L'embrione
è vita per logica, non per fede
di
Roberto Colombo* - (C) Corriere
della Sera - 3 marzo 2005
*docente all’Università Cattolica di Milano
«I
cattolici non sono sprovveduti rispetto alla ragione e nemmeno
orfani del pensiero scientifico e filosofico»
Nel dibattito intorno al riconoscimento e alla tutela della
vita dell’uomo all’inizio della sua esistenza ci sorprende
un paradosso: a chiamare in causa la fede (in particolare,
quella cattolica) non sono i credenti, ma coloro che asseriscono
di non esserlo. Una fede senza ragioni o contro la ragione,
si dice.
Così, le argomentazioni di quanti si oppongono al
referendum vengono espropriate della loro dignità
razionale (biologica e filosofica) ed esiliate in una «isola
della fede», luogo del puro esercizio di una credulità
popolare soggiogata all’autorità ecclesiastica.
Questa rappresentazione caricaturale della riflessione antropologica
ed etica dei credenti (ma non solo di essi) sul rispetto
dovuto all’embrione umano non fa certo onore alla cultura
di chi la promuove: uomini e donne che sanno di filosofia
e della sua lunga storia, e del robusto contributo di pensatori
anche cristiani a quel nobile esercizio della ragione che
si apre alla realtà tutta (fino alle soglie del mistero
di Dio) senza rinunciare alle esigenze logiche ed epistemologiche
della ricerca della verità.
Si può non essere d’accordo con loro, ma i cattolici
non sono degli sprovveduti quanto alla ragione né
degli orfani del pensiero scientifico e filosofico. La questione
dell’inizio della nostra vita individuale non è questione
di fede. Occorre dirlo e ribadirlo. Come potrebbe una questione
così radicale e decisiva per la società e
per ciascuno di noi (padri, madri o figli che siamo) non
essere accessibile alla ragione, cioè a tutti?
Lo ha lucidamente riconosciuto Giovanni Paolo II: «Si
tratta, infatti, di un valore che ogni essere umano può
cogliere anche alla luce della ragione e che perciò
riguarda necessariamente tutti» (enciclica Evangelium
vitae , n. 101).
Squalificare come «assurdità» ciò
che la ragione del credente (e non) arriva a riconoscere
attraverso la riflessione sull’esperienza e sulla conoscenza
scientifica della vita umana non apre un partita leale tra
posizioni divergenti, ma elimina a tavolino la squadra avversaria
prima che essa scenda in campo. La questione va invece giocata
a tutto campo e con una sola regola: la ragione, la finestra
attraverso la quale l’uomo si apre alla realtà secondo
la totalità dei suoi fattori. Se c’è qualcuno
che «evade il problema» - come ha denunciato
Sartori - questo non è «la Chiesa di Papa Wojtyla»,
che ha affrontato la delicata questione dell’inizio dell’esistenza
di ciascuno di noi da lungo tempo e con un abbondante esercizio
di ragionevolezza. La conclusione si trova in Evangelium
vitae (n. 60): «Come un individuo umano non sarebbe
una persona umana?».
Un
«pasticciamento» (come è stato chiamato)
esiste, ma non è quello tra fede e ragione. La confusione
non nasce dall’aver violato un principio - credo quia absurdum
(credo perché è assurdo) - attribuito da un
editoriale a Tertulliano, che da lui non ci è però
mai giunto (le sue parole, dette in riferimento alla risurrezione
di Cristo, sono: « Certum est quia impossibile est
», è certo perché è impossibile
attribuire ad altre cause che non siano la potenza di Dio
questo fatto; Tertulliano, De carne Christi , 5).
Ciò che confonde è la mancanza di quello che
si rimprovera essere assente nella posizione avversata:
la logica. Essa ha il suo fondamento in due principi, le
regole d’oro della logica: il principio d’identità
e quello di non contraddizione. Principi laicissimi, se
non altro a motivo della loro origine nella storia del pensiero,
che precede l’era cristiana. Per il principio d’identità,
essendo il processo di sviluppo dell’individuo umano continuo,
dalla fecondazione all’adulto (solo la morte o la crioconservazione
dell’embrione ne arrestano la crescita), come posso non
identificare il mio «io» in ciò con cui
esso è in continuità sostanziale e senza l’esistenza
del quale (o con la morte del quale) non sarei quello che
ora sono? L’embrione umano è uno di noi perché
ciascuno di noi è stato uno come lui.
Il
Comitato Nazionale di Bioetica, organismo laico nel quale
non mancano uomini di ragione scientifica e filosofica,
nel 1996 ha così espresso le proprie unanimi conclusioni
sull'identità e lo statuto dell'embrione umano: «Gli
embrioni non sono mero materiale biologico, meri insiemi
di cellule: sono segno di una presenza umana che merita
rispetto e tutela , secondo i criteri che si devono adottare
nei confronti degli individui umani».
Anche
il principio di non contraddizione vuole la sua parte nella
logica di un’argomentazione. Se davvero la sola differenza
qualificativa (e, dunque, eticamente e giuridicamente rilevante)
tra la vita di un uomo e quella di un animale consistesse
in due tra i suoi attributi, l’essere presente a se stesso
(«autoconsapevolezza») e il soffrire «anche
psicologicamente», dovremmo trarne tutte le logiche
conseguenze. Se non lo facciamo, perché ci sembrano
assurde, sorge una contraddizione.
Una di queste conseguenze è la seguente: la nostra
umanità viene meno ogniqualvolta nella nostra vita
non siamo presenti a noi stessi e non facciamo l’esperienza
della sofferenza nonostante una lesione fisica. Il neonato,
il paziente in anestesia generale, chi è sotto l’effetto
di farmaci psicotropi, l’anziano demente, il cerebroleso
- sono solo alcuni tra le possibili situazioni - verrebbero
esclusi dal rispetto e dalla tutela che sono dovuti all’essere
umano, in quanto considerati «vita animale».
Ci sembra troppo? A questo punto, cui ci ha condotti la
logica, l’unico modo per tirarci indietro è ritornare
alle premesse del ragionamento e vedere se esse non siano
errate.