Aborto,
25 anni di vergogna
di Mario
Palmaro
Il
18 maggio 1978 veniva approvata la legge 194 che legalizzava
l’uccisione di esseri umani concepiti nel seno materno.
Da allora, oltre quattro milioni di vittime. Una vergogna!
Un
applauso raggelante si leva dai banchi del Senato: presidente
ha appena letto il risultato delle votazioni con cui l’aborto
è diventato legge dello Stato italiano. È un giovedì pomeriggio
di 25 anni fa, il 18 maggio del 1978. Così il Parlamento
approva la legge 194, che rende lecita la soppressione dell’essere
umano concepito. L’intervento è a carico del Servizio sanitario
nazionale e viene "pagato" da tutti i contribuenti,
anche da quelli che sono contrari all’aborto di Stato. In
Senato, gli applausi arrivano soprattutto dai banchi della
sinistra: la legge passa con l’appoggio decisivo del Partito
Comunista, del Partito Socialista, e delle altre componenti
di tradizione marxista. Salvo alcune eccezioni, anche i
cosiddetti partiti laici – Psdi, Pli e Pri – si schierano
a favore della autodeterminazione della donna. Contro la
legge votano i deputati della Democrazia cristiana e del
Movimento sociale italiano Destra nazionale, ma non basta.
Manovre
preparatorie
Soltanto
fino a 3 anni prima l’aborto era in Italia un reato, sanzionato
dal codice penale. Come era stato possibile giungere così
repentinamente alla legalizzazione? Il fronte abortista
aveva potuto lavorare indisturbato per modificare il senso
comune. Innanzitutto, servendosi del progetto di occupazione
"gramsciana" dei mass media, i quali diffondevano
cifre assolutamente fantasiose sull’aborto clandestino.
Fu messa in atto una vera e propria campagna di propaganda
per l’aborto di Stato, cui presero parte quasi tutti i più
diffusi quotidiani e rotocalchi. Il mondo cattolico, diviso
al suo interno da una crisi d’identità alimentata dal ’68,
non fu in grado di opporre una seria resistenza.
C’erano
addirittura parlamentari cattolici tra i fautori dell’aborto
legale: furono i cattocomunisti Gozzini, La Valle e Codrignani
a inventarsi il titolo — tragicamente comico — della legge
194, che reca "Norme per la tutela sociale della maternità
e sull’interruzione volontaria della gravidanza". Una
"tutela della maternità" che dal 1978 al 2001
ha provocato la morte di 4.255.005 nascituri, secondo le
cifre ufficiali del Ministero della sanità. Ma anche nella
stessa Democrazia cristiana si manifestavano gravi segni
di cedimento, perfino in alcuni dei suoi uomini più prestigiosi.
Il
tradimento della Dc
Una
prima avvisaglia del tradimento dello Scudo crociato si
era già avuto il 26 febbraio 1976, quando il gruppo Dc alla
Camera votò insieme al Pci contro l’eccezione di incostituzionalita
alla legge abortista. Nell’estate del 1976 sarà sempre un
governo a guida democristiana (l’Andreotti Terzo) ad autorizzare
in via straordinaria aborti eugenetici per le donne colpite
dalla nube tossica di diossina a Seveso, nei pressi di Milano.
Pochi
ricordano che la 194 è l’unica legge sull’aborto al mondo
che porti la firma esclusivamente di uomini politici cattolici.
Quando viene pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale il 22 maggio
del 1978, essa porta in calce la firma di cinque politici
dello Scudo crociato: il Presidente del Consiglio Giulio
Andreotti e i ministri Tina Anselmi, Francesco Bonifacio,
Tommaso Morlino, Filippo Maria Pandolfi. I membri dell’esecutivo
della Dc avrebbero potuto dimettersi piuttosto che firmare
una legge assolutamente inaccettabile, ma rimasero alloro
posto "per il bene del Paese". Il Capo dello Stato,
anch’egli democristiano, Giovanni Leone, avrebbe potuto
rimandare la legge 194 alle Camere per sospetta incostituzionalità,
senza nemmeno dover rassegnare le dimissioni, in base all’articolo
74 della Costituzione. Invece, dopo soli quattro giorni
firmò. Purtroppo non fu solo la paura, o l’attaccamento
al potere, a po-tare al tradimento gli uomini della Dc.
"Giustamente,
in quel momento"
Da
anni era in atto una trasformazione del partito, che gettava
le basi per un disimpegno progressivo sulle questioni più
scomode e cruciali. Il 20 luglio del 1975, al Consiglio
nazionale della Democrazia cristiana, il premier in carica
Aldo Moro prende la parola: "La ritrovata natura popolare
del partito induce a chiudere nel riserbo delle coscienze
alcune valutazioni rigorose, alcune posizioni di principio
che sono proprie della nostra esperienza in una fase diversa
della vita sociale, ma che fanno ostacolo alla facilità
di contatto con le masse e alla cooperazione politica.
Vi
sono cose che, appunto, la moderna coscienza pubblica attribuisce
alla sfera privata e rifiuta siano regolate dalla legislazione
e oggetto di intervento dello Stato. Prevarranno dunque
la duttilità e la tolleranza". La linea politica era
dunque tracciata, nel segno della resa e del rinnegamento
dell’identità sulle "cose che contano". Nel 1999
l’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, già
democristiano, dichiarava alla rivista Liberal: "Un
cattolico può separare convinzioni etiche e realtà politica.
Si può dire che sono contro l’aborto, ma che non ne faccio
questione di battaglia politica. Mi inchino al volere della
maggioranza: non rompo un governo sull’aborto". Nel
1991, sempre Cossiga aveva scritto: "La Dc ha meriti
storici grandissimi nell’aver saputo rinunciare alla sua
specificità ideologica e ideale: le leggi sul divorzio e
sull’aborto sono state firmate da capi di stato e da ministri
democratici cristiani che, giustamente in quel momento,
hanno privilegiato l’unità politica a favore della democrazia,
della libertà e dell’indipendenza".
La
"neutralità" del Governo
Il
21 gennaio del 1977 Giulio Andreotti annotava sul suo diario:
"Seduta a Montecitorio per il voto sull’aborto.
Passa con
310 a favore e 296 contro. Mi sono posto il problema della
controfirma a questa legge (lo ha fatto anche Leone per
la firma) ma se mi rifiutassi non solo apriremmo una crisi
appena dopo aver cominciato a turare le falle, ma oltre
a subire la legge sull’aborto la Dc perderebbe anche la
presidenza e sarebbe davvero più grave". Dunque, la
perdita della presidenza del Governo veniva giudicata più
grave della responsabilità morale di sottoscrivere una legge
che decretava la sentenza di morte per un numero incalcolabile
di bambini innocenti. Error cui non resistitur approvatur,
recita una massima lapidaria di Sant’Innocenzo I: l’errore
cui non si oppone resistenza, è approvato. Senonchè, il
Governo Andreotti non soltanto firmò la legge, ma assunse
ufficialmente la responsabilità di sostenerne la costituzionalità,
inviando l’Avvocato Generale dello Stato a difendere le
norme sull’aborto libero. Il Governo si costituì in difesa
della 194 davanti alla Corte costituzionale nell’udienza
del 5 dicembre 1979. Eppure, nessuna legge obbligava il
governo a compiere questo atto.
La
morale della storia
A
distanza di 25 anni, il tradimento dei cattolici impegnati
in politica consumatosi in quel maggio del 1978 rappresenta
una pagina di storia che non deve essere dimenticata. Anche
nel 1534, quando in Inghilterra Enrico VIII impone ai suoi
sudditi l’Atto di Supremazia — con cui si consuma lo scisma
dalla Chiesa cattolica — Tommaso Moro è l’unico laico in
tutta l’Inghilterra a rifiutare il giuramento. Pagherà con
la vita la sua intransigenza, mediante decapitazione. Molti
secoli dopo, di fronte al bivio tra firmare o non firmare
la legge sull’aborto, si trattava di mettere a repentaglio
non la testa, ma la propria poltrona.
Ben
diversamente dai politici democristiani si era comportato
nel 1990 Re Baldovino del Belgio, che aveva messo a repentaglio
la sua corona piuttosto che firmare la legge sull’aborto.
Purtroppo,
a volte occorrono 25 anni, all’uomo, per riconoscere i propri
sbagli, il 22 maggio 2003, le agenzie hanno battuto questa
dichiarazione dell’ex Presidente del Consiglio Giulio Andreotti:
"Oggi preferirei dimettermi, che controfirmare quella
legge".
Ricorda
"Pertanto,
con l’autorità che Cristo ha conferito a Pietro e al suoi
Successori, in comunione con i Vescovi della Chiesa cattolica,
confermo che l’uccisione diretta e volontaria di un essere
umano innocente è sempre gravemente immorale. (…) La
scelta deliberata dl privare un essere umano innocente della
sua vita è sempre cattiva dal punto di vista morale e non
può mai essere lecita né come fine, né come mezzo per un
fine buono", (Giovanni Paolo II, Evangelium vitae,
n. 57).
Bibliografia
Congregazione
per la Dottrina della fede, Nota dottrinale circa alcune
questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici
nella vita politica, 2003.
Giovanni
Paolo II, Evangelium vitae, 1995.
Roberto
de Mattei, Il centro che ci portò a sinistra, Edizioni
Fiducia, Roma 1994.
Mario
Palmaro, Il cardinale coraggioso, Giovanni Colombo il
sessantotto e l’aborto, Gribaudi, Milano 2002.
AA.VV.,
Aborto, il genocidio del XX secolo, Effedieffe, Milano
2000.
©
Il Timone n. 26 Luglio/Agosto 2003