Aborto
e diritto naturale
Per
fondare la battaglia in difesa della vita
Articolo
apparso sul n. 13 di Cristianità
del
marzo-aprile 1975
Conferenza
del professor don Dario Composta S.D.B. - ordinario di storia
della filosofia antica e docente di filosofia del diritto
presso la Pontificia Università Urbaniana, docente di filosofia
presso la Pontificia Università Salesiana -, tenuta a Roma
il 20 giugno 1975, presso la parrocchia di San Lorenzo in
Lucina, nel corso di una manifestazione organizzata da Alleanza
Cattolica.
INTRODUZIONE
Dell'aborto
oggi si scrive e si parla assai. Non così un tempo, anche
non remoto, quando tale tema veniva confinato ai margini
delle discussioni dei moralisti e dei medici.
Per
un aspetto ciò è bene: si tratta infatti di esplorare con
saggezza le radici della nostra esistenza e le responsabilità
umane di fronte a un evento mirabile quale è la vita, che
supera ogni superficiale valutazione. Tutti noi che viviamo,
ci riconosciamo coinvolti in tale dibattito.
E'
invece male che spesso non la fede e non la ragione, ma
solo il sentimento o una visione errata della esistenza
umana, si impossessino del problema e ne diano, conseguentemente,
una soluzione erronea; e che spesso tali strumenti di comunicazione
sociale si rendano complici veicoli di errori e di oscuramenti
della morale cristiana e naturale.
La
conferenza di questa sera intende fare appello alla fede
e alla ragione. Ricordo agli uditori (che suppongo tutti
cattolici, coerenti e obbedienti alla Chiesa) che anche
recentemente il Magistero ha emanato alcuni documenti sul
tema: tale, ad esempio, la Dichiarazione della Sacra Congregazione
per la Dottrina della Fede in data 18 novembre 1974, seguita
da una precisazione di mons. Jérôme Hamer in data 7 dicembre
1974. Vi sono poi i documenti della Conferenza Episcopale
Italiana emanati l'11 gennaio 1972, il 10 febbraio 1973,
il 6 febbraio 1975. 1 vescovi di numerose nazioni, inoltre,
sono intervenuti in questi ultimi mesi sul tema, condannando
l'aborto procurato, riproponendo la tradizionale dottrina
morale, insistendo sulla necessità che i cattolici non solo
si attengano alle norme della Chiesa, ma si impegnino anche
a farsi portatori dell'etica naturale e cristiana fronteggiando
le erronee teorie che oggi si diffondono nel mondo.
Ovviamente,
noi ci troviamo qui questa sera per prendere in esame tale
dottrina e per acquistarne, se occorresse, una conoscenza
più approfondita. Debbo però osservare che il tempo a nostra
disposizione non ce ne consente una disamina esauriente.
Mi limiterò pertanto a un aspetto particolare, ossia al
nesso che vincola il diritto naturale alla difesa della
vita e dunque alla lotta contro l'aborto. Due sono le ragioni
che inducono a tale limitazione: 1) Nei documenti del magistero
ecclesiastico si fa sempre e costantemente appello al diritto
naturale; la nostra discussione, dunque, non si colloca
fuori della materia insegnata dalla Chiesa. 2) Circola oggi
l'opinione che i cattolici non possano imporre le loro convinzioni
religiose a chi non crede e che pertanto - si dice - essi
non possano partecipare alle discussioni sull'aborto in
termini propriamente e universalmente umani o razionali,
ma solo desumendo norme dalla Rivelazione. La risposta a
questa falsa opinione è pronta: il diritto naturale si appella
anzitutto alla ragione umana. Quando la Chiesa insegna la
morale naturale non impone dogmi da credere, ma propone
verità razionalmente accessibili a tutti gli uomini, compresi
dunque i cattolici, i quali pertanto sono invitati a esercitare
la loro ragione non soltanto per accoglierle passivamente,
ma per comprenderne l'intrinseco valore (1).
1.
NOZIONI PRELIMINARI
Prima
di entrare nel vivo della questione, penso opportuno richiamare
all'attenzione alcune nozioni fondamentali, allo scopo di
discutere il problema con la massima esattezza possibile.
Anzitutto
la parola aborto. E' voce che deriva dal latino ab-orior
e più precisamente dal participio ab-ortus. Significa: venire
al mondo prima del giusto tempo. Voci ed espressioni equivalenti
sono: interruzione della gravidanza o interruzione della
maternità; talvolta viene chiamato anche infanticidio, che
però è usato propriamente a significare l'uccisione di chi
può già nascere normalmente o è già nato.
L'aborto
si suole definire come espulsione dell'embrione, o feto,
nel periodo di gestazione che va da 0 giorni a 6 mesi. Almeno
dopo i 6 mesi il bambino può nascere e sopravvivere: se
lo si uccidesse allora, si avrebbe dunque già, nel senso
più proprio, un infanticidio. Nel linguaggio nordamericano
si chiama abortion l'espulsione del feto che avvenisse tra
il concepimento e il terzo mese; miscarriage quando ciò
accadesse tra il terzo e il sesto mese; premature deliverv
tra il sesto e il nono mese.
L'aborto
si può dividere a seconda che avvenga o per difetto di natura
o per volontà umana.
Il
primo si chiama aborto naturale o spontaneo. Esso non ci
riguarda direttamente; al più deve richiamare l'attenzione
dei medici per rimediare all'imperfezione o alla malattia
che lo causano.
Il
secondo, che avviene per volontà umana, è chiamato aborto
procurato (come si dice con termine tecnico desunto dal
Codice di diritto canonico), ossia provocato con mezzi,
in modi, per motivi e pretesti diversi: con mezzi meccanici
o chirurgici o con medicamenti; in modo clandestino (aborti
clandestini) o pubblico (aborti legali); per motivi e pretesti
svariati (detti tecnicamente indicazioni): per salvare la
vita della madre (aborto terapeutico), per impedire la nascita
di un bambino che la tecnica diagnostica presume anormale
(aborto eugenetico), per rimediare a problemi economici,
demografici, sociali, psicologici (pretesti che vanno dalla
sovrappopolazione all'incesto, dalla vedovanza alla violenza
carnale, dalle esigenze professionali al disagio psicologico).
Sotto
il profilo della legittimità, l'aborto procurato è peccaminoso
in quanto viola la legge divina, è criminale o delittuoso
in quanto viola anche una norma positiva. Norma positiva
canonica, che condanna gli interessati - madre, medici,
infermieri - alla scomunica riservata al vescovo (2); oppure
norma positiva civile: nel nostro paese, la legge - e propriamente
il codice penale (3), con disposizioni che risalgono al
1880 - punisce con detenzione carceraria i responsabili
del delitto. L'aborto criminale si chiama anche illegale
in quanto indica una azione contraria alla legge.
Gli
ordinamenti civili in tema di aborto possono essere divisi
in: ordinamenti permissivi (Giappone, URSS, Ungheria, alcuni
Stati degli USA, ecc.); ordinamenti condizionanti (numerosi
Stati dell'Europa e dell'America settentrionale); ordinamenti
repressivi (Italia, America Latina, Belgio, Germania, Grecia,
Portogallo, Spagna).
Oggi
però si suole proporre, sotto il profilo giuridico, un altro
schema, più tecnico: da un lato gli Stati contrari all'aborto,
che cioè lo puniscono ossia lo penalizzano; dall'altro gli
Stati permissivi. Gli Stati permissivi si dividono a loro
volta in quelli che legalizzano o liberalizzano l'aborto
e in quelli che lo depenalizzano.
Gli
Stati che legalizzano o liberalizzano l'aborto sono quelli
che, mediante una regolamentazione più o meno permissiva,
ossia mediante regolamentazione "restrittiva"
di maggiore o minore labilità, lo permettono. Si afferma
che la liberalizzazione dell'aborto pubblico cancellerà
la piaga degli aborti clandestini, non dilaterà l'entità
del fenomeno stesso, farà cessare vergognose speculazioni,
farà diminuire il numero delle nascite di figli illegittimi.
La documentazione più recente prova invece irrefutabilmente
che, dovunque si è legalizzato l'aborto, le nascite di illegittimi
sono in aumento; dilaga la più vergognosa speculazione pubblica
e legale e la più abbietta e aperta propaganda da parte
di "cliniche" e ospedali concorrenti che si contendono
i clienti o i contributi dello Stato per lo sfruttamento
organizzato dell'assassinio; gli aborti clandestini non
diminuiscono; l'entità del fenomeno si dilata incessantemente:
gli aborti si moltiplicano paurosamente di anno in anno.
La "medicina" della legalizzazione è inefficace.
Ma non tanto e non solo perché fallisce il bene indiretto
che si propone, essa è inammissibile, quanto piuttosto perché
in vista di tale bene indiretto - per conseguire il quale
occorrono la prevenzione sociale e soprattutto rimedi morali
- essa permette il male diretto: nel nostro caso, legittima
e regolamenta l'assassinio. Vale invece per ogni uomo il
principio: Non sunt facienda mala ut eveniant bona (4),
Gli
Stati che depenalizzano l'aborto sono quelli che, abrogando
ogni regolamentazione restrittiva o repressiva in materia,
pongono in condizione di assoluta e permanente impunità
le persone che comunque concorrono a procurare l'aborto.
La depenalizzazione, per sé, non significherebbe una esplicita
approvazione dei reato né l'esplicita eliminazione della
conseguente condanna morale. Ma neppure si configurerebbe
come condono giudiziario, ossia come remissione della pena,
o come una sua mitigazione che peraltro non deroghi alla
norma penale. Abrogando la norma stessa, infatti, la depenalizzazione
crea il vuoto legislativo e pone come giuridicamente irrilevante
la soppressione della vita umana nei primi mesi della sua
esistenza. Per l'illecito dell'aborto procurato, cioè, la
norma positiva si comporta allora in modo radicalmente tollerante:
non lo qualifica, non ne dissuade e non commina pene; lo
ignora. Inevitabilmente, il vuoto legislativo indurrà molti
a credere che l'aborto sia azione moralmente indifferente.
Il permanere della sanzione coercitiva - di minore o maggiore
severità - è infatti necessario proprio perché la legge
possa svolgere adeguatamente la sua funzione pedagogica
e formativa della coscienza morale. E' da notare che i medesimi
deleteri e tragici effetti pratici della depenalizzazione
sarebbero prodotti anche da una mitigazione delle sanzioni
che giungesse fino in prossimità e alle soglie della concessione
di una pratica impunità.
Ci
si è chiesti se la Conferenza Episcopale Italiana non sembri
accedere a una qualche mitigazione delle pene previste dal
nostro codice. E' comunque da escludere che sia lecito accedere
a una qualche depenalizzazione.
2.
L'ABORTO E I SUOI PROBLEMI ETICO-GIURIDICI
Affronteremo
la questione dei rapporti tra aborto e diritto naturale
secondo l'articolarsi della seguente affermazione sillogistica:
A)
La creatura umana possiede un diritto oggettivo, primario,
inalienabile all'esistenza.
B)
Ma il feto, fino dalla fecondazione naturale, ossia fino
dalla costituzione dello zigote o diploide, è inizio di
autonomo soggetto umano, nuovo essere umano distinto dalla
madre.
C)
Dunque il feto, fino dalla fecondazione naturale, ossia
fino dalla costituzione dello zigote o diploide, possiede
un diritto oggettivo, primario, inalienabile all'esistenza.
Illustriamo
brevemente la dimostrazione anzitutto nelle sue linee generali.
Quanto
al metodo dell'argomentazione: è ovvio che noi non intendiamo
qui fondarci su considerazioni strettamente teologiche o
religiose ma su considerazioni razionali. L'argomentazione
razionale non esclude peraltro quella teologica e religiosa,
come diremo più avanti. Quanto al procedimento dimostrativo,
va notato che esso non può essere accusato di astrattezza:
se da un lato, nella premessa maggiore del sillogismo, si
parte da una proposizione universale, dall'altro, nella
premessa minore, si tiene conto delle situazioni esistenziali,
delle scoperte scientifiche ecc.; con un metodo che è dunque
insieme induttivo e deduttivo.
Quanto
all'oggetto dell'argomentazione: procederemo non tanto colpendo
direttamente l'aborto, quanto invece ponendo in rilievo
il carattere sacro della vita umana. Ne conseguirà indirettamente
che ogni attentato a essa è contrario all'onestà e alla
giustizia; la condanna dell'aborto, cioè, scaturisce dal
precetto che ingiunge di rispettare la vita umana, applicato
alla particolare esistenza umana propria del feto. Vi è
chi solleva l'ipotesi del caso in cui la gravidanza ponesse
in pericolo la vita della madre: perché - si obbietta -
occuparsi del diritto all'esistenza da parte del feto, la
cui perfezione umana è ancora largamente potenziale, quando
fosse in pericolo la vita della madre, la cui perfezione
umana è invece tanto largamente attuale? Con tali ragionamenti
si può arrivare fino a proporre una casistica tragica che
dapprima si enuncia dialetticamente nella formula: "o
la madre o il figlio", ma che da ultimo giunge a decretare
un minore diritto alla vita da parte di chiunque non fosse
giudicato sufficientemente "degno" di vivere,
non essendo sufficientemente attuale la sua perfezione umana.
In realtà tale opposizione ("o la madre o il figlio")
è inammissibile: non solo e non tanto perché il progresso
della medicina e della chirurgia l'hanno resa ormai statisticamente
irrilevante (i casi di alternativa sono stati ormai ridotti
intorno al 2 per 1000, e l'ulteriore progresso scientifico
li va cancellando totalmente), quanto piuttosto perché il
diritto alla vita di un essere umano innocente non è misurato
dall'entità delle sue perfezioni umane in atto, ma sussiste
sempre intero quando è in atto la sua vita umana, e pur
essendo in essa solo potenziali le perfezioni possibili.
Con
queste premesse possiamo ora illustrare in forma più specifica
l'argomentazione proposta.
3.
IL VALORE DELL'ESISTENZA DI FRONTE ALLA RAGIONE UMANA
Nella
argomentazione proposta si dice anzitutto: La creatura umana
possiede un diritto oggettivo, primario, inalienabile all'esistenza.
Si
tratta di una affermazione universale, accessibile a tutti
gli uomini ed evidente.
Per
la filosofia questo diritto è fondato sulla natura e dignità
dell'uomo stesso (5).
Alla
filosofia fa seguito la scienza del diritto, ossia quella
alta disciplina che studia i rapporti doverosi tra uomo
e uomo. In relazione all'essere e alla vita umana, tale
scienza afferma l'oggettività di un sistema normativo che
si chiama diritto naturale. Con l'espressione diritto naturale
sono significate tre realtà: un ordine o valore oggettivo;
la norma regolatrice dell'ordine; la capacità nell'uomo
di esercitare la sua libertà entro la tessitura di tale
ordine e sulla traccia delle norme.
Esiste
perciò un diritto naturale inteso come ordine e valore oggettivo,
prima ancora che come norma, che inerisce alla vita umana
in sé stessa e vige di fronte a tutta l'umanità. Esiste
poi la norma che tutela questo valore e che si chiama legge
naturale, Esiste infine la capacità fondamentale o facoltà
giuridica alla vita e ad agire conformemente a quelli che
sono noti come diritti della persona. Il diritto naturale,
dunque, consta anzitutto del valore e della dignità oggettivi
dell'esistenza umana; consta poi della formula normativa
che enuncia tale valore e dignità; consta infine della facoltà
giuridica o capacità ad agire o libertà di operare di conseguenza,
che i singoli uomini posseggono. La permanenza nella vita
è dunque per la creatura umana: diritto (soggettivo), norma
e diritto di natura. Ossia, come si è detto nell'enunciato,
a permanere nella vita la creatura umana ha un diritto oggettivo,
primario, inalienabile. Oggettivo, perché non fondato sulla
conoscenza che altri ne hanno e non sul suo riconoscimento
privato da parte di uomini o pubblico da parte di ordinamenti
giuridici; ma fondato invece sull'essere stesso del vivente
umano, per cui la vita umana è per sé stessa sacra. Primario,
poiché ogni altra facoltà, norma, diritto (relativi, ad
esempio, alla salute, all'onore e a ogni altro bene) possono
stare solo se sta questo primo che concerne la vita. Inalienabile,
poiché neppure il suo stesso titolare può disporne e trasferire
ad altri, a suo arbitrio, il proprio diritto alla vita,
essendo, tale diritto, patrimonio inerente alla sua natura
di uomo, dalla quale egli non può separarsi.
Al
diritto naturale è resa testimonianza infine dal consenso
universale degli uomini: in ogni tempo, per le leggi e i
costumi di tutti i popoli, nell'ambito di ogni tradizione
religiosa, la vita umana innocente è un bene sacro: l'inviolabilità
della vita umana innocente (le sole esigue eccezioni sono
limitate a periodi di estrema degradazione morale e oscuramento
religioso) è legge conosciuta dalla retta ragione presso
ogni civiltà. Il comandamento biblico non uccidere non ne
è che la formulazione negativa, e per ciò stesso universale
e universalmente cogente.
4.
L'ESISTENZA PRENATALE DELL'UOMO DI FRONTE ALLA SCIENZA E
AL DIRITTO
Abbiamo
finora illustrato la premessa maggiore del sillogismo. E'
da notare che anche i più ottusi e settari apologeti e propagandisti
dell'aborto (quello terapeutico come quello eugenetico o
quello che si vorrebbe giustificare in nome di una "libertà"
della madre, ecc.) sono generalmente costretti a riconoscere
la verità e la fondatezza almeno delle considerazioni fin
qui esposte: almeno la fondatezza, cioè, del l'inviolabilità
della vita umana innocente (6); ciò di cui essi rifiutano
di prendere atto, invece, è che quella del feto sia vita
umana, vita di nuovo e distinto essere umano.
Occorre
dunque ora esaminare la premessa minore, nella sua correttezza
logica e nella sua fondatezza scientifica, e affrontare
il tema dell'esistenza prenatale dell'uomo.
L'enunciato
della premessa minore, proposto sopra, dice: Ma il feto,
fino dalla fecondazione naturale, ossia fino dalla costituzione
dello zigote o diploide, è inizio di autonomo soggetto umano,
nuovo essere umano distinto dalla madre.
Come
si può facilmente intendere, affermiamo che poche ore dopo
l'unione tra uomo e donna - forse 20 o 24 ore - una nuova
vita umana si accende e la donna diviene madre.
Ma
faremo, prima, rapidi cenni alla storia di talune opinioni
sulla vita intrauterina, anche allo scopo di renderci ragione
di qualche varietà di opinione presso taluni moralisti cattolici
del passato.
E'
noto che nel secolo V a. C. Ippocrate, medico e scienziato
greco, imponeva ai medici il giuramento di non ledere la
vita umana, a cominciare da quella prenatale; lo stesso
facevano i Pitagorici. Il rispetto della vita umana anche
prenatale, del resto, era già da sempre riconosciuto come
dovere conforme alle leggi di natura, alla retta ragione,
alle tradizioni di ogni civiltà. Ippocrate peraltro insegnava
- seguito, anche secoli dopo, da lontani discepoli - che
il germe vitale che dal primo giorno si annida nel seno
della madre aveva inizialmente vita e proprietà vegetali
e animali, ma non ancora umane: solo oltre i primi 30 giorni
(7) Si sarebbe verificato il passaggio dalla vita o anima
- vegetale e animale a quella umana o razionale, sarebbe
cioè avvenuta la "animazione", ma intesa come
attuazione e realizzazione delle precedenti proprietà virtuali.
L'opinione di Ippocrate fu condivisa da molti scienziati
dell'antichità. Gli stoici invece, e con essi il grande
medico Sorano del secolo II d. C., insegnavano che l'anima
razionale o umana era presente fin dall'inizio, e si trasmetteva
direttamente per generazione. Tali opinioni furono corrette
nel Medioevo dai maestri della Chiesa, i quali insegnarono
che l'anima umana viene, sì, introdotta a reggere il germe
dopo che esso abbia iniziato ad essere retto da vita animale,
ma che l'anima umana o razionale non è né l'attuazione di
virtualità della vita animale né è propriamente generata
dall'uomo e dalla donna, essendo invece infusa nel germe
vitale in virtù dell'opera creatrice di Dio. Collateralmente,
fu discusso il problema della qualità di peccato dell'aborto;
la soluzione fu generalmente questa: da un lato - conformemente
al costante insegnamento cristiano - ogni aborto è peccato
grave; dall'altro almeno dopo il quarantesimo giorno, o
poco dopo, l'aborto si poteva considerare propriamente come
infanticidio. Discussioni collaterali sorsero nel secolo
XVI per valutare la fondatezza dei motivi che, in tale periodo
di accresciuta corruzione morale, venivano avanzati come
attenuanti del peccato e delitto di aborto. Si giunge infine
ai problemi suscitati nei secoli XIX e XX dall'intervento
sempre più generalizzato della chirurgia. Sono note, a questo
riguardo, le ripetute conferme venute dal magistero pontificio
anche mediante gli atti delle Congregazioni Romane circa
l'inviolabilità della vita umana prenatale e l'inammissibilità
di attentarvi direttamente.
Ma
oggi è la stessa scienza a dover prendere atto della perfetta
fondatezza delle norme disposte dalla Chiesa a tutela della
vita umana prenatale.
Oggi
infatti la scienza è in grado di stabilire con esattezza
che appena l'ovulo viene fecondato dallo sperma - e si instaura
così lo zigote o diploide - una autonoma nuova vita umana
nasce nel seno della madre: poche ore dopo l'unione tra
l'uomo e la donna, nello zigote o diploide tutte le virtualità
che si esplicheranno nell'adulto di domani sono integralmente
e autonomamente presenti. La genetica, dopo gli studi e
le scoperte degli anni recenti, è oggi in grado di provare
che fin da quel primo momento, in quel primo germe, tutto
l'uomo o la donna futuri sono precontenuti e preordinati:
colore della pelle, degli occhi, dei capelli, statura, qualità
biologiche ereditarie, ecc. Una autonoma vita umana ha da
allora iniziato a svolgersi secondo una legge propria che
le è insita, distinta e irriducibile a quelle che reggono
e ordinano la vita del padre e della madre. In questa sede
non ci è purtroppo consentito dilungarci a illustrare minutamente
tali acquisizioni; chi intendesse prenderne conoscenza approfondita
ha peraltro la possibilità di ricorrere agevolmente alle
opere degli scienziati, biologi e genetisti, che le espongono.
Quanto è stato detto, comunque, è sufficiente per affermare
che la stessa scienza è oggi nella necessità di prendere
atto che un autonomo principio vitale umano, ossia una autonoma
vita o anima umana, è fin dall'inizio presente come un artefice
che costruisce il nuovo palazzo dalle fondamenta (8).
E'
quanto enuncia la premessa minore.
Per
questo possiamo affermare che ogni interruzione volontaria
della maternità è volontaria uccisione di una creatura umana.
La
soppressione di una creatura umana concepita anche solo
da poche ore non può affatto essere paragonata all'assunzione
di un lassativo per stipsi, allo spurgare il naso dal catarro,
all'asportazione di un tessuto o di un organo della madre:
chi viene espulso e ucciso con l'aborto non è una cosa che
appartenga alla madre né un suo tessuto né un suo organo,
ma è un vero e autonomo essere umano.
E'
appena il caso di accennare all'estrema stoltezza di un'ultima
"argomentazione" a cui talvolta si aggrappano
i fautori dell'aborto quando si vedono privati di ogni altro
appiglio: l'"argomentazione" secondo cui essi
desumerebbero la liceità dell'aborto volontario dall'esiguità
delle dimensioni del feto o dalla limitatezza del tempo
da cui ha cominciato a vivere ("è piccolissimo; pesa
pochissimo; è concepito da pochissimi giorni!"); quasi
che in un uomo lo stato di umanità fosse misurato dalla
sua statura o dal suo peso o dal numero dei suoi anni! Nessuno
degli uditori, certo, ha bisogno che si risponda a una simile
"argomentazione".
CONCLUSIONI
La
conclusione di tutto ciò che si è detto è cogente: la creatura
umana fin dal primo momento del suo stabilirsi nell'essere
verifica in sé il diritto naturale secondo i tre livelli
di cui si è fatta parola sopra:
1)
Sotto il profilo del valore o ordine giuridico naturale,
il feto umano possiede autonomia di vita. Non si può affermare
che egli sia ordinato a un fine diverso da quello fondamentale
a cui la natura lo ordina: permanere nel suo essere, nel
bene della vita. Né si può affermare egli sia un ingiusto
aggressore, da cui sarebbe dunque cito difendersi.
2)
Sotto il profilo delle norme di diritto naturale, la vita
del feto è protetta dal principio etico-giuridico che prescrive
il rispetto della vita e fa divieto di ucciderla. Tale principio,
appunto perché naturale e universale, non può essere ignorato
dagli ordinamenti civili. Una legge positiva che sottraesse
tutela giuridica al feto o persino concedesse azioni lesive
della sua esistenza, sarebbe ingiusta e immorale.
3)
Sotto il profilo dei diritti soggettivi o facoltà originarie,
il feto possiede il diritto a essere alimentato, assistito,
protetto, portato alla maturazione e alla nascita. Come
quella di ogni essere umano, la sua vita è inviolabile.
Sopprimerla, è omicidio.
"Conceptum
in utero qui per abortum deleverit, omicida est" (9).
DARIO
COMPOSTA S. D. B.
(1)
Cfr. Papa Paolo VI, Humanae vitae, 4.
(2)
Cfr. Codex iuris canonici, can. 2350, par. l.
(3)
Artt. 546-549.
(4)
Cfr. Rom 3, 8.
(5)
Ciò che specifica l'uomo è la sua natura di essere intelligente
e libero, ossia la sua essenza e vita spirituale, ordinata
a permanere nel proprio essere in immortalità personale.
In tale sostanza spirituale, ossia nella sua natura specifica,
è il valore o dignità dell'uomo. Tutte le cose sono ordinate
a permanere nei proprio essere, che è dunque ciò a cui tutte
le cose tendono, ossia il massimo bene. L'ordine delle cose
alla permanenza nel proprio essere si manifesta e si esprime
negli enti inferiori, a cominciare di quelli anorganici
(si pensi anche solo all'edificio strutturato e unitario
delle particelle fisiche elementari), come stabilità, coesione
e necessità fisiche. Nei viventi, nel mondo vegetale e animale,
tale ordine all'essere si manifesta e si esprime come dinamismo
autonomo che integra a sé gli elementi che consentano la
permanenza della vita nell'essere e la sua propagazione
oltre la morte degli individui della specie; in particolare,
negli animali tale dinamismo si esprime nella necessità
fisiologica dell'istituto di conservazione. Nell'uomo, l'ordine
alla permanenza nel proprio essere include ma trascende
l'istituto di conservazione della propria vita biologica
e si nobilita fino a manifestarsi e a esprimersi nella consapevole
volontà di esistenza personale oltremondana, nel desiderio
spirituale di immortalità, ossia nella volontà di permanenza
oltremondana della propria vita spirituale nell'essere.
Volontà che nell'uomo trascende il suo essere corporeo e
si trova come già da sempre insediata in lui: può, con l'educazione
e la cultura, affinarsi; ma non attende l'educazione né
la cultura per nascere. E se in ogni regno dell'universo
vediamo enti di ogni stato distruggere enti di stato inferiore,
ossia ordinare alla propria permanenza nell'essere la dissoluzione
di enti subordinati, sappiamo pure che non vi sono, in tutto
l'universo, enti di stato superiore a quello umano alla
permanenza dei quali nell'essere la natura subordini la
permanenza nell'essere della vita umana, ossia enti alla
cui permanenza nella vita sia naturalmente ordinata la morte
dell'uomo. Affermiamo dunque che l'identica natura umana
ordina incondizionatamente, in uguale misura e a pari titoli,
ogni uomo alla permanenza del proprio essere. La natura
umana, abbiamo detto; non, cioè, l'esercizio attuale delle
facoltà che in essa hanno principio e radice: il permanere
nello stato di umanità non è misurato dall'esercizio o dal
non esercizio attuali dell'una o dell'altra facoltà specificamente
umana, così che il valore e la dignità dell'uomo non solo
permangono interi pur in presenza di eclissi temporanee
delle facoltà stesse (intelligenza, memoria, volontà possono
talvolta non essere esercitate in atto, a causa, ad esempio,
di una imperfezione fisiologica o di una malattia o di farmaci
o dell'ebbrezza o del sonno), ma permarrebbero interi anche
nell'ipotesi in cui la genetica e l'antropotecnica, per
calcolo