Il
concetto di persona e l'embrione umano
di Giacomo Samek Lodovici tratto
da "Il Timone" n.
34, giugno 2004
L’uomo
è persona già come embrione. La riflessione filosofica –
da Aristotele fino ai giorni nostri – fornisce tutti gli
argomenti razionali per cogliere questa fondamentale verità.
Il
concetto di persona è cruciale per affrontare qualsiasi
dibattito di bioetica, dall’aborto all’eutanasia, dalla
clonazione alla fecondazione artificiale. Lo status di persona
infatti appartiene all’uomo, definisce la sua natura e la
sua specificità, distinguendolo dalle cose inanimate e dagli
altri viventi.
Ovviamente,
l’uomo è un vivente e ciò lo differenzia dalie cose inanimate,
ma in che cosa e distinto dagli altri viventi? Qual è la
sua natura che ne fa un essere personale?
Per
ricostruire la natura dell’uomo e capire chi è una persona
dobbiamo, come Aristotele, partire dalle operazioni che
l’uomo compie. Per intenderci, dobbiamo fare un po’ come
si fa in chimica, dove, per scoprire la natura di una sostanza,
la si fa agire attraverso un reagente e dalie sue reazioni
si risale alla sua natura.
Chiediamoci,
dunque: quali sono le operazioni peculiari dell’uomo? Non
sono certo le operazioni «vegetative» come la nascita, la
crescita, il nutrimento e così via, perché esse vengono
esplicate anche dalle piante e dagli animali; nemmeno le
attività «sensitivo-motorie»,
come la sensazione, il movimento, il desiderio e simili,
perché esse vengono svolte anche dagli animali; piuttosto,
le azioni peculiari dell’uomo sono quelle razionati, che
non sono solo gli atti dl ragionamento, ma anche quelli
di amore, gli atti liberi, gli atti in cui manifesta il
suo senso e le sue capacità estetico-artistiche, quelli
che mostrano che egli ha un’anima spirituale, gli atti religiosi,
ecc. (ne ho parlato in il Timone n. 26, pp. 32-34).
Dunque possiamo dire che l’uomo è un essere di natura razionale,
ed un essere di natura razionale viene designato col termine
persona, come diceva Boezio.
Ciò
permette già di respingere la concezione della persona di
alcuni autori di matrice utilitarista che riconoscono lo
status di persona a chi prova dolore e piacere e,
sulla base di questa idea errata, equiparano gli animali
agli uomini: l’uomo infatti esercita delle operazioni cognitive
mentre l’animale no.
Altri
autori sostengono che anche gli animali sono persone perché
esercitano delle forme di attività conoscitiva. Bisogna
ribattere loro, sempre con Aristotele, che la «conoscenza»
degli animali superiori è qualitativamente inferiore a quella
dell’uomo: infatti, l’animale coglie nelle cose solo l’utilità/dannosità,
la piacevolezza/dolorosità, anzi (cfr. H.. Plessner, A.
Gehlen a M. Scheler) si accorge solo di alcune cose, cioè
di quelle cose utili/dannose, piacevoli/dolorose e le atre
nemmeno le percepisce. Invece l’uomo, poiché è razionate,
indaga su tutte le cose, indaga anche la natura delle
cose, cioè si chiede: «che cos’è questa cosa?», vuole conoscere
le cose a prescindere dalla loro eventuale utilità/dannosità,
cioè vuole conoscere la verità sulle cose, percepisce il
bene e il mate, il giusto e l’ingiusto, il bello e il brutto.
Notiamo
bene che un essere di natura razionale è un essere capace
potenzialmente di compiere operazioni razionali, e non
solo colui che compie attualmente tali operazioni.
L’uomo è persona anche quando non compie operazioni razionali,
perché possiede una natura che lo abilita, prima o poi,
o ancora, a compiere tali attività. Questa sottolineatura
è importante, perché i bioeticisti che difendono l’aborto
a l’eutanasia sostengono al contrario un’equazione, un’identità
tra la persona e il suo esercizio in atto di certe attività:
secondo questi autori, un essere umano è persona solo quando
compie attualmente certe operazioni. In tal modo, essi operano
una distinzione tra essere umano a persona, cioè sostengono
che l’essere umano diventa gradualmente persona (e lo è
pienamente solo quando esplica pienamente attività razionali)
e cessa gradualmente di esserlo (quando perde lucidità intellettuale,
quando è in coma, ecc.). Partendo da queste premesse errate,
essi deducono che l’embrione e il malato terminale non sono
persone, in quanto non esplicano attività razionali. Addirittura,
per un bioeticista molto famoso come H.T. Engelhardt anche
l’infanticidio é lecito, perché i neonati o i bambini piccoli
non esercitano tali attività. Bisogna, però, obiettare che,
se fosse persona solo chi esercita attualmente operazioni
razionali, allora bisognerebbe dire che anche un dormiente
o un uomo sotto anestesia non sono persone giacché non esplicano
tali attività, e dunque diventerebbe legittimo sopprimere
anche loro e non soltanto gli embrioni, i malati terminali
e i bambini.
Tuttavia,
questa obiezione non è ancora risolutiva nel caso in cui
qualcuno è disposto ad accettare le conseguenze di tale
concezione, cioè ad ammettere la liceità dl sopprimere dormienti
e pazienti sotto anestesia. Dobbiamo allora giungere al
cuore del problema, non soltanto mostrando le conseguenze
dell’equazione: persona = attività, ma anche dimostrando
che essa è falsa.
Per
fare questo, dobbiamo partire da un dato di fatto: io (come
ogni uomo) sono in grado di distinguere le azioni che compio,
le mie azioni, da quelle che non compio, da quelle
degli altri. Per esempio, in una libreria si compiono molte
azioni, come individuare un libro sugli scaffali, prendere
in mano alcuni libri, andare alla cassa, pagare, e cosi
via. Ebbene: io riesco a distinguere il mio individuare
un libro da quello degli altri, il mio prendere in mano
un libro da quello di altri, il mio dare una scorsa al libro
da quello di altri. Ci sono due azioni identiche, che possono
svolgersi simultaneamente, perché magari molti stanno guardando
nello stesso momento lo stesso libro ancora esposto su uno
scaffale, eppure tra queste azioni identiche solo alcune
le individuo come mie, mentre altre no.
Ora,
se io riesco a qualificare alcune azioni come mie, vuol
dire che la mia persona è qualcosa che permette di distinguere
in una molteplicità di azioni quelle che sono mie, da quelle
che non lo sono, cioè la mia persona non è identica alle
mie azioni, bensì esiste prima del compimento delle
azioni, le accompagna mentre si svolgono e perdura quando
esse sono terminate. E, proprio perché la persona è distinta
dalle azioni, è possibile attribuire a me (cioè a quella
persona che sono io), le mie azioni e non quelle che sono
di altre persone. Insomma, la persona e un sostrato, un
sostegno, da cui provengono le azioni, che è diverso da
esse, e io posso dire che alcune azioni sono mie perché
provengono da quel sostegno che sono io senza essere identiche
ad esso.
0,
ancora, la persona è come una sorgente da cui zampilla dell’acqua:
la sorgente è la fonte dell’acqua, ma non è l’acqua, e poiché
la sorgente non è l’acqua è possibile dire che le molecole
d’acqua di un fiume sono di due o più sorgenti diverse,
nonostante che queste molecole d’acqua siano tra loro chimicamente
identiche e si trovino le une accanto alle altre. Per tornare
al nostro esempio, anche se le azioni che vengono compiute
in una libreria sono identiche e avvengono magari simultaneamente
e le une accanto alle altre, è possibile dire che alcune
di queste azioni sono mie, perché quella persona che sono
io, e che è distinta dalle azioni che da essa scaturiscono,
consente di raggruppare appunto le mie azioni e di distinguerle
da quelle degli altri.
Si
potrebbe ribattere che io riesco a distinguere i miei atti
da quelli degli altri secondo un criterio di vicinanza spaziate.
Stando a tale criterio, le azioni spazialmente vicine tra
loro sono mie, le altre non lo sono. È facile controbattere:
in realtà, abbiamo già visto che due azioni vicine tra loro
possono essere una mia, l‘altra no. E mia l’azione di prendere
un libro da uno scaffale, non é mia un’altra azione vicinissima
di prendere un libro dallo stesso scaffale. Inoltre, due
azioni possono essere mie nonostante siano spazialmente
lontane: l’azione che qualifico come mia di individuazione
di un libro può avvenire in fondo alla libreria, e quella
che qualifico come mia di pagare il libro può avvenire all’entrata.
Si
potrebbe ulteriormente obiettare che io riesco a distinguere
i miei atti da quelli altrui secondo un criterio di vicinanza
temporale: sono mie le azioni che si svolgono vicine nel
tempo. Ma anche in questo caso abbiamo già in parte visto
che due azioni simultanee, o che si susseguono una dopo
l’altra, possono essere una mia e l’altra no: di due azioni
simultanee di acquisto di un libro, o che si susseguono
una dopo l’altra, una è mia, l’altra no. Inoltre, è facile
osservare come due azioni possano essere mie nonostante
siano temporalmente lontane: l’azione con cui ho individuato
un libro può essere avvenuta due ore prima rispetto a quella
con cui acquisto il libro, eppure sono due mie azioni, mentre
le azioni di acquisto di due libri uno subito dopo l’altro
possono essere una mia e l’altra no.
Insomma,
come abbiamo cercato di mostrare, l’uomo è persona anche
quando non compie le sue azioni peculiari, bensì quando
è capace potenzialmente di compierle.
Quindi,
per fare solo un accenno sull’aborto, l’uomo è persona già
come embrione, perché l’embrione umano e potenzialmente
capace di compiere operazioni razionali, in quanto nel suo
DNA ci sono già tutte le istruzioni che gli consentono di
svilupparsi fino a poter esercitare le azioni razionali:
nel suo sviluppo infatti non c’è nessuna interruzione, nessun
salto, nessun intervento esterno determinante.
Bibliografia
C.
Vigna - F. Botturi - E. Agazzi - A. Corradini - E. Berti
- H. Seidl, Bioetica e persona, fascicolo monografico
di “Per la filosofia”, 25 (1992).
F. Turoldo, Bioetica e persona, in “Religione &
scuola”, 2 (1988), pp. 66-72.
V. Possenti, L’embrione è persona? in Idem, Approssimazioni
all’essere, Il poligrafo 1995, pp. 111-129.
E. Sgreccia, Manuale di bioetica, Vita e Pensiero
1994, pp. 361-422.
M. Palmaro, in Piccolo manuale dl apologetica, a
cura dl R. Cammilleri, Piemme 2004.