: il figlio eterno di dio possiede la natura umana,
la nostra stessa natura umana (cfr. gv 1,14). di nuovo sorge,
inevitabile, la domanda: da quando il figlio eterno di dio
possiede una natura umana? ed ancora non si dà altra risposta
razionalmente valida che la seguente: dalla sua origine
nel tempo, ossia con e dal concepimento nel seno della vergine
madre di dio. Di particolare interesse per la riflessione
teologica è il seguente passo della lettera agli ebrei:
"per questo, entrando nel mondo, cristo dice: tu
non hai voluto nè sacrificio nè offerta, un corpo invece
mi hai preparato..." (ebr 10,5 ss)