Conseguenze
dell'aborto volontario: la sindrome del boia
Una
valutazione psicoanalitica degli effetti dell' aborto volontario
sulla donna: la sindrome del boia
di Sandro Gindro
Una sindrome è un insieme di segni in collegamento
fra loro e sufficientemente costanti da formare un Gestalt
coerente e riconoscibile. Sarebbe corretto distinguere "segno"
da "sintomo". Il segno sarebbe la manifestazione
esterna, per cosi dire oggettiva, che l'osservatore e quindi
il clinico può vedere direttamente; mentre il sintomo
sarebbe la sensazione soggettiva. Oggi non si opera più
una tale distinzione usando indifferentemente i due termini.
Il compito del ricercatore teorico è quello di individuare
i criteri per cui riconoscere una sindrome; quello del clinico
e di intervenire terapeuticamente. Lo scienziato e il medico
insieme vanno poi alla ricerca delle cause di ogni sindrome,
col risultato quasi sempre di scoprire che esse sono molteplici
e danno alla sindrome significati diversi.
Nostro impegno è qui di vedere se esistano elementi
sufficienti per stabilire che esista una serie di segni
e sintomi che giustifichino una "sindrome post-abortiva"
successiva all'interruzione volontaria della gravidanza;
cosa di cui ci sono ragioni di dubitare. In ogni caso ciò
che invece può essere dichiarato con certezza è
che nessuna donna passa psichicamente indenne dall'esperienza
abortiva. Tracce di questo terribile avvenimento sono reperibili
sempre nella psiche femminile, se pure a diversi livelli:
da situazioni di disagio difficilmente riconoscibili ad
esplosioni deliranti vere e proprie. In ogni caso, si può
dire che l'aborto è un avvenimento violento che lascia
comunque i segni di una sindrome post-traumatica.
Prima di proseguire però analizzando la questione
della sindrome, è bene dire chiaro che l'aborto volontario
è comunque un delitto contro la vita umana che non
può essere giustificato in nessun caso, anche fosse
vero e dimostrato che tutte le donne passano psicofisiologicamente
indenni attraverso tale esperienza. Nessuno ha il diritto
di compiere un omicidio: la vita dell'uomo deve essere strenuamente
difesa ad ogni costo. Inoltre va detto che troppo spesso
la donna è lasciata sola a decidere di uccidere il
proprio figlio, isolata completamente dalla società,
dal gruppo e dal partner, quando la gestazione è
conseguenza di situazioni difficili, violente o problematiche.
Un tale atteggiamento ci rende tutti correi di questo delitto.
Non bisogna quindi assolutamente cadere nella trappola in
cui gli abortisti attirano i ben pensanti: se si dimostra
che non esiste una sindrome post-abortiva allora ne consegue
automaticamente che l'aborto non costituisce più
un problema e può essere praticato legittimamente.
Questo è un atteggiamento che finge di non tenere
conto che nell'aborto non è coinvolta solo la donna
che abortisce, ma è implicato invece un altro essere
umano che ha pieno diritto alla vita. "L'utero è
mio e lo gestisco io" è una frase senza più
significato davanti al rispetto per la vita del figlio che
in quell'utero passa - in condizioni normali - nove mesi
della sua vita. Si tratta di un essere umano che non ha
chiesto di venire al mondo, ma che dal momento in cui vi
è stato chiamato, ha il diritto di ricevere da quell'utero
e dal mondo la sua piena tutela: neppure la madre ha diritto
di proprietà o di vita e di morte su quell'essere
vivente che è anche una parte di se stessa. La donna
potrà tornare pienamente proprietaria del proprio
corpo solo dopo il parto.
Perché
l'aborto volontario è un'esperienza sempre cosi destrutturante
per la psiche femminile? Fondamentalmente perché
esso rappresenta un contatto estremamente ravvicinato con
la morte.
La
morte è un cambiamento radicale e profondo che resta
sostanzialmente incomprensibile ed inaccettabile, sia per
i credenti sia per gli atei o gli agnostici. La morte è
un pensiero inconcepibile per la psiche dell'uomo: neppure
nel sogno si riesce a rappresentare la morte, se non in
modi che hanno a che fare con la vita, ci si rappresenta
infatti una propria vita nell'al di là, o i propri
funerali, o la vita di quelli che restano, oppure si simbolizza
la morte stessa con raffigurazioni di ogni tipo. La psiche,
di fronte al pensiero della morte, si destruttura, perché
istintivamente l'uomo se ne difende e si ribella alla sua
ineluttabilità. Procurare la morte di un altro essere
è a sua volta un'esperienza drammatica difficilmente
sostenibile. La donna che sente in sé il compiersi
di un evento mortale contro il frutto del concepimento,
vi partecipa sia inconsciamente sia consapevolmente e il
trauma che ne riceve lascia segni incancellabili. Al di
là di ogni considerazione morale o religiosa, resta
il fatto che clinicamente mi sento di affermare che il trauma
dell'aborto lascia segni patologici nella psiche non solo
della donna, ma di tutti quelli che vi partecipano.
L'Ayur
Veda è un testo della medicina indiana del V secolo
avanti Cristo che dice in modo poetico una verità
profonda che la moderna scienza è in grado di documentare:
l'essere umano fin dal momento del concepimento è
in rapporto con la madre, prova ne sarebbero - capovolgendo
in ciò il meccanismo della credenza comune anche
occidentale - le cosiddette "voglie", che altro
non sarebbero che il segno della mancata soddisfazione avuta
come risposta ai messaggi mandati dal feto alla donna per
esprimere un desiderio, per esempio una voglia di fragole.
Le emozioni del bambino vengono percepite dalla madre: quell'essere
autonomo esprime desideri, paure e fantasie: la psiche si
forma fin da subito ed entra in rapporto col fuori di sé.
L'apprendimento prenatale è documentato da anni e
la psichiatria fetale è una scienza che interviene
sulla vita psichica del concepito in fasi molto precoci
della gestazione. Per tutte queste ragioni, non è
possibile che il feto esposto al tentativo di aborto non
comunichi alla madre il suo rifiuto, la sua angoscia e il
suo terrore davanti alla morte; così che la donna,
che pure conduce a termine quell'omicidio, non può
non percepire tutto questo. In un paese in cui la legge
legittimi l'aborto ciò si tradurrà in quella
che si può chiamare la "sindrome del boia".
E'
questa una sindrome di cui si è occupata molta letteratura
del passato: chi per delega dello stato ha il compito di
eseguire le condanne a morte, ovvero il "boia",
è talmente disturbato psichicamente dall'obbligo
di compiere un dovere che ripugna alla natura umana, che
se ne difende con reazioni che in particolare si esprimono
in patologie paranoidi. Recentemente ho trovato questa sindrome
ben analizzata nel libro di un autore polacco, Kazimir Moczarski,
il quale, nel volume tradotto in francese col titolo: Entretiens
avec le boueau (Paris, Gallimard, 1979) riferisce la straordinaria
esperienza dell'incontro in un carcere polacco, dove si
era trovato rinchiuso per motivi politici nel 1949, con
l'uomo di fiducia di Himmler, Juergen Stroop, uno dei boia
più efficienti dei lager tedeschi in Polonia. La
cosa che aveva sconvolto il giornalista e scrittore polacco
era stata l'assoluta ed incrollabile convinzione di Stroop
di essere sempre stato dalla parte della giustizia e del
diritto, malgrado l'evidente criminosità del suo
operato. Tradivano questa certezza profonda espressioni
ritornanti nella sua conversazione come: "Meine Ehre
ist meine Treue" (il mio onore è la mia fede),
oppure: "Befehi ist Befehl! (un ordine è un
ordine), o ancora. "Ordung muss sein" (deve regnare
l'ordine), in un contesto che rendeva il personaggio paranoicamente
delirante.
Proprio
una componente paranoide è quella che si riscontra
nelle donne che hanno voluto abortire: per negare l'omicidio
che hanno commesso e la vicinanza cosi immediata con la
morte di un altro, mettono in atto un meccanismo di difesa
che è molto simile a quello di chi, per ufficio,
è stato delegato, in questa o quella realtà
sociale, ad eseguire le sentenze di morte emanate dai tribunali.
Angoscia ancora più tragica in chi, come la donna,
sa bene che la vita che sopprime è quella di un innocente.
Più
la forma giuridica legittimerà l'aborto, più
questo peserà esclusivamente sulla struttura psichica
della donna, rendendola autodistruttiva e distruttiva verso
gli altri: una distruttività che coinvolge l'intero
genere umano, dominato da una cultura di morte, proprio
come si è già rischiato con la follia nazista.