O Maria, Madre della Vita, prega per noi che ricorriamo a Te!

 

 

Cerca nel Sito Cerca nel Web

powered by FreeFind

 

(Per qualsiasi tipo di info, suggerimento e richiesta)

Contattaci

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

^ torna all'inizio della pagina

 

50 domande e risposte sull'aborto

tratto da VOGLIO VIVERE - Anno II, n° 8 - Agosto 2003 a cura dell'Associazione per la Difesa dei Valori Cristiani - P.zza Matteotti 11 - 20063 Cernusco S.N. (Mi) - Tel. 02/92113153


«Colui che ha sparso il sangue dell'uomo, dall'uomo vedrà sparso il proprio sangue, perché è a propria immagine che Dio ha creato l'uomo» (Genesi, 9, 6)


Che cosa è un aborto? 

L'aborto è il procedimento volontario che interrompe lo sviluppo del bambino durante la gravidanza nell'utero materno, fatto con lo scopo di sopprimerne la vita. «Aborto significa l'espulsione di un feto o embrione vivo di una donna allo scopo di sopprimerlo» (Legge francese del 1975 sull'aborto). 

Benché la morte involontaria di un nascituro sia definita, in termini medici, come «aborto spontaneo», questa tragedia, chiamata con maggior compassione «falso parto», non è l'argomento di questo libro; qui ci occupiamo solo dell'aborto volontariamente provocato. 

Quando il nascituro viene ucciso nell'utero materno, si tratta di un vero e proprio assassinio, tanto che si può parlare di omicidio prenatale. Tuttavia, quando il bimbo, essendo nato vivo, viene ucciso dopo il parto, si tratta di un infanticidio. 

Quali sono i metodi usati per uccidere il nascituro durante i primi tre mesi della sua vita uterina? 

I metodi per abortire i nascituri entro il termine fissato dalla legge comprendono gli abortivi, l'espulsione per aspirazione e quella per raschiamento.

Che cos'è un abortivo? 

Un abortivo è ogni prodotto farmaceutico, chimico, od ogni dispositivo che provoca la morte del nascituro, talvolta intossicandolo direttamente. In questa categoria sono compresi la «pillola del giorno dopo», la «spirale» e la pillola RU 486. 

La pillola RU 486 è una facile soluzione alla controversia sull'aborto?

In Francia e in Gran Bretagna, un potente steroide sintetico è stato utilizzato per provocare l'aborto nelle madri incinte da 5 a 7 settimane. Negli Stati Uniti, l'Ufficio per il Controllo Farmaceutico e Alimentare ha pubblicato una nota di allarme riguardo la pillola RU 486, proibendone l'importazione ad uso personale, poiché essa comporta un pericolo per la donna. Ancora poco tempo fa, prima di cedere il brevetto della pillola, la casa farmaceutica che la produceva (la francese Roussel Uclaf) raccomandava di usarla solo tenendo pronto l'occorrente per una eventuale rianimazione d'urgenza. 
«La RU 486 non è di facile uso», ammetteva Edward Saking, ex P.D.G. della Roussel Uclaf, «una donna che voglia porre fine alla propria gravidanza con questo metodo, deve "vivere" col proprio feto abortito durante almeno una settimana. Si tratta di una spaventosa prova psicologica» (1). 

Come viene praticato l'aborto mediante aspirazione? 

Nel metodo mediante aspirazione, l'orifizio esterno del collo uterino viene progressivamente allargato; una cannula vuota viene introdotta all'interno dell'utero, allo scopo di estrarre il nascituro mediante aspirazione, espellendolo all'esterno. Questa aspirazione è prodotta da un apparecchio simile all'aspirapolvere domestico, ma molto più potente. 
La morte del nascituro viene provocata smembrandogli le braccia e le gambe. I resti fetali vengono trasformati un una marmellata sanguinolenta. Questo è il metodo più frequentemente usato. 

Come viene praticato l'aborto mediante raschiamento? 

Nel metodo di dilatazione e raschiamento, un lungo strumento, la cui estremità forma un affilato cucchiaino, viene introdotto nell'utero per raschiarne le pareti eliminandone così il contenuto. Questo metodo, a volte aiutato dall'aspirazione, viene utilizzato per curare chirurgicamente le emorragie delle donne non gravide. Esso quindi non è di suo abortivo. 

Quali metodi vengono usati per uccidere i nascituri dal terzo al nono mese di vita uterina, in alcuni Paesi che lo autorizzano? 

I procuratori di aborti usano vari metodi per uccidere i nascituri durante il secondo e il terzo trimestre di gravidanza. Essi comprendono dilatazione ed espulsione, iniezione di una soluzione ipertonica di sale, uso delle prostaglandine, isterotomia e aborto mediante nascita parziale. 

Come funziona il metodo di aborto mediante dilatazione ed espulsione? 

Nel caso della dilatazione ed espulsione, il collo uterino viene dilatato a forza. L'apertura deve qui essere maggiore di quella adoperata nel metodo per aspirazione usato nel primo trimestre di vita, in quanto la vittima da smembrare ha già dalle 13 alle 24 settimane e quindi è di maggiore taglia. Siccome le ossa del nascituro sono più solide, si usano pinze per smembrarle (dapprima braccia e gambe, poi la schiena). Infine viene frantumato il cranio, per poter estrarre la testa mediante aspirazione. I resti fetali possono essere estratti con un forcipe ad anello. Durante questa procedura, nessuna anestesia viene praticata sul nascituro, poiché l'agonia di questa vittima indifesa deve ad ogni costo essere negata.

Come può essere usata, per provocare un aborto, una soluzione ipertonica di sale? 

Questo metodo consiste nell'iniezione di una soluzione ipertonica di sale (comunemente ma scorrettamente detta salina). Un ago lungo 8 centimetri fora la parete dell'addome e quella dell'utero, estraendo 60 cl. di liquido amniotico e poi iniettando 200 cl. di soluzione ipertonica di sale nella cavità che racchiude il nascituro.  
Abituato al piacere di bere il liquido nel quale è immerso, il nascituro fa l'esperienza del gusto amaro del fatale veleno. A poco a poco il sale gli brucia la pelle, la gola e gli intestini; egli cerca invano di fuggire rivoltandosi da un lato all'altro dell'utero con violente contorsioni. La sua atroce agonia può durare delle ore. Infine, il feto viene espulso dalle viscere materne; il suo corpo appare rosso dalle bruciature, per cui alcuni procuratori di aborto parlano di «effetto caramello».  

Che cos'è un aborto mediante prostaglandine?

Le prostaglandine sono ormoni che provocano le contrazioni del parto. Esse possono essere iniettate nel liquido amniotico o somministrate sotto forma di compresse vaginali.  
Di conseguenza la madre subisce un parto prematuro, generando un feto nato morto oppure troppo piccolo per poter sopravvivere fuori dall'utero. A questo punto il bimbo viene semplicemente lasciato senza cure e quindi muore.  

Come può una isterotomia diventare una pratica abortiva?

Nel caso di una isterotoma, come per quello del parto cesareo, l'addome e l'utero materni vengono aperti chirurgicamente. Ma mentre il taglio cesareo viene praticato per salvare la vita del nascituro, l'isterotomia viene invece praticata per sopprimerla. Alcuni medici usano la placenta per soffocare il bimbo.  

Che cosa s'intende per «aborto mediante nascita parziale»

L'aborto mediante nascita parziale comporta l'estrazione di un feto dal collo dell'utero, prendendolo per i piedi tutto intero tranne la testa. Il chirurgo poi affonda delle forbici alla base del cranio, le apre al massimo per dilatare l'orifizio e mediante aspirazione estrae il capo.  
In forza della testimonianza di una infermiera che, avendo assistito a vari aborti di questo tipo, aveva dichiarato che i legislatori dovrebbero essere costretti ad assistervi prima di legalizzarli, la Camera dei Deputati statunitense ha votato una legge che vieta questo tipo di aborto, sotto pena della prigione e di una multa.  

L'aborto è un atto chirurgico sicuro?

I fautori dell'aborto mentono alle donne, quando fanno loro credere che l'aborto legale è per ciò stesso sicuro. Le statistiche dimostrano che la realtà è ben diversa. Molte donne, che pretendono di ottenere con l'aborto «la libertà riprodutti va», possono compromettere o perdere del tutto e definitivamente le loro facoltà riproduttive, restando sterili a vita. Anche usando le migliori tecniche chirurgiche, nella fase dell'aspirazione o del raschiamento, quando la plastica e il metallo degli strumenti vengono messi a contatto con i tessuti delicati dell'utero, può derivarne una lesione degli organi interni. Ma anche se non avvengono lesioni, l'aborto può danneggiare il sistema immunitario.  

L'aborto è il solo danno che mette in pericolo il nascituro nel ventre materno?

No: il bimbo può essere vittima di un infanticidio. L'innesto del tessuto fetale, che necessita l'utilizzazione di un feto vivo per recuperarne i tessuti viventi, viene talvolta fatto passare per un aborto. Ma questi tessuti non vengono prelevati da un feto, poiché si tratta in realtà di un bimbo vivo, per cui qui si tratta di un infanticidio o di una eutanasia a fine utilitaristico.  

Non è più rischioso condurre a termine una gravidanza piuttosto che abortire?

Tutt'altro. E' stato verificato che la gravidanza è più sicura dell'aborto, sia nella prima che nella seconda metà della fase. Le statistiche spesso citate per sostenere l'argomento contrario sono ingannevoli.  
Gli abortisti paragonano sistematicamente il tasso di mortalità delle madri (nel caso di aborto provocato nelle prime 12 settimane di gravidanza) con il tasso di mortalità delle madri durante l'intero periodo di gestazione, al momento del parto, come pure del periodo che ne segue; inoltre, per sovrappiù, in quelle statistiche viene conteggiato anche il tasso di mortalità in caso d'incidenti o di malattia. Comparare i rischi dell'aborto praticato nelle prime due settimane di gravidanza con i rischi del parto nei nove mesi, è ingannevole e anti-scientifico(2).  

Quali complicazioni possono sorgere in una madre per causa dell'aborto?

Una donna che si sottopone ad un aborto può sviluppare, fra le altre, le seguenti patologie:  
Emorragia. In un'epoca in cui il sangue può trasmettere il virus dell'AlDS, l'emorragia uterina può mettere in pericolo la vita della madre; le donne che abortiscono possono infatti aver bisogno di trasfusioni di sangue, a causa di serie emorragie. Per questa ragione, anche la pillola RU 486 richiede una stretta sorveglianza, perché comporta il rischio di emorragia.  
Infezione. Se dopo l'aborto nell'utero rimangono parti del feto, o se gli strumenti chirurgici usati non erano ben sterilizzati, la madre rischia la sterilità definitiva per colpa di una infezione delle tube uterine.  
Lesione del collo uterino. Gli strumenti utilizzati per dilatare il collo uterino possono danneggiarlo, provocando nelle future gravidanze l'insorgere di aborti spontanei oppure nascite premature. Anche gli aborti chimici possono portare a futuri aborti spontanei.  
Perforazione dell'utero. Un aborto mediante raschiamento può perforare la parete uterina provocando una infiammazione (peritonite); questo può costringere ad un intervento chirurgico che asporti l'intero utero, rendendo la donna definitivamente sterile.  
Perforazione dell'intestino. Durante un aborto mediante aspirazione o raschiamento, una manovra errata può far sì che lo strumento perfori non solo l'utero ma anche il colon, si rende allora necessaria una operazione chirurgica (resezione) per asportare la parte dell'intestino rimasta danneggiata.  
Quali ulteriori complicanze possono essere provocate da un aborto?  
Anche se non viene colpita da complicanze immediate, la madre che abortisce può subire conseguenze tardive, fra le quali:  
Nascita di bimbi morti o handicappati. Le donne il cui sangue ha il fattore RH negativo e che non ricevono un anti-siero (RHo (D) immunoglobulina), possono reagire al sangue di tipo RH positivo del padre, facendo correre ai nascituri il rischio di una eccessiva distruzione dei loro globuli rossi (malattie emolitiche), conducendoli a morire prima del parto o a nascere handicappati.  
Infiammazione pelvica. La malattia infiammatoria del bacino è «una malattia grave, abituale conseguenza dell'aborto, nel 30% dei casi del quale viene segnalata»(3). Questa infiammazione può condurre ad aborti spontanei, alla sterilità e a dolori pelvici cronici.  
Aborto spontaneo. Le donne che hanno abortito sono soggette agli aborti spontanei, con un tasso più elevato del 3 5 % in rapporto alle donne che non hanno abortito.  
Parto difficile. Le donne che hanno abortito sono soggette a complicanze nei futuri parti e/o nelle future gravidanze.  
Nascita prematura. Le nascite premature sono da 2 a 3 volte superiori nelle donne che hanno abortito, in rapporto a quelle che non hanno mai abortito.  
Cancro al seno. Vi sono gravi timori che l'aborto possa aumentare il rischio del cancro al seno, in particolare se ad essere abortito è il primo figlio. «Le donne che abortiscono al primo trimestre di gravidanza raddoppiano il rischio di contrarre un cancro al seno, in rapporto alle donne che portano a termine la loro gravidanza» (4)
Gravidanza extra-uterina. Nella gravidanza extra-uterina il feto si sviluppa nelle tube di Falloppio, piuttosto che nell'utero, mettendo quindi la madre in pericolo di morte in caso di esplosione di una tuba. Un rilevante tasso di crescita delle gravidanze extra-uterine è stato constatato nelle donne che hanno abortito(5). Gli studi dimostrano che il rischio di una gravidanza extra-uterina raddoppia dopo un primo aborto e si quadruplica dopo un secondo. Il pericolo aumenta con la pillola RU 486, che è inefficace sulle gravidanze extra-uterine, creando una falsa impressione (inducendo all'emorragia) che la madre non è più incinta.  
Un aborto può condurre la madre a problemi di tipo psicologico?  
Sì, l'aborto può produrre gravi problemi di tipo emotivo, psicologico o psichiatrico:  
Perdita di autostima. La donna che ha abortito sente di avere violato la propria missione di madre e di difensore della vita; ne deriva un sentimento di disistima che può arrivare fino al disprezzo di sè.  
Sentimento di colpa. In molte donne, si constatano profondi sentimenti di colpa ed anche di amore per il figlio «che avrebbe dovuto nascere». Se poi la donna cerca di negare o di rimuovere la propria colpevolezza, le conseguenze diventano più gravi per lo sforzo fatto di soffocare la coscienza turbata.  
Rimpianto, ansia e depressione. In rapporto alle donne adulte, le giovani sono più portate a soffrire di postumi psicologici a breve termine. Anche se la prima reazione di una donna che ha abortito è quella di sollievo, ben presto sopravvengono sentimenti di rimpianto, di ansia e di depressione.  
Sindromi post-abortive. Non di rado la donna reagisce all'aborto in modo simile al turbamento da stress post-traumatico che si riscontra nei reduci di guerra. Spesso i primi sintomi si manifestano vari anni dopo l'aborto, quando la donna comincia a segnalare problemi mai verificatisi prima, come disistima di sè, intorpidimento della sensibilità, flash-back, difficoltà di concentrazione, insonnia. Il dr. Vincent Rue, uno psichiatra americano che da un ventennio studia le sindromi post-abortive, aggiunge altre conseguenze: «depressione, inclinazione al suicidio, rottura delle relazioni sociali, uso di droga, abuso di alcool, problemi sessuali, fobie, gravidanze isteriche, sterilità, anoressia» .  

La madre che ha abortito è la sola a soffrire di turbamenti da stress post-traumatico dovuti all'aborto?

No. La ricerca dimostra che spesso anche il padre subisce gravi reazioni negative, quando si rende conto che suo figlio è stato ucciso. La sofferenza del padre è ancor più grave, quando egli è contrario all'aborto e peggio ancora quando la legge - che stabilisce la madre come unico arbitro della gravidanza - gli vieta di proteggere la vita del proprio figlio in arrivo.  
Un padre in questa situazione ha espresso il proprio sconvolgimento emotivo con queste parole: «Probabilmente avete letto una cosa simile riguardo i sentimenti di colpa irrisolti e le emozioni represse provati dai reduci della guerra del Vietnam. Questo si chiama "turbamento da stress post-traumatico". Insomma, è il risultato dello sforzo fatto per cancellare o reprimere l'intensa reazione alla morte ed alla violenza che li circondava. Questa reazione è della stessa natura della mia, in seguito all'aborto praticato sulla mia donna. Quando siamo usciti dalla clinica dopo l'aborto, non era tutto finito per me» (7).
 

La vittima dell'aborto    
«Sei tu che hai creato le mie viscere e mi hai intessuto nel seno di mia madre. Io ti lodo perché mi hai fatto   in modo meraviglioso; sono stupende le tue opere. Tu conosci a fondo la mia vita; non ti fu ignota la mia natura, quando venni creato nel profondo e venni formato nell'occulto»   (Sal 138, 13-14)  

In quale momento inizia la vita?

Ecco una domanda-trappola, se non definiamo i termini usati. Propriamente parlando, la vita (in astratto) non inizia: essa viene trasmessa da cellule viventi derivate da altre cellule viventi; questa continuità della vita è il postulato fondamentale della biologia. Tuttavia, la vita (in concreto) ha effettivamente un inizio. La questione che determina la natura dell'aborto è dunque la seguente: «Quando inizia la vita umana?» Vale a dire: «Quando inizia la vita di un uomo?»  

La biologia dimostra che la vita di un nuovo essere umano inizia nel momento della fecondazione, ossia nella fusione tra lo spermatozoo del maschio e l'ovulo della femmina. L'unione di 23 cromosomi del gamete maschile con 23 cromosomi del gamete femminile produce una nuova cellula di 46 cromosomi. «Questa cellula viene chiamata zigote; essa contiene un nuovo codice genetico, che produce un individuo differente dal padre e dalla madre e da ogni altra persona nel mondo»(8). Ciò avviene dalle 12 alle 18 ore dopo il rapporto sessuale.  

Volete dire che una sola cellula costituisce già un essere umano?

Sì. L'embriologo Keith Moore dichiara: «Ognuno di noi ha iniziato la propria vita in un unico zigote monocellulare»(9).

Come afferma il già citato manuale di ostetricia, il bimbo appena concepito ha il proprio patrimonio genetico, distinto da quello del padre e della madre. Sul piano biologico, lo zigote non è affatto un essere impersonale, ma è lui o lei in miniatura, poiché la sua monocellula è maschile o femminile. Lui o lei è già un essere umano nuovo, unico e completo.
Unico, perché non è mai esistito in passato e non esisterà mai più in futuro un essere identico a lui. Come affermano i medici Landrum Shittles e David Rorvik, «il concepimento conferisce la vita rendendola una vita unica nel suo genere» (10).  
Completo, perché il codice genetico (genotipo) dello zigote contiene l'informazione su tutte le caratteristiche del nuovo essere umano: statura, colore degli occhi, dei capelli e della pelle, eccetera. «Il genotipo - ossia le caratteristiche ereditarie di un essere umano unico -  è stabilito al momento del concepimento e resterà in vigore durante tutta la vita del nuovo individuo»(11).  
Se dunque la cellula fecondata è già un individuo umano, essa è già anche una persona umana, sebbene le sue facoltà spirituali non siano ancora sorte, forse per il fatto che l'anima non è ancora giunta a costituire la spiritualità umana. In una visione corretta della persona, infatti, l'anima non può essere contrapposta dualisticamente al corpo, ma i due elementi dell'essere umano devono essere considerati come indissolubili. Non è quindi possibile distinguere l'individuo dalla persona, immaginando uno zigote che non sia ancora essere umano; l'inizio della persona umana deve coincidere con quello della vita biologica.  

Lo zigote non è solo una potenzialità di essere umano?

No. Lo zigote non è una potenzialità di essere umano, ma semmai è un essere umano in potenza di diventare adulto. Si può dire che lo sperma e l'ovulo, prima della loro fusione, costituiscono una potenzialità di essere umano; ma una volta che la loro fusione è avvenuta, esso costituisce già un vero essere umano, anche se con molte potenzialità ancora inattuate.  

Questa nuova cellula non è solo un abbozzo di uomo?

Questo paragone è diffuso fra gli abortisti ma è evidentemente assurdo. Un abbozzo è solo un progetto architettonico, fatto su cartone, che da solo non si trasformerà mai in una casa o in un'altra struttura, per quanto lo si possa perfezionare. Per contro, il feto si svilupperà autonomamente fino a nascere e a diventare un uomo adulto, se non viene abortito. Dunque, distruggere un abbozzo non è la stessa cosa che distruggere un edificio; invece, distruggere uno zigote equivale ad uccidere un essere umano già esistente.  

In quale momento avviene l'annidamento dello zigote?

 
Dopo il concepimento, lo zigote inizia a muoversi per raggiungere l'utero e insediarvisi. Circa 16 giorni dopo la fecondazione, il processo di divisione cellulare è già cominciato e lo zigote si annida nel nido nutritivo dell'utero (endometrio). «A partire dal settimo giorno, comincia un autentico rapporto tra la madre e il figlio», scrive il dr. E.Blecheshmidt (12). L'annidamento si compie attorno al dodicesimo giorno dopo la fecondazione.  

Si può dire che, prima dell'annidamento nell'utero, esiste solo un «pre-embrione» privo di natura umana per cui si può parlare di essere umano solo dopo questo annidamento?

 
Niente affatto. Questa tesi è anti-scientifica e serve solo a giustificare cinicamente la manipolazione dell'embrione nelle sue prime settimane di vita, negandogli la dignità umana. In realtà, nulla è cambiato nell'embrione una volta che si è annidato nell'utero: ha solo occupato la sua prima casa; potremmo forse dire che un uomo è tale solo dopo che alloggia in un'abitazione, emarginando così i senza-tetto in una categoria pre-umana?  
Si pretende anche che l'annidamento segni l'inizio della vita umana, in quanto con esso si stabilisce un rapporto biologico tra l'embrione e sua madre. Ma non è il rapporto con qualcuno a costituire l'essenza di un uomo, bensì al contrario è l'esistenza di una vita umana a rendere possibile un rapporto bilaterale; per avere rapporti con qualcuno bisogna prima essere qualcuno.  
Nella natura dell'embrione nulla è cambiato nel passaggio dalla fase precedente a quella successiva all'annidamento; dunque si tratta dello stesso essere umano; e del resto, se così non fosse, quella madre non avrebbe rapporti con qualcuno ma con qualcosa.  

Le cellule dei figlio non provengono dalle cellule della madre?

 
No. Secondo la biologia e la genetica, è l'embrione che, con una vera esplosione di vitalità, intraprende il proprio autonomo sviluppo nelle viscere della madre. Il dr. Bart Heffernan descrive questa fase dinamica dello sviluppo: «Fin dal concepimento, il figlio è un individuo complesso, dinamico, dalla crescita rapida. Mediante un processo naturale e continuo, un solo ovulo fecondato si sviluppa in molti miliardi di cellule nel corso dei nove mesi»(13). «Dopo l'ottava settimana, non rimane più nessun abbozzo (rudimento di organo embrionale); tutto è al suo posto e lo si ritroverà nel neonato» (14) 

Quand'è che l'embrione è «vitale»?

Come pure molti termini lanciati dagli abortisti, anche quello della «vitalità» è ambiguo e quindi pericoloso.
Se, per «vitalità», s'intende la capacità del concepito di svilupparsi indipendentemente dalla madre, il buon senso ci porta a dire che allora non solo i nascituri, ma anche i neonati, per quanto possano essere sani e di grandezza giusta, non sono «vitali». Senza la costante cura da parte della madre o di altre persone che lo assistono, il neonato non sopravvive e muore ben presto.  
Ancora nel XX secolo, i bambini nati prematuramente prima del settimo mese di gravidanza morivano, perché le tecniche dell'epoca non avevano i mezzi adeguati per salvarli. Oggi noi siamo in grado di salvare un bebè nato al termine di sole 20 settimane di gravidanza, e gli scienziati stanno lavorando per costruire una placenta artificiale che renderebbe «vitali» gli embrioni di appena dieci settimane.  
Come si vede, la categoria di «vitalità» non è in grado di identificare la natura umana di un essere vivente, ma solo di valutare la sua capacità di vita indipendente. Applicare questo concetto discriminatorio agli esseri umani nelle varie fasi della loro vita, conduce all'assurdo di condannare a morte mediante eutanasia, in quanto «non vitali», non solo i nascituri, ma anche le persone incapaci di vita indipendente come gli anencefali, i pazienti in coma, eccetera.  

In quale momento il cuore dei nascituro comincia a battere?

 
Al termine della terza settimana dopo la fecondazione, il cuore del nascituro comincia a battere, facendo circolare il proprio sangue, che può essere di un gruppo sanguigno diverso da quello materno.  

Quand'è che il nascituro sviluppa il primo abbozzo dei sistema nervoso?

 
Lo sviluppo del sistema nervoso centrale ha inizio alla terza settimana dal concepimento; già alla quarta settimana, il nascituro manifesta attività riflesse complesse, come le reazioni motorie. Dopo la sesta settimana, il nascituro è già provvisto del cervello, tanto che l'elettroencefalogramma (EEG) può registrarne le onde cerebrali.  

Alcuni dicono che si può parlare di vita umana solo quando, essendosi formato nel feto un abbozzo di sistema nervoso, il suo cervello emette le prime onde cerebrali, rilevabili dall' EEG. E' questa una tesi accettabile?

 

Niente affatto. L'umanità del feto non consiste nella sua capacità di emettere onde cerebrali, come l'adulto non è uomo solo se è capace di pensare; altrimenti dovremmo negare la dignità umana ai cittadini anencefalici (ossia privi di cervello) o ai pazienti in coma che non danno segni elettrici all'EEG, condannandoli quindi all'eutanasia. Più in genere, non bisogna scambiare l'esistenza della vita con la mera capacità di dar segni di vita, né la razionalità umana con la mera vitalità cerebrale. Come il feto è uomo anche prima di annidarsi nell'utero o di palpitare, così lo è anche prima di emettere onde cerebrali, anche se le sue facoltà vitali possono attuarsi solo progressivamente, manifestandosi con crescenti segniesterni rilevabili dagli apparecchi clinici.

 
Potete descrivere la vita intra-uterina del nascituro?  

La vita intra-uterina è stata ben descritta dal dr. William Liley, il «padre della fetologia». Il nascituro, capace di ambientarsi e di tendere al proprio fine, s'impianta nella cavità spugnosa dell'utero e, imponendo la propria presenza, interrompe il ciclo mestruale della madre. Nei successivi 270 giorni, l'utero diviene la casa dell'embrione; per renderla abitabile, egli si produce una placenta e una capsula protettrice di fluido (liquido amniotico).

 
Egli si muove con agilità e grazia nel suo mondo fluttuante. E' sensibile al tatto, al gusto, alla temperatura, al suono e alla luce. Veglia o dorme; beve il suo liquido amniotico, con piacere se viene addolcito artificialmente, con dispiacere se gli si dà un sapore sgradevole; può avere il singhiozzo. Talvolta gesticola e si succhia il pollice. Si annoia perfino; ma si può sollecitarlo a rispondere ad un primo segnale e poi anche ad un secondo diverso. Infine, è lui a determinare il suo compleanno, perché l'inizio delle contrazioni del parto risulta da una iniziativa unilaterale del feto.  
E' questo stesso feto che, come un paziente qualsiasi, può ammalarsi e necessitare di diagnosi e cure(15).  

Il nascituro avverte il dolore?

Certo: avendo il senso del tatto, il nascituro è sensibile al dolore. La nostra capacità di avvertire e reagire al dolore non comincia dopo né durante la nascita. Nel corso degli ultimi decenni, i progressi nella rilevazione in tempo reale mediante   gli ultrasuoni, la fetoscopia, l'EEG fetale, hanno dimostrato la considerevole recettività del nascituro: sensibilità al tatto, dunque al dolore. 
Ha scritto l'ex presidente americano Ronald Reagan: «Dobbiamo renderci conto della realtà degli orrori che si verificano. I medici di oggi sanno che un nascituro, dentro le viscere della madre, può sentire una carezza, come può reagire al dolore. Ma quanti sono al corrente delle tecniche abortive che bruciano la pelle del feto con una soluzione salina, provocandogli una mortale agonia che può durare ore?» (16)

Che cos'è la nascita? 

Ha scritto il dr. Jack WilIke: 
«La nascita consiste nell'uscita del bebè dal ventre della madre, tagliando il cordone ombelicale, e quindi nell'inizio di una vita fisicamente staccata dalle viscere materne. Alla nascita, la sola cosa che muta radicalmente è il sistema di supporto della vita del bebè. Il figlio non è diverso prima o dopo la nascita, eccetto il fatto che ha cambiato il proprio metodo di respirazione e di nutrizione. Prima di nascere, l'ossigeno e il nutrimento gli arrivavano dalla madre mediante il cordone ombelicale; dopo la nascita, l'ossigeno gli arriva dai propri polmoni e il nutrimento dal proprio stomaco, se è abbastanza maturo per essere così saziato» (17) 

La legge sull'aborto 

        «La vera questione oggi non è: "quando comincia la vita umana?", ma è: "quale valore ha la vita umana?"Il procuratore di aborti, che smembra braccia e gambe di un nascituro per assicurarsi che egli venga del tutto estratto dalle viscere materne, può a stento dubitare che si tratti di un essere umano. Per lui come per tutti noi, la vera questione è quella se questa piccola vita umana ha il diritto, datole da Dio, di essere protetta dalla legge, lo stesso diritto che tutela noi adulti» (Ronald Reagan, ex-presidente degli U.S.A.)

 
Perché mai la legge dovrebbe intromettersi nel privato dominio della vita sessuale di una donna? 

Nella sentenza del cruciale processo Roe contro Wade, che nel 1973 ha legalizzato l'aborto negli Stati Uniti, la Corte Suprema americana si basò sul cosiddetto diritto alla protezione della vita privata, sancito e tutelato dalla Costituzione. 

Ma quello che avviene nell'intimità dell'utero materno non è una faccenda privata della donna; è la formazione e lo sviluppo di un essere umano che ha pieno diritto alla protezione legale. Quando questo viene minacciato di morte, si ha non solo il diritto ma anche il dovere d'interferire nella vita della madre per evitare l'omicidio del nascituro. 
L'intimità dell'utero non può dare alla madre una licenza di uccidere all'interno delle sue pareti, così come l'intimità di una casa non può dare al padrone un diritto di eseguire un omicidio dentro le sue mura. I pompieri e la polizia violano a pieno diritto la proprietà privata, per salvare la vita di persone che vi si trovano dentro, ad esempio abbattendo le porte delle case in fiamme per soccorrere coloro che vi sono rimasti imprigionati. 

Se l'aborto viola le vostre convinzioni morali e religiose, potete rifiutarlo. Ma non potete impedire ad altri di ricorrervi. Perché mai la legge dovrebbe imporre una certa moralità pubblica, violando l'autonomia delle coscienze e facendo decidere altri per loro? 

Una decisione resta personale solo nei limiti in cui si riferisce esclusivamente agli interessi e ai diritti della persona che decide. Ma se coinvolge gli interessi e i diritti esclusivi di altri, tale decisione non è più personale ma delegata. Tuttavia nessuno può delegare un diritto che non gli appartiene, tanto più se è primario come quello alla vita. La vita infatti appartiene esclusivamente al suo Creatore e spetta a Lui, come il darla, così il riprendersela; per cui nessuno può sopprimere un essere umano innocente, nemmeno la madre. 
Sopprimere qualcuno in nome della libertà di gestire la propria vita privata, significa annientare la stessa ragion d'essere di ogni vita privata: ossia la dignità dell'uomo creato ad immagine di Dio. L'aborto, il massacro dei nascituri, non è una scelta privata ma un crimine privato che grida vendetta davanti a Dio e agli uomini, reclamando giustizia. 
Come sarebbe assurdo tollerare che certi genitori commettano abusi sessuali sui loro figli, col pretesto che si tratta di una faccenda privata che avviene all'interno della famiglia, così è assurdo tollerare che una donna sopprima il figlio che porta in seno, col pretesto che si tratta di una faccenda privata che avviene all'interno del suo utero. Dopo tutto, l'aborto è l'abuso per eccellenza che una madre possa commettere verso suo figlio. 

Perché i diritti di un feto in gestazione dovrebbero prevalere su quelli di una donna adulta? 

Vi sono diverse categorie di diritti, che sono disuguali moralmente e giuridicamente; i diritti primari o originari devono prevalere su quelli secondari o derivati. Quello alla vita è il diritto primario e originario per eccellenza, senza il quale non è possibile esercitare tutti gli altri; esso va dunque difeso più e prima degli altri, che possono essergli sacrificati, se necessario, anche se teoricamente legittimi. 
Una madre che vuole abortire pretende di esercitare un proprio diritto secondario e derivato - quello di «gestire il proprio corpo» o di liberarsi da un «problema» - sacrificandogli il diritto primario e originario - quello di vivere - non proprio, ma altrui: cioè del figlio. Dunque ella pretende di ottenere un proprio (discutibile) vantaggio facendolo però pagare al figlio, e al carissimo prezzo della vita, realizzando così l'esatto rovescio del sacrificio materno. Per questo la legge ha il dovere di vietare l'aborto: perché rovescia la gerarchia dei diritti/doveri. 

Ma la legge non dovrebbe almeno autorizzare una eccezione: quella dell'aborto terapeutico, nel caso in cui la vita della madre sia in pericolo? 

Un medico che cura una donna incinta non ha un solo paziente ma ne ha due: la madre e il figlio. Non c'è nulla di «terapeutico» nel sopprimere volontariamente il secondo col pretesto di salvare la prima; uccidere non può costituire una terapia. Il prof Charles Rice, docente alla facoltà di Diritto dell'Università di Notre-Dame, sostiene che «non esiste situazione in cui l'aborto sia medicalmente necessario per salvare la vita della madre»(19). Il dr. Roy Hefferman, della Tufts University, ha dichiarato al Congresso dei Chirurghi Americani: «Chiunque pratichi un aborto "terapeutico" o ignora i moderni metodi di trattamento nei casi di complicanze nella gravidanza, oppure non ha volontà di usarsene»(20). 
Del resto, il fine buono non giustifica l'uso di un mezzo cattivo: il sacrificio diretto del nascituro non è mai giustificato, anche se viene fatto nella presunzione di ottenerne un buon risultato. Non si può parlare invece di omicidio quando, pu