Le
cinque prove dell'esistenza dell'uomo
di
Carlo Casini
Introduzione
Ha
scritto un filosofo: "un tempo il problema era
di dimostrare l’esistenza di Dio, oggi il problema è
quello di dimostrare l’esistenza dell'uomo". Può
sembrare una espressione paradossale: come si può
dubitare che l'uomo ci sia? Eppure quella frase esprime
un problema vero e profondo. Si tratta, infatti, di capire
se esista davvero una specificità umana, una diversità
tra l'uomo e tutto il resto del creato oppure se egli sia
parte indistinta della materia che lo circonda e di cui
egli stesso è fatto.
Alcuni
bioeticisti non vedono la differenza tra l'uomo e gli animali.
L'australiano Singer ha scritto che un cane ammaestrato
per condurre i ciechi, può avere maggior valore di
un cieco e che un sofisticato computer può contare
più di un embrione umano. Non ci sarebbe un perimetro
entro il quale c'è solo l'uomo. L'elemento qualificante
che lo identifica non sarebbe suo specifico. La caratteristica
decisiva sarebbe la capacità di sentire piacere o
dolore: solo essa costituirebbe un perimetro reale dentro
il quale si trovano accomunati l'uomo e gran parte degli
animali. L'uomo sarebbe soltanto uno dei molti viventi senzienti.
In questa visione si possono scrivere opere dal titolo "i
diritti umani degli animali". Il distintivo dell'umanità
sarebbe, appunto, la capacità di sentire dolore o
piacere, ma allora anche gli animali partecipano della umanità,
mentre l'uomo in quanto uomo diverso e superiore non esiste.
Questo
discorso può apparire astruso, fuori della realtà.
Invece è di estrema importanza pratica. Quando i
radicali per negare l'identità umana del concepito
mostrano l'ingrandimento di uno spillo sulla cui punta è
collocato un embrione umano ancora allo stato di morula,
cioè nella forma di un aggregato sferico di cellule,
anch'essi sferiche, di grandezza inframillimetrica, suppongono
che l'umanità non esiste quando non vi è capacità
di provare piacere o dolore o, peggio, quando manca la forma
o la grandezza di un adulto.
Esiste
o non esiste l'uomo in quel puntino? La questione è
tutt'altro che marginale. Lo è in primo luogo sul
piano esistenziale. Per difendere quel puntino, sia quando
può stare sulla punta di uno spillo sia nei mesi
successivi fin quando solo i millimetri lo possono misurare,
molte donne e molti uomini spendono tempo, energie, denaro.
Per quanto grande sia il successo di chi cerca di cancellare
il problema, per quanto coloro che oggi si alzano in piedi
a proclamare il diritto alla vita fin dal concepimento possano
essere una minoranza, tuttavia i difensori della vita nascente
non sono una quantità trascurabile, né per
numero né per esperienza e ricchezza umana. Qualcuno
ha donato una parte della sua vita a servizio dei poveri
del terzo mondo, altri hanno diretto comunità terapeutiche
per il recupero di tossicodipendenti, altri hanno fatto
esperienze di solidarietà con i disabili, qualcuno
ha capacità d'impegno nella vita sociale, culturale
e politica. Eppure il loro ideale di servizio al prossimo
si è concentrato su quella entità così
piccola e silenziosa che chiamano "embrione".
Vale
la pena? Non ci sarà una dispersione di energie che
potrebbero molto più utilmente dispiegarsi in altri
compiti? Perciò è urgente sapere se in quella
capocchia di spillo vi è o no un essere umano.
La
questione è ancora più inquietante se la esaminiamo
dal punto di vista religioso – ecclesiale – pastorale. Le
chiese, non solo quella cattolica come si vorrebbe far credere,
ma quella cattolica con una capacità di farsi sentire
decisamente più grande, continuano ad inquietare
le coscienze individuali. Il Concilio Vaticano II ha qualificato
l'aborto volontario "abominevole delitto"; a chi
consapevolmente e liberamente vi ha fatto ricorso il codice
di diritto canonico commina la scomunica; Giovanni Paolo
II non ha esitato a bollare come l'aspetto "più
conturbante e sovversivo" degli attuali attentati contro
la vita umana la trasformazione "del delitto in diritto"
parlando proprio della soppressione della vita concepita
e non ancora nata; Madre Teresa di Calcutta ha detto a tutti
i potenti del mondo che "l’aborto è il principio
che mette in pericolo la pace nel mondo".
Si
ha un bel dire che i più scrollano le spalle, si
tappano le orecchie o mostrano un disprezzo irridente. Ci
sono ancora centinaia di milioni che ascoltano e tra loro
molte coscienze si turbano, si addolorano, si affaticano.
Vale la pena continuare a inquietare le coscienze? Vale
la pena intestardirsi a proclamare l'esistenza dell'uomo
in quel minuscolo comparire dal nulla, la cui silenziosa
distruzione può risolvere problemi, evitare lo sconvolgimento
di una già decisa programmazione di vita, rimuovere
fatiche di ogni genere? Se egli è un uomo la Chiesa
si pone come il grande baluardo dei diritti umani. Ma se
non lo è?
Dicono
che l'insegnamento del Papa e dei vescovi sulla famiglia
e sulla vita allontana i fedeli e quindi riduce i collaboratori
nelle opere di apostolato e di carità. Non credo
che sia vero. Ma se lo fosse? In ogni caso la predicazione
del vangelo della vita non giova alla chiesa visibile. Essa
crea ostilità a livello politico, divisioni, incomprensioni,
distanze. Vale la pena insistere nella intransigenza nell'annunzio
del vangelo della vita?
Certo:
se lui è "uno di noi" la sua difesa è
un aspetto ammirevole della "Chiesa povera", della
chiesa, cioè, che è disposta a rinunciare
a vantaggi terrestri pur di restare fedele all'uomo che
non ha voce. Ma se l'embrione è soltanto un grumo
di cellule verrà il tempo in cui la stessa Chiesa
dovrà riconoscere la sua stoltezza.
Provare
l'esistenza dell'uomo: questa è dunque la decisiva
questione del momento. Non solo per la gente di chiesa.
La modernità ha affidato tutte le sue speranze di
pace, di libertà e di giustizia al riconoscimento
della uguale dignità di ogni membro della famiglia
umana. Così proclamano le prime parole della Dichiarazione
Universale dei diritti dell'uomo tanto spesso ripetute o
richiamate in patti internazionali e Costituzioni statali.
Dunque se anche il corpuscolo che i radicali mostrano sulla
punta di uno spillo è un essere umano, allora le
nostre società, orgogliose di se stesse, tradiscono
la libertà, il diritto, la democrazia, la solidarietà,
sono addirittura società in guerra, una "guerra
dei potenti contro i deboli".
Ma
vale la pena mettere in crisi tutto ciò che pareva
una già consolidata e gloriosa conquista di civiltà?
Non è meglio emarginare, soffocare, nascondere il
problema? Fino a quando si è discusso soltanto di
aborto, le tattiche di occultamento della questione sono
riuscite. Non vale la pena chiedersi se ciò che si
sviluppa nel seno di una donna è o no un essere umano:
anche se lo fosse – così dicevano – la legge dovrebbe
egualmente rendere lecita l'interruzione della gravidanza,
per ridurre almeno, il male dell'aborto clandestino, per
consentire alle pubbliche istituzioni di conoscere i propositi
abortivi e tentare di fermarli; per evitare il degrado di
norme proibitive di fatto incapaci di essere attuate. Argomenti
sofistici, lo sappiamo bene. E tuttavia idonei ad evitare
il porsi delle domande: uomo o cosa? Oggetto o soggetto?
Uno di noi o porzione di tessuto? Un figlio attuale o una
possibilità di figlio futuro?
Ma
ora l'embrione lo hanno collocato in un recipiente (la provetta)
al di fuori del corpo della donna. Tutto è possibile
fare di lui. E tutto ciò che si può fare può
essere programmato prima di generarlo. Puoi scegliere una
tecnica che produce molti embrioni in un unico contesto
e decidere che alcuni, quelli di serie C o D, li butterai
via; che altri li congelerai anche se una buona parte perirà
nelle operazioni di congelamento e scongelamento; che altri
ancora rimarranno per anni ibernati a 196 gradi sotto lo
zero come scorta che può divenire inutile e quindi
da buttare o da distruggere nelle più diverse sperimentazioni.
E se poi l'uso di molti embrioni porta eccezionalmente a
una gravidanza plurima, qual è il problema se si
vuole un solo figlio? La riduzione fetale è divenuta
ormai una operazione di routine…
No,
di fronte all'embrione in provetta non si può più
accantonare la domanda. La legge approvata dal Parlamento
Italiano il 10/2/2004, promulgata il 19/2/04 ed entrata
in vigore il 10 marzo successivo ha dato la sua risposta:
il concepito è un soggetto che ha diritti da proteggere
al pari degli altri soggetti coinvolti. Il dibattito si
è concentrato su molti altri punti e diventerà
bruciante all'approssimarsi del giorno in cui si svolgeranno
i referendum prossimi contro la legge: la fecondazione eterologa;
la possibilità di ricorrere alle nuove tecniche oltre
che nei casi di infertilità/infecondità, anche
quando vi sia un rischio di malattie ereditarie; l'autodeterminazione
della donna; il limite massimo dei tre embrioni da generare
in un unico contesto e da trasferire contemporaneamente
nell'utero; il congelamento; le cellule staminali; la diagnosi
pre-impianto. Ma, a ben guardare, la questione è
una sola: l'embrione è un essere umano? E quindi
un figlio? Il resto è corollario o dettaglio.
Perciò
è necessario provare l'esistenza dell'uomo. Con la
consapevolezza che se proveremo l'esistenza dell'uomo in
quel punto che può essere collocato sulla punta di
uno spillo avremo provato l'esistenza dell'uomo in ogni
caso, anche in me e in te che leggi, perché avremo
scoperto quella caratteristica che ci rende diversi da tutto
il resto del cosmo, animali compresi.
San
Tommaso d'Aquino catalogò le vie per giungere a Dio:
le cinque prove dell'esistenza di Dio. Stimolato dal filosofo
che ho citato all'inizio, classifico anch'io in cinque le
prove dell'esistenza dell'uomo. Si tratta – evidentemente
– di un espediente per suscitare l'attenzione e fissare
la memoria. In realtà non si dicono cose nuove, ma
si cerca soltanto di dare ordine al molto già detto,
con presunzione di aiutare quanti nel dibattito referendario
in corso vorranno sostenere le ragioni della legge che si
vorrebbe annullare e, soprattutto, di offrire qualche spunto
di meditazione sul mistero dell'uomo che vada ben oltre
la contingenza referendaria.
Questo
scopo esige uno stile il più possibile semplice,
comprensibile a tutti. Non tutti sono biologi, giuristi
o filosofi. Eppure tutti sono chiamati a decidere e ciascuno
è serio e responsabile se decide con la propria testa.
Non si possono ignorare le nozioni essenziali fornite dalla
scienza e tuttavia esse vanno esposte in modo tale da consentire
alla ragione individuale di trarne le conseguenze. Anche
per questo la "prova dell’esistenza dell'uomo"
percorrerà esclusivamente le strade indicate, appunto,
dalla ragione, affinché anche il non credente possa
camminarvi. Che se poi la meditazione sul mistero che avvolge
l'uomo, inevitabilmente colto dalla ragione, conduce alla
intuizione del mistero di Dio, non per questo viene meno
l'ipotesi di un cammino comune, come tale assolutamente
"laico", di credenti e non credenti.